L'ultimo libro del saggista

Intervista a Stefano Levi Della Torre: “Sento gridare in ebraico: Gott mit uns!”

“Dopo il crollo di civiltà del XX secolo, con l’avvento del nazifascismo, un crollo di civiltà torna diffuso e globale. La distruzione israeliana della Striscia è uno dei luoghi di questa catastrofe”, dice Levi Della Torre.

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

25 Marzo 2026 alle 12:20

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Intervista a Stefano Levi Della Torre: “Sento gridare in ebraico: Gott mit uns!”

Un libro bello. Bello e importante. Di una perenne attualità. Tanto da spingere la casa editrice Boringhieri a una sua riedizione, con una postfazione che cala una questione senza tempo nella tragedia dell’oggi: il libro s’intitola Dio. La postfazione “Il concetto di Dio dopo Gaza”. L’autore è Stefano Levi Della Torre, saggista, critico d’arte, tra le figure più autorevoli, sul piano culturale e per il coraggio delle sue posizioni, dell’ebraismo italiano.

Come leggere i tragici accadimenti succedutisi dal 7 ottobre 2023?
Due catastrofi collegate e diverse, quella palestinese e quella israeliana. La prima – innescata dall’aggressione barbarica di Hamas il 7 ottobre 2023 nel sud di Israele – è lo sterminio israeliano dei palestinesi e la devastazione dei loro istituti e delle loro terre; la seconda – la catastrofe di Israele – è la sua caduta in una gigantesca colpa. È un tracollo della sua dignità morale e politica a cui l’ha portata una destra nazional-religiosa di governo che non ha saputo prevenire l’aggressione di Hamas né respingerla e che ha voluto cogliere l’occasione del crimine di Hamas per tentare la soluzione finale della questione palestinese con la strage, la devastazione e la fame. La crudeltà sistemica e insistita, la vessazione razzista che disconosce l’umano nelle vittime, non sono solo corollari delle guerre, vanno oltre l’«utilità» militare: sono segnali di un crollo di civiltà nelle menti e negli atti, che si va diffondendo nel mondo. Un crollo di civiltà nel xx secolo con l’avvento del nazifascismo in Europa; ora un crollo di civiltà che ritorna, diffuso e globale. Quando per troppo tempo la giustizia e la pietà, il soccorso e la solidarietà vengono denunciate come sovversive e perseguite per legge, mentre l’uso indiscriminato della forza, il lasciar morire e il far morire hanno dimensioni di massa assurgono alla normalità e all’assuefazione, non siamo più neppure a una «crisi di valori», ma a una catastrofe di civiltà. Qui siamo infatti. E la distruzione israeliana di Gaza è uno dei luoghi di questa catastrofe. Non solo un conflitto tra civiltà, ma interno e attraverso le civiltà.

Tema di straordinario interesse su cui vale soffermarsi.
Nel XX° secolo le guerre mondiali furono guerre civili europee che coinvolsero il mondo intero; ora è il mondo tempestato di guerre nel disfacimento delle sue gerarchie precedenti a fomentare il conflitto radicale che attraversa l’Europa e l’America, le attraversa al loro interno e le divide tra loro: a distanza di un secolo, due fasi d’una guerra civile in Occidente a segnarne per tappe la decadenza con somiglianze e differenze tra l’una e l’altra. Le somiglianze stanno nel carattere fascista che assume l’assalto ai sistemi liberali e democratici; le differenze stanno nel fatto che nel XX° secolo i soggetti della guerra erano gli Stati, ora sono autocrazie che prevalgono sugli Stati e dentro gli Stati e li usano, mentre li de-strutturano per liberarsi dai sistemi giuridici nazionali e internazionali che sugli Stati e sui loro rapporti si basano.

