La tratta raccontata da un ragazzo argentino
Rug Guardia Nacional, il battaglione ucraino che adesca ragazzini su TikTok per combattere a 2.800 dollari al mese
Non sono mercenari, non partono per andare volontariamente a combattere. Sono ventenni che abboccano all’esca della promessa di 2800 dollari al mese e si ritrovano in trincea
Esteri - di Angela Nocioni
Esiste un tratta di ragazzi adescati su TikTok e obbligati ad andare al fronte in Ucraina. Sono per lo più latinoamericani. Non sono mercenari, non partono per andare volontariamente a combattere. Sono ragazzi che abboccano all’esca della promessa di 2.800 dollari al mese. Un reclutatore li contatta su TikTok, gli parla via Whatsapp, poi li incontra una volta soltanto prima della partenza. Gli dice che andranno a fare “ayuda comunitaria”, a distribuire cibo o medicine in Ucraina. Non gli parla di armi, né di combattimenti. Li stordisce con il lusso di tre o quattro giorni in un albergo a cinque stelle prima di metterli su un aereo. Quando arrivano in Ucraina vengono portati in una base militare a Kutuzivka, a 18 km da Karkhiv, a 20 km dal confine con la Russia. Gli viene dato un fucile, un caricatore e un’uniforme con le mostrine della guardia nazionale. Spediti in trincea. Carne da cannone. Chi si tira indietro sparisce. Uno di loro è riuscito a salvarsi. È argentino. Lo incontro a Roma. Lo chiameremo Tito.
Ha la faccia da bambino, il telefonino sempre in mano e lo sguardo sbigottito di chi non si capacita d’esser ancora vivo. Viene dalla miseria della sterminata provincia di Buenos Aires. “Non sono della periferia metropolitana – dice con orgoglio – vivo in campagna”. “Aiuto la mia madrina a pascolare le vacche”. Vacche e TikTok, con il cellulare è un fulmine. Sullo schermo del suo smartphone mostra la pagina della Rug Guardia Nacional ucraina. Un teschio con una rosa tra i denti su fondo rossonero. 45,4 mila followers. 222,2 mila like. Un numero di contatto e una riga di messaggio: “Per chi voglia appartenere alla Rug, pagamenti puntuali”. Dice Tito: “Io seguivo questa pagina, ho mandato dei like. Un giorno mi hanno cercato loro. Mi hanno spiegato che ho le caratteristiche giuste per poter essere assunto e mi hanno dato un appuntamento. Il tramite per partire è stato un bianco di Cordoba. Si fa chiamare El Gringo”. C’è la foto di quest’uomo in rete, è l’unico adulto in posa per un selfie con 6 ragazzetti sorridenti in Tshirt, zainetto e la bandiera biancoceleste con la scritta “Vamos Argentina”. Sembrano adolescenti in gita.
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I video di adescamento su TikTok hanno il tono allegro di chi promette una vacanza: “Ragazzi, portatevi soltanto magliettine leggere che tra un po’ qua farà caldo”. Racconta Tito: “C’era lui all’Hotel Faena. Siamo stati tre notti con lui in quell’albergo per ricchi a Puerto Madero a Buenos Aires. Io avevo già il mio passaporto, eravamo 13. Dall’ambasciata ucraina in Argentina ci hanno dato i documenti per poter entrare in Ucraina, una lettera di invito. C’era un foglio con il mio nome e il timbro dell’ambasciata e una firma”. Cosa vi hanno detto esattamente in albergo prima di partire? “Mi hanno detto che agli ucraini serve aiuto di ogni tipo, anche persone che preparino cibo e lo distribuiscano. Sono partito con l’accordo che avrei fatto ‘ayuda comunitaria’, mentre eravamo lì ho capito che altri andavano a combattere”. Possibile che non hai immaginato ti mandassero a combattere? “Ma no, mi hanno cercato loro per distribuire aiuti. L’accordo era che avrei distribuito cibo. A me piace l’esercito. Sono stato due anni nella polizia militare argentina. Volevo aiutare la mia famiglia, mandare dei soldi. Nessuno mi ha detto che, se accettavo, dovevo sparare”.
