Gli 80 anni dell'attrice
Charlotte Rampling, la bellezza nella sua magnetica evidenza
Il disegno del suo viso trascende per singolarità ogni possibile luogo comune sull’avvenenza stessa. La sua figura mostra qualcosa di atemporale, inattingibile. Lei possiede la trigonometria di un soma che si è manifestato per editto naturale, genetico, irripetibile. È un prodigio umano spettacolare
Spettacoli - di Fulvio Abbate
Con precisione esatta e, se possibile, cronometrica, millimetrica, davanti al prodigio umano e spettacolare che prende nome Charlotte Rampling, occorrerebbe conoscere, indagare cos’è la bellezza, meglio, la sua sostanza singolare. Meglio ancora, esserlo, incarnarla. Possederla, la bellezza, nella sua evidenza inspiegabile. Una definizione possibile, sia pure nella complessità del discorso che investe l’estetica e forse ancor prima l’umano, e le forme della fascinazione, va subito tentata. La bellezza è potere da uno stato di quiete. L’eros poi viene da sé. La bellezza è appunto presenza, magnete immobile che conquista gli sguardi e le attenzioni altrui, talvolta perfino invidia, o piuttosto concede ammirazione quasi religiosa; sensazione concreta dell’Irraggiungibile.
Charlotte Rampling è esempio massimo di questo possibile teorema che avanza in forma di interrogativo. Tuttavia, attenzione, il disegno del suo viso trascende per singolarità ogni possibile luogo comune sull’avvenenza stessa, impossibile trovare per lei una “luogo” nell’ordinario sistema della moda e del glamour, tutte cose che abitualmente accadono, con prosaicità, per le cosiddette “dive”, inutile citare quanto, metti, Marilyn o BB appaiano, nonostante il mito e la fisicità che le hanno attraversate, storicizzabili. Non è affatto il caso di Charlotte. Nulla di tutto ciò accade con Charlotte Rampling, quasi la sua figura mostri qualcosa di atemporale, inattingibile. E surclassi la definizione medesima che si attribuisce a chi è riconosciuta in quanto diva, materiale strettamente spettacolare, cinematografico, botteghino, festival, premi, applausi. Lei è oltre questa cortina. Le menti più semplici, per cavarsi fuori dall’impiccio, diranno forse che lei, Charlotte, mostri qualcosa di “divino”, assoluto, inarrivabile: trigonometria di un soma che si è manifestato per editto naturale, genetico, irripetibile. Lo affermano, si sappia, non senza una parte sostanziale di ragione.
Charlotte Rampling, in questo senso, sebbene le note biografiche la indichino “cittadina britannica”, ossia nata a Sturmer, nell’Essex, se le mappe e la geografia e l’anagrafe sono scienze esatte, il 5 febbraio 1946, ottanta anni e qualche giorno fa, in verità appartiene a un dominio che trascende sia l’identità nazionale sia, si è detto, la professione che l’ha resa nota, ammirata, fotografata come icona spettacolare insondabile, propria di una stagione del cinema che mostra sé stessa come unica, il cuore pulsante degli anni Settanta, e oltre. Il suo sguardo, il mirino dei suoi occhi, certo, e ancora la scia di efelidi quasi impercettibile che le attraversa il viso come una sottile via lattea imbevuta d’oro, l’immobilità che nel suo caso si fa parola, cominciando proprio dagli occhi, il motore dello sguardo. Per queste non meno prodigiose ragioni il mistero Rampling trascende il cinema, del tutto casuale che sia stato proprio questo mezzo e sistema a rendere a tutti noto il suo “dono”, il suo essere un monotipo, un pezzo unico, si sappia, irripetibile.
Forse, più che per altre colleghe, per lei valgono le parole di uno scrittore che, riferendosi alla rivelazione della presenza femminile che lascia trasecolati, così chiosa: “Dopo averle visto scomparire dietro l’angolo, una volta fuori dal nostro sguardo, si provava per loro una sensazione di vedovanza, sebbene si trattasse di sconosciute, creature mai intraviste prima.” Restando invece nell’umano dato biografico che porta con sé ogni nota professionale Tessa Charlotte Rampling, così il suo nome esatto sulla linea puntinata della carta d’identità, nasce figlia di un ex-atleta, campione olimpico nel 1932 e nel 1936, ufficiale dell’esercito, e di Anne Gurteen, pittrice. L’infanzia trascorsa tra Francia, Inghilterra e Spagna. Da ragazza canta e suona la chitarra. Nel 1963 ha inizio il suo lavoro di indossatrice e modella. L’esordio con Richard Lester, nel 1965, il regista che ha dato un volto cinematografico ai Beatles. Verranno poi la meditazione e lo studio delle religioni orientali, così in un monastero in Scozia.
Nel 1968, ventiduenne, ottiene un ruolo minore ne La caduta degli dei di Luchino Visconti. Leggo, ed è storia iconica nota, che “la consacrazione a livello internazionale” giunge però con un altro film italiano, Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani. L’immagine-poster, in divisa delle SS, il berretto con la “totenkopf”, la testa di morto, a presidio ancora una volta dello sguardo, sotto la visiera, e ancora la maschera come metafora, le bretelle che si accompagnano al seno acerbo protetto dal gesto delle proprie mani come conchiglia del pudore: l’estetizzazione del nazismo nella sua forma sado-masochistica, una metafora dell’annientamento della dignità umana… Forse ogni altro dettaglio, le minuzie del curriculum, i premi ricevuti, seppure prestigiosi, non hanno ragion d’essere nel racconto di Charlotte, oggi ottantenne, diventano un inutile, irrilevante, cascame strettamente biografico, mettendo da parte la sostanza simbolica e immateriale che la nostra diva che trascende questa qualifica custodisce in sé.
Pensandoci bene, mettendo da parte tutti i luoghi comuni e le risibili banalità che lo spettatore medio potrebbe assegnarle, magari non riuscendo a penetrarne la sostanza immateriale profonda, cercando di raggiungere ciò che con le parole di Roland Barthes si chiama “punctum”, ossia l’elemento, diciamo pure, “magico” che un volto e una persona, fosse anche pura immagine su uno schermo, restituisce, la sensazione finale è che forte della sua bellezza e anche delle rughe del tempo, Charlotte Rampling sia giunta a noi da un altro pianeta, sì, una venusiana, un corpo astrale in senso più assoluto, che tuttavia non ha mai rinunciato all’umano, alla prosaicità che talvolta la scena offre: la ricordiamo, ormai fuori dalla teatralità mortuaria del Reich millenario e della sua rappresentazione, altrettanto al fianco di Adriano Celentano in Yuppi Du, un film che mostra qualcosa di orgiasticamente carnascialesco, un musical che la riporta anche sulla terra del nostro quotidiano. Charlotte Rampling un dono del cielo e dell’umano. Auguri, 80 auguri per l’esattezza.