Una riflessione che porta ad un’analisi approfondita dei caratteri dei moderni sovranismi
Più che espansionistici, i sovranismi sono difensivi: reagiscono alle invadenze del mondo; in particolare a quella manifestazione percepibile e antropomorfa che sono le immigrazioni; hanno la retorica della protezione per cui si contraddicono due volte: da un lato si inclinano al vassallaggio verso potenze interessate a includerle nel proprio schieramento, dall’altro celano ai loro seguaci l’invadenza politica e socio-economica dei loro protettori, meno vistosa ma più sostanziale di quella dei migranti. Con lo stesso criterio, il sovranismo imperiale di Mussolini si mise all’ombra della Germania nazista. Proteggere vuol dire conservare, per cui il sovranismo più che a un’ideologia, che implica una logica, fa appello a un istinto di conservazione e si aggrappa alla religione per la sua capacità di resistere al cambiamento, conferendo autorità carismatica all’inerzia degli stereotipi. Non solo i sovranismi difensivi, ma anche i nazionalismi espansionistici, come quelli di Trump, di Putin, di Netanyahu, diventano clerical-religiosi, e travestono in guerre di religione i conflitti territoriali ed etnici. Con questo, la regola diplomatica di Augusta-Westfalia, cuius regio, eius religio, si è ora capovolta: cuius religio, eius regio: “La religione che occupa un territorio se ne appropria”, la geografia della religione prevale su quella delle nazioni. È il criterio del fondamentalismo ebraico al pari di quello del fondamentalismo islamista. Nel contatto diretto, gli antagonismi estremi tendono ad assimilarsi l’un l’altro. Nel clamore dei bombardamenti e delle stragi nella Striscia di Gaza, nel silenzio delle morti per malattie e per ferite non curate negli ospedali distrutti, nel silenzio delle agonie di giorni sotto le macerie inamovibili, nelle morti indotte per fame o per freddo a cui per chissà quale prudenza militare è impedito alla vittima il riparo; nella devastazione dei coltivi, dei pozzi, degli ulivi, delle case e delle scuole elementari e negli assassini e arresti in Cisgiordania, sembra di sentire qualcuno che grida in ebraico Gott mit uns, «Dio è con noi»: c’è qualcuno che si vanta a voce alta di aver Dio come complice, si vanta di sapere esattamente quello che Dio vuole, e che (guarda che felice combinazione) coincide esattamente con quello che vuole lui, o lei.

Un processo manipolatore…
Questa privatizzazione dell’idea di Dio non è nuova e non è originale. È una ricorrente manifestazione della banalità del male, nella sua opportunistica mascheratura teologica: Deus vult! «Dio lo vuole!», di cui gli ebrei sono stati vittime di persecuzione in persecuzione. Qualcuno tra gli ebrei ha trovato virtuoso l’assimilare i criteri e i modi dei persecutori di ebrei, quasi ne ammirasse la forza e la capacità di prevaricare. Quando la retorica teocratica si proclama al servizio di Dio per poter impiccare per conto di Dio gli oppositori perché «blasfemi», sta evidentemente convocando l’idea di Dio al suo sevizio, al servizio del proprio potere e della propria politica. Gli ayatollah in Iran, i talebani in Afghanistan, gli islamisti nel Sudan o in Somalia o in Nigeria o in altre parti fanno così. Perseguitano in primo luogo le donne, perché prima ancora di quello che fanno già per natura dividono in due la sacra unità gerarchica del genere umano. Sintomi di questa tendenza si trovano anche in quella parte di Israele che trasforma la religione ebraica in un motivo di appropriazione territoriale come hanno fatto nella storia l’islam e il cristianesimo prendendo Dio in ostaggio della propria espansione imperiale sui continenti e sulle anime convertite Questi vogliono completare messianicamente la Grande Israele, magari costruire, sulla Cupola della Roccia ridotta in macerie, il Terzo Tempio e ripristinarvi i sacrifici di bovi, pecore e colombe, perché si stava meglio collaborando con l’impero (prima di Roma, ora di Washington); e magari, su terre rubate ai palestinesi, vogliono avviare allevamenti intensivi di mucche rosse (Numeri19), un tempo rarissime, ora geneticamente selezionabili sotto controllo rabbinico, per speculare (nello spirito di Trump e «New Gaza») sulla domanda di purificazione dal contatto coi cadaveri, vista la quantità che se ne produce ogni giorno.

