L'intervista

“Il tavolo di Trump va rovesciato, il Board è un progetto politicamente criminale per far saltare l’Onu”, parla Fratoianni

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

21 Febbraio 2026 alle 08:44

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Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica
Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica

Dal “Board degli affari- securitarismo di Giorgia Meloni. L’Unità ne discute con Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana e parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra.

Con Gloria di Umberto Tozzi come colonna sonora, Donald Trump ha inaugurato il suo Board of Peace per Gaza. Cosa c’è da dire? C’è da dire che in tutto questo non c’è niente ma proprio niente di “glorioso”.
Si è dato vita a uno spettacolo indecente e pietoso. Lo spettacolo di un’accolita di affaristi, di speculatori, che si riuniscono in un’associazione di diritto privato, il cui padrone indiscusso, a vita, è Donald Trump. Un’associazione di diritto privato che si costituisce esplicitamente come antagonista all’ordine mondiale fondato sul multilateralismo, sul diritto internazionale e sulle Nazioni Unite. Un’associazione privatistica che dichiara esplicita- mente il suo obiettivo, cioè da un lato smantellare una volta per tutte quell’ordine fondato sul diritto internazionale e sulle istituzioni che lo presiedono, e dall’altro, nell’immediato, c’è l’obiettivo più succulento…

Quale?
Organizzare la più formidabile speculazione edilizia, per di più sul deserto di Gaza e sulla pelle di un popolo che ha subìto un genocidio, che continua ad essere vittima di apartheid, di pulizia etnica, deportazioni, violazioni sistematiche della tregua. Tutto questo è quanto di meno glorioso si possa immaginare e di quanto più indegno possa accadere al nostro Paese. Serve il protagonismo dei palestinesi, cancellati da Trump. Serve lo Stato di Palestina. Servono sanzioni verso il governo di Israele. Così si prova a costruire la pace non sedendo a quel tavolo. Si dice: se non siedi al tavolo, sei nel menù. Ma c’è tavolo e tavolo. Se il tavolo è quello di chi si mangia tutti gli altri, io quel tavolo preferisco rovesciarlo. Ma con quale decenza, con quale senso di umanità, è possibile ambire a far parte di un comitato di affaristi che vogliono speculare sul genocidio di Gaza!

A proposito di nuovo ordine mondiale. Nel suo discorso di apertura del Board, Trump ha affermato che uno dei suoi compiti è quello di vigilare e controllare l’operato dell’Onu.
Ritorniamo ai due obiettivi di questo comitato di affaristi. C’è quello, più immediato, della speculazione, del fare affari e soldi sulla pelle dei palestinesi. L’altro obiettivo, quello in prospettiva più rilevante, ha a che fare esattamente con questa dimensione. …

Vale a dire?
L’idea che il diritto internazionale venga sostituito, cancellato una volta per tutte, e sostituito, persino formalmente, col diritto della forza e dei soldi, il diritto dei ricchi e dei potenti. L’idea che un’associazione privata, presieduta a vita da Donald Trump non in quanto presidente degli Stati Uniti ma in quanto Donald Trump come persona, da lui, dai suoi parenti, da affaristi amici suoi e da qualche dittatore colluso e compiacente, l’idea che una tale congrega pretenda di controllare le Nazioni Unite, beh significa dichiarare programmaticamente, come proprio obiettivo principale, demolire definitivamente l’architettura che dopo la Seconda guerra mondiale si era costituita come strumento di salvaguardia della pace ma anche e soprattutto di go- verno del mondo.

In tutto questo, che figura fa l’Italia?
Una figura pessima sul piano politico. Intanto perché aderisce a questa prospettiva. E qui c’è un giudizio che è innanzitutto politico, che va molto oltre i limiti costituzionali, gli aggiramenti della Costituzione. L’Italia aderisce ad una impresa di carattere coloniale che ha questa come caratteristica precipua sul piano internazionale. Quindi una pessima figura. Ma non basta…

Cos’altro in più?
Chi governa, pessimamente, l’Italia, si presenta con un ruolo che si è inventato di sana pianta: quello dell’osservatore. Definizione algida per non dire che fanno la figura dell’imbucato. Una figura meschina anche per questo. La figura è pessima sul piano politico perché l’Italia aderisce a questa impresa coloniale che ha come obiettivo dichiarato far saltare le Nazioni Unite. Ma poi c’è anche un aspetto che dalla tragedia ci fa sconfinare nel ridicolo. La tragedia è quella della dimensione del fatto, cioè aderire a questo progetto politicamente criminale. E poi c’è la dimensione del ridicolo, ed è quella di chi lo fa inventandosi un ruolo che non è neanche previsto, facendo, appunto, la figura barbina dell’imbucato.