Partono con un aereo di linea il 18 febbraio per Istanbul. Da lì vanno in Moldavia. “In Moldavia ci aspettava un autobus scortato da militari ucraini che ci hanno preso i passaporti per passare il confine. Abbiamo viaggiato per sette ore e siamo arrivati in una base militare ucraina, eravamo vicinissimi ai russi. Ci hanno ridato i passaporti e messi tutti in una stanza. Ci hanno dato un’uniforme”. Tira fuori dal suo zaino un giaccone color caffè, quattro mostrine di feltro e la bandiera. “C’erano anche brasiliani e colombiani, un cileno, un peruviano e degli europei, sicuramente un francese e un tedesco”. Sospira, la voce si spezza. “Hanno portato due grandi casse verdi con il simbolo della Nato, lo stesso che stava sui giacconi di alcuni che comandavano. L’hanno aperte e hanno tirato fuori fucili AR 15. Stavano leggendo i nostri nomi in una lista, lì ci sono ufficiali ucraini che parlano bene spagnolo. Mi ricordo due nomi di quelli che comandavano: un Alexander e un Vasilj. Quando mi hanno chiamato mi hanno dato un fucile, due caricatori e delle munizioni. Io ho detto a quello che parla spagnolo ‘ci deve essere un errore perché io devo distribuire aiuti’ e lui mi ha detto che no, che nella lista io stavo tra quelli per il fronte e che lui non poteva cambiare la lista, poi è andato a parlare con il comandante e è tornato e ha detto ‘guarda, se non vuoi andare non andrai, però il fucile bisogna dartelo per la tua sicurezza perché quando porti il cibo puoi imbatterti in dei filorussi”.
Ti hanno mai ordinato di uccidere qualcuno? “No. Mi hanno mandato fuori a fare pattugliamenti. Un giorno abbiamo trovato due cinesi del lato russo. Ci hanno detto che i russi usano i cinesi come esche. Nella base portavano prigionieri russi. I russi piangevano, chiedevano di parlare con la famiglia, poi sparivano. Un giorno mi hanno detto di portare da mangiare ai nuovi prigionieri russi. Ci avevano detto che erano 8 prigionieri russi appena portati, ma ce ne erano solo 2. Noi avevamo sentito spari poco prima dentro la base”. “Avevo ancora il telefono e ho cercato in Google il contatto del consolato argentino, ho scritto chiedendo aiuto. Qualcuno nella base ha capito qualcosa perché mi hanno preso il telefono, cancellato tutto e mi hanno portato in un’altra base. Lì c’erano ragazzi da più tempo. C’era un argentino che stava lì da più di un anno, c’erano anche un cileno e un colombiano. Una ventina in tutto. Io ho detto che non volevo sparare. Mi hanno accusato di aver parlato con dei russi, hanno detto di avermi visto parlare con dei russi, ma non è vero. Mi hanno legato mani e piedi e mi hanno rinchiuso nella soffitta della casa del comandante, un ucraino, quelli che parlano spagnolo lo chiamano El Barba. È un bianco, pelatino, con le braccia tatuate”.
Silenzio, occhi incollati a terra. Poi un sussulto, le parole escono di impulso come se gli bruciassero dentro: “Allora lì mi hanno rotto le costole. Con un pugno in bocca mi hanno rotto un labbro, io ero legato. Mi hanno detto che sarei rimasto lì per sempre, tutta la vita nella soffitta del comandante se non volevo combattere”. Di quelle quattro notti non dice di più. “Non la voglio l’acqua, voglio uscire”. Riprende: “Poi deve essere successo qualcosa, mi hanno obbligato a dire ‘Putin è un figlio di puttana’ e altre cose mentre mi facevano un video davanti a una bandiera della guardia nazionale e mi hanno detto che ovunque fossi andato sarei diventato un obiettivo militare per i russi. Poi la mattina alle 11 mi hanno aperto la porta della soffitta e mi hanno fatto portare via. Mi hanno detto che se entro 24 ore non uscivo dall’Ucraina, chi aveva telefonato per farmi uscire non mi proteggeva più. Sono stato portato alla frontiera con la Polonia con il mio passaporto e il mio telefono. Da lì partiva un autobus che arrivava a Varsavia”. Come hai potuto attraversare il confine? “Gli è bastato il passaporto alla polizia polacca, me l’hanno tirato addosso come se fosse una cosa schifosa”. Lui dice di esser stato aiutato a scappare da una persona nella rappresentanza argentina a Kiev, dice d’esser stato mandato via terra in Polonia perché era l’unica maniera di farlo uscire rapidamente dall’Ucraina senza chiedere permessi a Buenos Aires che sarebbero tardati ad arrivare.
Il mese scorso Zelensky ha avuto guaio diplomatico con il Brasile per la notizia – rimbalzata sulla stampa internazionale – di un brasiliano ucciso dalle torture subite dai suoi superiori in un battaglione delle forze armate ucraine. Chissà sia stato questo ad aver salvato Tito. Lui sostiene che la brigata in cui è stato arruolato a forza è la Khartiia, la tredicesima brigata operativa della guardia nazionale ucraina che combatte nel nord della regione di Karkhiv. Roma, ieri pomeriggio. Dentro un autobus affollato bloccato nel traffico del centro. Mentre Tito abbracciato al suo zaino guarda in silenzio la città attraverso il finestrino, vede fermo al semaforo un fuoristrada con una grande bandiera ucraina che sventola sul portapacchi. In un guizzo Tito tira fuori dallo zaino giaccone militare, mostrine e bandiera della Guardia nazionale. Si mette tutto addosso. È ancora dentro quel terrore.