Scarcerato l'attivista detenuto in Venezuela
Trentini libero nonostante le gaffe di Meloni: l’endorsement della premier alle balle di Trump ha ritardato il rilascio
Il giovane veneziano e l’imprenditore Burlò sono liberi. Il governo esulta ma l’endorsement di Meloni alle balle di Trump ha ritardato il loro rilascio
Politica - di David Romoli
Alberto Trentini, operatore detenuto senza capi di imputazione per 423 giorni nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo, e Mario Burlò, imprenditore detenuto da altrettanto tempo nella medesima prigione e senza accuse di sorta, sono liberi e torneranno in Italia probabilmente oggi stesso. L’ambasciatore italiano tornerà in compenso a Caracas. Non che se ne sia mai andato, in realtà. Ma Giovanni Umberto De Vito, specifica il ministro degli Esteri Tajani, “oggi è un incaricato d’affari: il livello è quello”. Dopo la duplice liberazione e mentre si tratta per la scarcerazione di un’altra ventina di prigionieri italiani, invece, “io e il premier, avendo già informato il capo dello Stato, abbiamo deciso di innalzare il livello della nostra rappresentanza diplomatica e di elevare il livello del capo della delegazione italiana al ruolo di ambasciatore”.
Era la richiesta principale avanzata da Maduro nelle trattative in corso dall’ottobre scorso: gli italiani erano in realtà ostaggi, catturati e imprigionati per strappare all’Italia un riconoscimento politico. Quella richiesta imperativa è stata rifiutata dal governo italiano sino alla brutale uscita di scena dello stesso Maduro. Tolto di mezzo il presidente, tutto è diventato ovviamente molto più facile ma non automatico. A tessere la tela hanno lavorato in molti. La diplomazia italiana, certo, ma anche quella vaticana. La nomina di due santi venezuelani il 19 ottobre scorso mirava anche ad agevolare i rapporti con il regime di Caracas e il cardinale Parolin, oggi segretario di Stato e già nunzio apostolico in Venezuela, aveva provato sino all’ultimo a trovare una soluzione “pacifica” con l’esilio di Maduro in Russia. Altrettanto attivi sono stati gli americani e non è un caso se proprio ieri, dopo la liberazione di una ventina di detenuti, inclusi i due italiani, Trump ha elogiato Delcy Rodriguez: “Si sta comportando bene”.
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Anche senza Maduro, gli ostacoli non sono mancati. Al governo venezuelano non era piaciuto l’appoggio esplicito dell’Italia, unico tra i grandi Paesi europei, al blitz di Trump e soprattutto non era stata affatto gradita la telefonata della premier alla premio Nobel e aspirante presidente Machado. La situazione si è sbloccata in buona parte dopo la conferenza stampa di inizio anno della premier, nella quale Giorgia aveva di fatto riconosciuto la presidente Delcy Rodriguez come legittimo interlocutore. Domenica sera è arrivata a Tajani la telefonata dell’omologo venezuelano Jorge Arreaza, con la notizia dell’avvenuta scarcerazione. Ieri l’Italia ha saldato il suo debito, affidandosi soprattutto alle parole di Tajani: “La decisione della presidente Rodriguez è un segnale molto forte che va nella direzione di un cambio di passo. Il presidente del Conisglio e io la abbiamo accolta come una novità davvero importante che cambierà le relazioni tra Roma e Caracas”. L’imprimatur di Giorgia Meloni era a quel punto già arrivato: “Auspico che con la presidente Delcy Rodríguez si apra una nuova stagione di relazioni costruttive fra Roma e Caracas. Esprimo gratitudine per la scelta di avviare la liberazione di detenuti politici, fra i quali anche italiani, e spero vivamente che questo percorso prosegua con ulteriori passi nella medesima direzione”.
Mattarella non ha diramato comunicati ufficiali. Ha telefonato direttamente alla madre di Trentini, che nelle settimane scorse si era appellata proprio a lui, per “condividere tutta la sua felicità”. Non è il solo. “Gioia e felicità” sono i due termini adoperati da praticamente tutti i leader politici. Casi del genere non si prestano a polemiche. Per il governo è un successo pieno, del quale in realtà la premier aveva assolutamente bisogno. La liberazione dei due italiani, che saranno probabilmente seguiti nei prossimi giorni da altri prigionieri politici del nostro Paese, giustifica almeno sul piano emotivo e per una parte ampia della popolazione l’appoggio senza margini di dubbio offerto al colpo di mano del tutto illegale di Trump.
In realtà in questo caso Meloni si era mossa piuttosto male. La giustificazione dell’attacco in nome della “difesa da attacchi ibridi” era stata smantellata poco dopo dallo stesso presidente americano, che aveva chiarito di aver agito non in nome della lotta alla droga ma del petrolio. Le parole intempestive e il tentativo goffo di correggerle con la telefonata a Machado avevano allontanato la liberazione di Trentin e Burlò invece di avvicinarla. Alla fine però, con la correzione di rotta degli ultimi giorni, la premier ha ottenuto il risultato a cui mirava e senza il quale la sua posizione sarebbe diventata molto difficile e, dal suo punto di vista oltre che da quello degli ex ostaggi di Maduro, tutto è bene quel che finisce bene.