Su una critica netta, radicale, all’ “Onu privata” di Trump, bollata come un’accolita di sceicchi, autocrati, dittatori, immobiliaristi e imbucati vari, le opposizioni hanno trovato, in Parlamento e nel Paese, una significativa unità.
Sì, ed è un fatto importante, positivo. È forse la prima volta che su un passaggio di questa rilevanza, tutte le opposizioni parlamentari firmano un’unica risoluzione molto avanzata, netta. Per quanto mi riguarda, lo ritengo un fatto politico molto rilevante, perché penso che in questa vicenda, quella del Board of Peace, ci sia davvero molto. Penso che vada molto oltre la pur drammatica, inaccettabile, scandalosa vicenda di Gaza, dell’indicibile oppressione del popolo palestinese. Quella è una dimensione d’indecenza. Ma c’è una questione che attiene al futuro del mondo che ha una dimensione gigantesca. Il fatto che su questo punto si sia costruito un livello così largo di convergenza mi sembra un fatto rilevante su cui insistere.

Tra i partecipanti al Board di Trump c’è anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che nella seduta inaugurale, forse per non dare troppo nell’occhio, si è fatto sostituire dal ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar, un suo fedelissimo.
Questo è perfettamente coerente con la dimensione affaristica e speculatrice di questo impianto. Si fa una gigantesca speculazione sulla pelle dei palestinesi a cui però Trump ha garantito qualche spazio. Ha detto che ci sarà posto anche per loro, li faremo lavorare, perché è ovvio che per gli alberghi a cinque stelle della “Riviera” che s’immagina col suo amico Netanyahu, c’è bisogno anche di schiavi e di servitori. E dunque è perfettamente coerente che a quel tavolo, con un ruolo da protagonista, ci sia un criminale di guerra, Benjamin Netanyahu, colui che è responsabile del genocidio, mentre sono completamente scomparsi i palestinesi, il loro protagonismo.

Se dovesse passare uno dei disegni di legge depositati in Parlamento, questa sua critica radicale a Isra- ele verrebbe tacciata, e come tale perseguita, in quanto antisemita.
Sì, e questo è un altro gigantesco problema. C’eravamo abituati, durante il momento più acuto del genocidio a Gaza, all’accusa di antisemitismo. Chiunque manifestava radicalmente il proprio dissenso, la propria indignazione di fronte a questo orrore, è stato tacciato di essere un antisemita, amico di Hamas. L’idea che questa falsa coscienza, quest’uso strumentale di una dimensione così importante come è quella delle parole, della cultura, in questo caso dell’alterità necessariamente assoluta a un buco nero della Storia come quello dell’antisemitismo, possa tradursi in norma, in legge, è piuttosto agghiacciante. Ed è agghiacciante a maggior ragione in un Paese nel quale ormai la tendenza a ridurre per legge, per norma, gli spazi di dissenso, sembra crescere senza limiti.