Tutto questo come incrocia il 7 ottobre 2023 e la stagione di sangue che ha aperto?
Dopo l’aggressione di Hamas e Jihad del 7 ottobre, il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich e il primo ministro Benjamin Netanyahu hanno tenuto alla Knesset discorsi in cui delineavano i criteri della risposta di Israele. Smotrich ha detto: «Uno Stato palestinese non può esistere perché non esiste qualcosa che si chiami popolo palestinese. Noi abbiamo bisogno di iniziare dalle radici. Storicamente, non c’era alcun popolo». Il primo ministro Netanyahu ha detto: «Agire, o morire»; è una lotta «dell’umanità contro la barbarie», «del bene sul male, della luce sulle tenebre, della vita sulla morte». «I meravigliosi soldati ed eroi dello straordinario esercito israeliano[…] sono impegnati a sradicare questo male dal mondo, per la nostra esistenza, e aggiungo, per il bene di tutta l’umanità».[…]«Ricorda ciò che ti hanno fatto gli Amalekiti» (Deuteronomio 25,17). «Ricordiamo e combattiamo». Secondo il governo del Likud e dei seguaci del rabbino Kahane i palestinesi non esistono come popolo; tuttavia, in quanto implicati con Hamas, sono un nuovo Amalek, che ai suoi tempi era un popolo; che in quanto Amalek sono indistintamente coinvolti nella rivalsa di Israele, donne e uomini, bambini e vecchi; che in quanto Amalek sono un male assoluto, e per questo il loro annientamento è un favore che Israele offre non solo a se stesso ma all’intera umanità. Così tracciato, il profilo del «palestinese» ricorda quello dell’«ebreo» secondo il nazifascismo, per il quale gli ebrei (donne e uomini, bambini e vecchi) erano appunto il nemico assoluto, qualcosa di simile a un Amalek giudaico. Gli ebrei erano una minaccia esistenziale non solo per gli «ariani», ma per il mondo intero, e dunque la loro persecuzione fino allo sterminio era un compito universale di cui l’umanità avrebbe dovuto essere grata al nazismo e al fascismo, e molti infatti furono grati. Sulla strage, gli stupri e i rapimenti compiuti da Hamas nel sud di Israele, il segretario generale dell’Onu Guterres aveva affermato che quella violenza non veniva dal nulla, e alludeva all’oppressione dei palestinesi ad opera di Israele. Netanyahu esibì la sua indignazione: Israele era vittima innocente. L’argomento dell’innocenza è diffuso nel senso comune ebraico e israeliano, per cui i palestinesi non sono mai vittime ma solo nemici. Perché l’aver fatto vittime significa aver contratto un debito verso di esse, significa mettere in discussione la propria innocenza cioè legittimità, mentre avere dei nemici significa accreditare la violenza propria come necessaria per legittima difesa. E quindi le vittime civili della striscia di Gaza o della Cisgiordania conviene considerarle come persone nemiche o colluse, quanto meno come «scudi umani» del nemico. E se bambini o lattanti, nemici lo saranno da grandi: è l’argomento delle stragi degli innocenti di Faraone e di Erode. Ma non risparmiare i bambini è annientare il futuro del nemico: un criterio del genocidio. Edgar Morin ha scritto: “Questa è una tragica lezione della storia: i discendenti di un popolo perseguitato per secoli dall’Occidente, cristiano e poi razzista, possono diventare al tempo stesso i persecutori e il bastione avanzato dell’Occidente nel mondo arabo.”

Le vittime che si fanno carnefici?
Fino a ieri, ho sempre obiettato a questa formula accusatoria, per l’incommensurabile sproporzione tra gli atti subiti dagli ebrei come vittime fino alla Shoah, e gli atti compiuti da ebrei come persecutori o carnefici. Ma ora questi due termini, vittime e carnefici, si confrontano in modo ravvicinato: il 7 ottobre 2023 ebrei, e Israele nel suo insieme, sono stati vittime della terribile aggressione, strage, stupro, rapimento di massa di Jihad e Hamas, ma in sequenza immediata, proprio perché vittima, Israele è diventato carnefice, e da tre anni sta devastando e facendo strage indiscriminata nei territori palestinesi con decine di migliaia di morti e un numero imprecisato di feriti e mutilati. Il fatto che l’Israele di Netanyahu da vittima di un’aggressione sia diventato carnefice è evidente.

Il peso e l’uso della memoria, altro tema di estrema delicatezza e attualità.
La memoria della Shoah è piantata al centro dell’identità degli ebrei e di Israele, lo Yad Vashem, il Memoriale della Shoah è la porta di ingesso in Israele di ogni delegazione diplomatica, il filtro memoriale di ogni relazione col mondo. La strage di Hamas del 7 ottobre 2023 ha rivelato agli israeliani e ai 15 milioni di ebrei nel mondo un’inattesa vulnerabilità di Israele, risvegliando l’angoscia sedimentata nella memoria identitaria dell’intera nazione. La questione palestinese diffusamente rimossa, perché in apparenza sedata, si è improvvisamente rivelata, con l’aggressione di Hamas, una malattia potenzialmente mortale, come la diagnosi inattesa di un cancro. Dopo la morte di Rabin, il prevalere della destra del Likud aveva segnato il rifiuto radicale del compromesso coi palestinesi per una spartizione territoriale, e aveva invece imposto la scelta di perpetuare il dominio sui territori palestinesi, occupati con la guerra dei Sei giorni del 1967. Per questo la questione palestinese è diventata interna, organica al sistema-Israele nel modo di una sindrome auto-immune, capace di degenerare in una malattia. L’aggressione di Hamas lo rivelava, per questo quell’aggressione è stata colta come un’occasione, quella di un’operazione chirurgica per estirpare il cancro: estirpare la “questione palestinese” estirpando i palestinesi. Il genocidio palestinese come antidoto del genocidio ebraico, che la memoria della Shoah ammonisce d’essere immanente nelle possibilità della storia. Al di là del criterio “razionale” di annientare un nemico considerato mortale, sullo sfondo antropologico di questa volontà di annientamento c’è un principio sacrificale.

