Forza Italia segue le orme di Fdi

Forza Italia imita Meloni, fuori anche Gasparri, la Lega vuole l’autonomia: Far West nella destra al governo

A disagio nel difendere una riforma garantista, i Fratelli d’Italia si riconfermano giustizialisti anche coi loro, ma stavolta solo per puro calcolo elettorale. E pure gli azzurri imitano i meloniani

Politica - di David Romoli

27 Marzo 2026 alle 11:00

Condividi l'articolo

Foto Mauro Scrobogna / LaPresse
Foto Mauro Scrobogna / LaPresse

Come e quanto male abbia reagito Daniela Santanché quando la premier le ha ordinato di fare le valige è universalmente noto. Casomai qualcuno si fosse distratto ha provveduto a ragguagliarlo la Pitonessa in persona, con la lettera di dimissioni più avvelenata e venefica che la politica italiana ricordi. Nel complesso la ex ministra del Turismo è poco difendibile ma in questo caso la si deve capire. Il benservito a tempo debito, cioè un paio d’anni fa, sarebbe stato comprensibile. Altri ministri di altri governi, in tempi però recenti, avevano alzato i tacchi per molto meno. Ora la scelta drastica è invece – se non inspiegabile – di certo immotivata.

I beninformati spiegano che la testa della ministra era la condizione posta dal viceministro della Giustizia Andrea Delmastro per porre apparentemente di buon grado anche il suo collo sotto la ghigliottina di Giorgia. È possibile che sia vero e il particolare direbbe molto sia sul clima fraterno che si respira tra i Fratelli e le Sorelle d’Italia sia sulla forza effettiva della premier. Ma resta comunque inevasa la domanda sul cosa abbia convinto nel giro di una notte Giorgia a far propria la regola giustizialista per cui i politici indagati o processati devono dimettersi senza aspettare condanne di sorta. Che il garantismo della leader tricolore fosse posticcio era chiaro e noto. Uno dei principali punti deboli della campagna per il Sì è stata probabilmente la scarsa convinzione con cui la riforma è stata difesa dalla numero Uno e in realtà da quasi tutta la squadra della destra, tanto a disagio nel doversi fingere garantisi da dover addirittura rovesciare la logica presentando il cavallo di battaglia da sempre del garantismo come il suo esatto opposto: una legge riempi carcere. Espediente tanto risibile quando fallimentare.

Ma se il garantismo, e dunque la riforma sottoposta a referendum, la premier proprio non ha mai saputo dove stessero di casa, alla difesa strenua, quasi settaria, della sua gente è invece stata sempre sin troppo attenta. Le cose sono cambiate perché il referendum la ha messa di fronte a una realtà che i sondaggi, come al solito presi dai politici troppo sul serio, le avevano nascosto per anni. Giorgia ha permesso che il suo partito e il suo governo restituissero agli italiani un quadro sgangherato, spesso vorace, arrogante e sempre inadeguato nella convinzione che bastasse la sua popolarità a far perdonare tutto. La sberla del referendum l’ha costretta a prendere atto di una realtà opposta. A quel punto, e solo a quel punto, Meloni si è decisa a un repulisti più improvvisato che drastico, smentendo il senso stesso della riforma che aveva proposto, ispirato da logiche ambigue. Perché le dimissioni di Giusi Bartolozzi per una frase infelice e non quelle del papà della riforma, il ministro Nordio, che quanto a uscite esiziali per il Sì non teme rivali? Perché decapitare solo ora la ministra Santanchè in assenza di qualsiasi elemento nuovo a giustificare l’improvvisa sterzata? Difficile, anzi impossibile evitare la sensazione di trovarsi di fronte più a una cieca e furiosa ricerca di capri espiatori che non ha un ragionato e lucido cambio di strategia anche nei confronti del suo stesso esercito sconfitto.

La tempesta si sta abbattendo anche su Forza Italia. Tra i partiti del Sì è quello che più di ogni altro avrebbe dovuto far quadrato intorno alla riforma da dedicare a Silvio e alla sua memoria. È quello che ha registrato la prova peggiore, con la più ampia percentuale di voto in dissenso e con le regioni azzurre del Sud fanalino di coda nel convoglio del Sì. Marina Berlusconi, la cui insofferenza nei confronti di Tajani leader era nota da un pezzo, ha già iniziato a presentare il conto. Ieri è rotolata la testa di Maurizio Gasparri, ex capo dei senatori sostituito da Stefania Craxi grazie a una mozione di sfiducia presentata dal patron della Lazio Lotito ma sponsorizzata in tutta evidenza dagli azionisti di maggioranza di Arcore. Gasparri era uno dei principali alleati di Tajani all’interno del partito e l’offensiva di Marina mira proprio a isolare e defenestrare un leader che fino al weekend scorso poteva difendersi vantando i positivi e tutto sommato imprevisti risultati elettorali di Fi ma che dopo il referendum ha al passivo la sconfitta più cocente che il partito fondato da Silvio Berlusconi potesse subìre. La figura su cui contava Marina per sostituire il ministro degli Esteri alla guida del partito però è il governatore della Calabria Occhiuto, che nel referendum non ha dato prova migliore di Tajani e la sostituzione potrebbe rivelarsi meno indolore del previsto.

Dalla sconfitta gli unici a uscire rafforzati sono i leghisti. La premier è molto più debole. Fi esce in ginocchio dalla sfida. I governatori leghisti sono i soli a poter vantare il successo del Sì: la Lega che esce rinsaldata è la loro, non quella di Salvini. Non mancheranno di presentare il conto e anzi lo stanno già facendo, reclamando subito l’autonomia differenziata che per Fi nel Sud potrebbe rivelarsi tombale. La tempesta, a destra, è appena cominciata.

27 Marzo 2026

Condividi l'articolo