Da una visione internazionale a quella interna. Dal ddl sicurezza a quello sui migranti, qual è il filo rosso, ma in questo caso è più appropriato parlare di filo nero, che lega la politica, in questo ambito, la politica del governo Meloni?
Io leggo un qualche elemento di continuità tra le due dimensioni, quella internazionale e quella interna, senza per questo voler costruire dietrologie o complottismi. Quando si stabilisce e si dichiara, come ha fatto il ministro Tajani, che il diritto internazionale conta sì ma fino a un certo punto; quando si sostiene che intervenire militarmente in uno Stato sovrano, rapire nella notte il suo presidente e la moglie, è un atto di legittima difesa, come ha sostenuto Giorgia Meloni, all’indomani dell’attacco americano in Venezuela, un atto di difesa contro il narcotraffico; quando si demolisce il diritto internazionale e si favorisce, legittimandolo, lo stato d’eccezione, si mostra, in trasparenza, la natura di una cultura politica, quella nella quale il diritto non è più diritto ma concessione, e la norma non è più norma ma è eccezione. Uno stato d’eccezione permanente, nel quale però, come sempre, ciò che va dritto al macero è la tutela dei più fragili, dei più deboli, e dei diritti fondamentali, come appunto quello di manifestare, il diritto al dissenso, o i diritti di cittadinanza, i diritti civili, i diritti di libertà. Questo scenario che si va realizzando, è uno scenario inquietante, perché caratterizza e attraversa una dimensione larga nel mondo di oggi. Noi siamo alle prese, paradossalmente, con una “Internazionale nera”. Parlo di paradosso, perché sono i nazionalisti dell’ultradestra, paradossalmente, ad avere oggi il massimo grado di coordinamento internazionale. Coordinamento che è il frutto di una idea forte, di una sottocultura che informa anche l’azione e poi la norma quando hanno il potere del governo nelle mani.

Qual è la vera posta in gioco nel referendum del 22-23 marzo?
È la posta in gioco di chi pensa che una democrazia matura si fondi sulla separazione dei poteri e sulla convinzione che esistano contrappesi in grado di controllare ciascuno il potere dell’altro, a tutela di una idea forte del diritto, in grado di tutelare chi rischia di essere stritolato negli ingranaggi, nei meccanismi del potere e dei rapporti di forza. È del tutto evidente che l’obiettivo del governo sia quello di indebolire la magistratura, la sua indipendenza, la sua autonomia. Il problema, l’ossessione del governo è di liberarsi di ogni forma di controllo. Anche qui, torna ciclicamente, pur in forme diverse e con diverse trame, un’antica concezione della destra…

Quale concezione?
Quella per cui se vinci le elezioni quella legittimazione ti esenta da ogni limite. L’idea che ogni controllo provochi un’allergia insopportabile, per cui se faccio il progetto per il ponte sullo Stretto e il progetto è fatto male e la Corte dei conti me lo fa notare, non corro a correggere quel progetto ma minaccio di riformare la Corte dei conti. Se un giudice applica la legge se ho un dubbio non intervengo sulla legge ma cerco di impedire al giudice di farla rispettare. La verità è che siamo ad un cortocircuito dichiarato. Di giustizia, peraltro, ne parliamo molto poco in questo referendum, che non c’entra nulla con i problemi, gravissimi, della giustizia italiana, la sua lentezza, la sua farraginosità, la carenza di personale, il carattere antiquato di molte procedure e di molti strumenti. Ma se parliamo di giustizia, dal punto di vista della dimensione generale, potremmo dire che Giorgia Meloni ormai ciclicamente, ha cominciato in modo evidente con la conferenza stampa di inizio anno ma lo fa ad ogni piè sospinto,: rende ogni volta piena confessione di quale sia il suo obiettivo. Perché quando dice che con questa riforma, che è una controriforma della magistratura, e non è certo migliorativa della giustizia, i giudici remeranno finalmente nella stessa direzione del governo, ha esplicitato l’obiettivo, il fine, cioè quello di una magistratura non solo ridotta ad una condizione incapace del suo controllo, ma una magistratura che lavora nella stessa direzione del governo. Io penso che la magistratura non debba lavorare contro il governo ma debba remare nella propria direzione, che è quella dell’applicazione delle norme e del rispetto delle leggi.

C’è chi a sinistra si è dichiarato per il Sì al referendum. Sono compagni che sbagliano?
Sono persone che, francamente, non mi pare abbiano capito di che cosa stiamo discutendo e che si ostinano a descrivere questa discussione come una cosa che non ha nulla a che fare con la sostanza della questione che abbiamo di fronte, con la natura di questa classe dirigente al governo, con il modo in cui questa classe dirigente ogni giorno disvela sempre più l’obiettivo vero, la reale posta in gioco.

21 Febbraio 2026

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