Quale?
Il sacrificio di sangue mi sembra nascere dalla paura di una possibilità, quella della propria morte. È lo scambio della propria morte con la morte di un altro vivente, per ingannare il destino, per prevenirlo soddisfacendolo. Non è un’idea religiosa, viene dall’animo umano preoccupato del futuro, e le religioni poi lo codificano. Che cosa espia il capro espiatorio? Gli errori e le colpe da noi commessi che ci hanno messi in pericolo esponendoci al danno o alla morte. Così si uccide un vivente come sostituto di noi stessi nella morte. E l’uccisione del nemico non è solo un atto razionale; anzi, dichiariamo “nemica” la nostra vittima per razionalizzare la sua uccisione. Mentre c’è sullo sfondo il criterio sacrificale di ribaltare sul nemico-vittima la sua promessa di morte per noi. Per i nazisti, la Shoah era anche un atto sacrificale e per questo ha senso anche il nome di Olocausto, di consumo totale della vittima dedicata a un dio per ripagarlo della sopravvivenza che ci concede. Era l’immaginazione paranoica di essere perseguitati e minacciati dagli ebrei, per la loro presunta potenza aliena. Ma non minaccia esterna, che preme ai confini, ma interna al sistema sociale. E la Shoah era il genocidio che preveniva e sostituiva il genocidio paventato per gli “ariani”. Al di sotto della faccia razionalizzata della guerra, al di sotto degli interessi “razionali” di chi si giova o guadagna sulla guerra, si agita il senso del sacrificio, mors tua vita mea, lo sterminio dell’altro in cambio del proprio. Sotto la “razionalità” politica e militare c’è la suggestione dell’esorcismo.

Una suggestione che ha travalicato i confini politico-culturali della destra in Israele…
Il 12 ottobre 2023, cinque giorni dopo la strage perpetrata da Hamas irrompendo dalla Striscia, il presidente di Israele Isaac Herzog ha dichiarato che non ci sono innocenti a Gaza, donne, uomini, bambini, civili o miliziani: “E’ un’intera nazione ad essere responsabile”. I fatti che ne sono seguiti ritornano dopo due anni su questa dichiarazione (una tra tante e da diverse autorità di Israele) e ne chiariscono il carattere di istigazione al genocidio. Che un genocidio in atto tragga moventi da un genocidio subito molto più grande produce un vortice in cui i valori si invertono. Gli insegnamenti universali che si traggono dalla memoria della Shoà – la condanna della persecuzione, del razzismo, della crudeltà di massa e del disconoscimento dell’umano, e dell’imputazione collettiva per il solo fatto di essere nati in un luogo o in una cultura – e ciò che invece promuovono – l’azione contro la persecuzione, la solidarietà con chi subisce vessazione e strage, la libertà di informazione e di testimonianza – sono ribaltate sul campo nel loro inverso. Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, l’Israele di Netanyahu mette in atto e mette in scena questo ribaltamento. E questo ribaltamento coinvolge la “memoria ebraica” in un vortice che ne confonde la chiarezza. Perché i crimini di massa che sono in corso rinfacciano a quella memoria una domanda: che cosa avete imparato voi di quello che la memoria ebraica ha cercato di insegnare a tutti? È un ribaltamento che per gli ebrei e per Israele ha una portata che è difficile valutare. È uno degli aspetti in cui si manifesta la crisi di tre secoli di civiltà occidentale.

