Riflessioni sul filosofo tedesco
Jurgen Habermas, il filosofo del dialogo
Recependo la spinta alla partecipazione del ‘68, e le istanze collettivistiche della Scuola di Francoforte, fondò il suo pensiero sull’agire comunicativo contrapposto alla tecnocrazia capitalista
Cultura - di Mario Capanna
Da pochi giorni ci ha lasciato Jurgen Habermas. Il filosofo tedesco ha scavato a fondo sui maggiori temi della contemporaneità. E del suo futuro. L’“agire comunicativo” è stato il nucleo essenziale del suo pensiero. Con la distinzione netta fra la razionalità strumentale (tipica dell’economia, della finanza, della scienza, della tecnica) e la razionalità comunicativa, orientata e finalizzata al raggiungimento dell’intesa e del consenso condivisi tra gli esseri umani. La società moderna ha privilegiato e imposto la prima, con conseguenze deleterie: è nella “sfera pubblica” che i cittadini possono e devono contrastarla, tramite la discussione razionale aperta, il dialogo come arricchimento critico vicendevole, nella consapevolezza che l’anima della democrazia è costituita dalla partecipazione cosciente e informata. Il solo votare non basta.
Recependo la spinta alla “partecipazione” dei movimenti del ’68, la sua “teoria discorsiva” dell’etica e della politica indica la possibilità di un riconoscimento intersoggettivo non violento, proprio perché orientato all’intesa in una unione sociale non coercitiva. Mentre per Kant la morale è essenzialmente individuale, per Habermas deve estendersi fino a diventare collettiva. È l’unione di questi elementi che può portare alla “democrazia deliberativa”, che va ben oltre la semplice delega. L’idea portante è che una società giusta non può essere data dall’imposizione dei rapporti di forza e di dominio, ma si costruisce attraverso il dialogo razionale, libero e inclusivo.
Come esponente della seconda generazione, Habermas sviluppa il suo pensiero sulla scia della Scuola di Francoforte. Si avvertono gli echi di Max Horkheimer, di Theodor Adorno, di Herbert Marcuse, di Erich Fromm, che ebbero il ragguardevole merito di innovare il marxismo, mettendo in rilievo, del capitalismo, il suo dominio culturale oltre che economico, insieme all’individuazione delle possibilità di superamento. Si pensi, per esempio, all’ampia influenza esercitata dal libro di Marcuse L’uomo a una dimensione nel pensiero critico del movimento planetario di trasformazione del Sessantotto. Habermas, però, compie un passo avanti rispetto a quella scuola, non solo per la messa a fuoco dell’agire comunicativo, ma anche perché ha avuto il coraggio di prendere di petto il tema delle biotecnologie. Nel merito ha scritto un libro importante: Il futuro della natura umana. Si interroga in profondità sulle bioingegnerie e la selezione genetica tramite la manipolazione del genoma umano, resa possibile dalla tecnica. Egli distingue fra eugenetica terapeutica, che ritiene accettabile in quanto volta a eliminare malattie, e quella “migliorativa”, capace di modificare tratti della persona relativi all’aspetto o alla forza o all’intelligenza.
Un individuo modificato geneticamente non sarebbe più pienamente libero, in quanto progettato, magari irreversibilmente, da altri. Venendo meno la base biologica naturale, sarebbe pregiudicato l’equilibrio delle pari condizioni originarie (naturali) fra gli individui. Quelli “programmati” e, per così dire, predefiniti biotecnologicamente, vedrebbero preclusa la propria possibilità di autodeterminazione.
Si verificò da noi, nel 2007, un importante evento extraistituzionale e partecipativo. Si formò la coalizione “Italia-Europa, liberi da Ogm”, composta da 40 associazioni di massa, da Coldiretti a Coop, da Confartigianato alle associazioni ambientaliste ecc. In due mesi furono raccolte 3 milioni di firme. Lo scopo, in larga parte raggiunto, era di impedire la coltivazione di piante geneticamente modificate soprattutto nel settore agroalimentare.
A me che, come presidente della Fondazione diritti genetici, ebbi l’onore (e l’onere) di coordinare quella grande e inedita coalizione, furono di particolare utilità le riflessioni del filosofo tedesco sulle biotecnologie. Lo dico per mostrare come il pensiero di Habermas sia stato non già astratto, ma solidamente collegato alla realtà, per studiarla a fondo, capirla e trasformarla. Va da sé che ci sono anche punti deboli nel suo impianto filosofico. La sottovalutazione, per esempio, della capacità del pensiero dominante di condizionare (inquinare) l’ “agire comunicativo”, limitandolo e deviandolo. E, inoltre, la non chiara indicazione della necessità di superare il tecnocapitalismo – ora divenuto neofeudale – la cui capacità distruttiva (guerre, mutamenti climatici, corsa al riarmo ecc.) sta mettendo a repentaglio il futuro umano. Su questi temi hanno il dovere di cimentarsi i filosofi – e i cittadini – di oggi.