Altro tema lacerante è quello del sionismo.
Il sionismo è nato in polemica con la diaspora ebraica; la sua aspirazione era quella di eliminare la diaspora raccogliendo gli ebrei in uno Stato-nazione. La fondazione dello Stato di Israele è stata l’impresa straordinaria per normalizzare la condizione degli ebrei, per farli maggioranza in un proprio paese al pari degli altri popoli, e non più minoranza anomala e vulnerabile dispersa tra i popoli. Tuttavia, la condizione di minoranza anomala tra i popoli e tra le culture, questa condizione di confine, di separazione di sé e al contempo di tramite tra culture è stata quella in cui per due millenni è stato elaborato l’ebraismo come religione, tradizione e cultura e si prolunga ora nell’ “ebraicità”, cioè nella situazione degli ebrei, credenti o non credenti nell’andamento controverso della secolarizzazione. È una condizione di confine per la quale, a differenza dei popoli che trovano “diversi” gli altri popoli, gli ebrei definiscono “diversi” sé stessi. E in questo non c’è solo separazione ma anche il moto inverso, di confronto e relazione corpo a corpo con l’altro, come nella storia è stato. È come se in chi si considera ebreo sussistesse una doppia vocazione, quella di entrare in un popolo e quella di uscirne, una vocazione appunto di confine che ha potuto dare originali curvature allo spirito e al pensiero. Comunque, l’esistenza dello Stato di Israele non ha assorbito la diaspora. C’è Israele e c’è la diaspora. Vivono condizioni diverse e hanno quindi interessi diversi. Ora l’Israele di Netanyahu si mostra interessato a una mutazione della (imperfetta) democrazia israeliana in una “democratura” etnica e autoritaria, in sintonia con le destre montanti negli Stati Uniti e in Europa, mentre le collettività ebraiche della diaspora, sarebbero di fatto interessate nei paesi in cui vivono a una democrazia più piena che rispetti le minoranze. Malgrado che la condiscendenza diffusa verso Israele censuri questa divergenza. In realtà si è ormai prodotta una situazione deforme: la convergenza tra le forze al governo in Israele e la destra di ascendente fascista e nazista che va montando e minacciando le democrazie dell’occidente. È ormai in corso uno scambio…

Di quale scambio si tratta?
La destra ebraica e Israele “a nome degli ebrei” toglie l’anatema sugli ascendenti antisemiti di questa destra montante in cambio del suo sostegno incondizionato all’ Israele di Netanyahu impegnato nello sterminio dei palestinesi e nella “guerra preventiva” contro l’Iran e il Libano. Questa convergenza tra l’Israele di Netanyahu e la destra nel mondo non è solo una questione di ciniche alleanze tattiche, ma di “affinità elettive”, di parentele ideali. L’Israele di Netanyahu è tra i protagonisti di queste inversioni della civiltà. il suo iper-sovranismo, al pari di quello di Trump, è impegnato a disfarsi dei vincoli del diritto internazionale, non rappresenta il futuro ma la distruzione sanguinosa del presente nel rimescolamento geo-politico del mondo. La sua retorica espansionistica è piuttosto la nostalgia di un great again biblico, a consacrare l’accaparramento delle terre palestinesi e a ridurre in poltiglia il Vicino Oriente “in nome di Dio”. Il futuro non sta nel ripiegamento autocratico su se stessi, ma nella forza gigantesca delle interdipendenze globali e nelle autonomie capaci delle relazioni implicate dalle interdipendenze. Lo stesso modello dello Stato-nazione sembra in declino, insufficiente alla scala delle interdipendenze, e la sua inefficacia crescente è una componente della crisi della democrazia che si è conformata al livello degli Stati, costretta perciò ad aggregazioni più vaste (politiche, monetarie, fiscali, militari, di mercato comune) qual è il tentativo dell’Unione Europea, e al tempo stesso a una maggiore articolazione di autonomie regionali, locali e metropolitane. La questione investe anche la prospettiva evanescente di “due popoli, due Stati”, riguardo al conflitto israeliano-palestinese. È vana l’utopia di un mondo pacificato. Resterà un mondo attraversato da conflitti sociali e di classe, un mondo di interdipendenze conflittuali e di sforzi senza fine. Così è la storia umana e così è la storia della natura nelle Così è la storia umana e così è la storia della natura nelle cui implacabili indeterminazioni siamo totalmente coinvolti. Ma un Dio nazionale è quanto di più blasfemo, pagano e idolatrico si possa augurare all’idea di Dio, idea che quanto meno è ispiratrice dell’andare oltre se stessi e al proprio villaggio. Al contrario, l’idea della Kabbalah ebraica medievale: Non è il mondo il luogo di Dio, è Dio il Luogo del mondo, poiché è poetica, può ancora ispirare al meglio tanto i credenti quanto i non credenti.

25 Marzo 2026

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