La conferenza della premier

Economia, sicurezza, giustizia, Trump: tra propaganda e accuse, lo show al veleno di Giorgia Meloni

«I giudici che scarcerano vanificano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento»: ora la premier pretende di decidere anche chi va in carcere

Politica - di David Romoli

10 Gennaio 2026 alle 13:00

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AP Photo/Andrew Medichini
AP Photo/Andrew Medichini

Chi l’ha detto che la conferenza stampa di fine anno, pardon di inizio anno, del presidente del Consiglio di turno, non serve a niente, con la sua estenuante durata, le 40 domande sempre prevedibili, la cortesia per l’ospite dei giornalisti che si guardano bene dall’incalzare l’intervistata, magari informandosi su cosa ne pensi dell’esecuzione a freddo di Minneapolis? A qualcosa invece serve. Tra le quaranta risposte qualche informazione era annidata e soprattutto per la prima volta ha svelato chiaramente la sua personalissima visione del garantismo.

Il conflitto con la magistratura lei nega che esista, non da parte sua almeno e se qualcuno delegittima la magistratura è l’Anm, che fa campagna elettorale per il No a suon di bugie: “Squalificanti sono quei manifesti in cui si chiede agli italiani se vogliono mettere la magistratura agli ordini della politica, mentre il referendum si propone l’opposto”. Nessuno scontro istituzionale: solo il richiamare tutti alle proprie responsabilità e quella dei togati, per la premier, non è il mancato rispetto per le garanzie. È l’opposto. È la manica larga, la custodia preventiva negata, la carcerazione non facile ma troppo difficile. Meloni elenca tre casi: “La polizia dimostra la pericolosità dell’imam di Torino, il ministro dispone l’espulsione, la magistratura la blocca”, “In novembre una mamma ha ucciso il figlio di 9 anni. Era stata più volte segnalata proprio per precedenti tentativi di ucciderlo: l’autorità giudiziaria aveva ritenuto di lasciarla libera”, “Ad Acerra una persona è stata fermata mentre sversava tonnellate di rifiuti tossici: è stata rimessa in libertà. E di casi del genere potrei citarne a decine”.

Giorgia tira le somme: “Per la sicurezza tutti dovrebbero lavorare nella stessa direzione, perché è questo che fa la differenza. Invece quei magistrati vanificano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento”. In parte è certamente un artificio retorico per fare propaganda al Sì nel referendum che, dice per la prima volta apertamente, si svolgerà il 22 e il 23 marzo. La spinta securitaria tira più di quella garantista e anche se ripete che un’eventuale sconfitta non la spingerebbe alle dimissioni quella prova Meloni vuole vincerla. Non per andare poi alle elezioni anticipate, come qualcuno sospetta però – aggiunge – ed è sincera: vincente o perdente nelle urne di marzo la premier vuole comunque il trofeo del primo governo in carica per un’intera e completa legislatura.

Ma l’espediente nasconde una verità più profonda. Nell’intera raffica di risposte trapelano a più riprese passaggi che denotano una visione compiutamente conservatrice e anzi reazionaria, omogenea in tutto tranne che in quel referendum dovuto a Forza Italia e del quale pertanto lei si adopera per rovesciare il senso. Le carceri troppo piene e invivibili? “L’esperienza prova che rimedi come amnistia o indulto non servono. Il problema è strutturale e va affrontato in modo strutturale: presto ci saranno undicimila posti in più nelle carceri”. Semplice, no? Il diritto al fine vita per i malati terminali? “Non bisogna aiutare il suicidio ma mettere i malati in grado di non averne bisogno”. L’attacco al Venezuela con tanto di rapimento del presidente, legittimamente eletto o meno che fosse? “È surreale vedere la sinistra che spiega ai venezuelani come si vive in Venezuela. È la solita sinistra schierata dalla parte sbagliata della Storia”. Quella giusta essendo gli incappucciati omicidi di Minneapolis o la squadra che si è portata via Maduro e consorte. La pace? “La si difende solo con la forza. Questo significa la parola deterrenza e mi stupisce che Vannacci, contrario a votare il dl Ucraina, non capisca quanto le forze armate sono importanti per la pace, non per la guerra. Proprio lui, un generale. Comunque non credo che ci saranno divisioni su quel voto”.

Non si pensi però che per questo la leader della destra non crede nel diritto internazionale, proprio quello anzi è uno dei numerosi punti, parola sua, sui quali non concorda con Trump. Non vale per il Venezuela, ok, ma per la Groenlandia sì. “Non credo a un’azione militare americana contro la Groenlandia e comunque non la condividerei”, dice per la prima volta forte e chiaro l’alleata numero uno di Trump in Europa. Non significa che il presidente non abbia le sue ragioni, anche se le espone, come negarlo, “nel suo modo un po’ ruvido”. L’importanza dell’Artico “per la sicurezza e gli interessi degli Usa” è innegabile. La preoccupazione per “le eccessive ingerenze di attori stranieri” sono fondate. Ma ci sono strade diverse da quelle per l’appunto “ruvide” del tycoon: la Nato per esempio. Quanto all’Ucraina, altro caso nel quale il diritto internazionale a fasi alterne per Giorgia è valido, l’Italia non parteciperà alla eventuale missione armata dei Volenterosi e l’ipotesi di una missione Onu è tanto fuori dalla realtà, al momento, che neppure vale la pena di discuterne.

Perché poi mandare soldati e carri armati, sempre e comunque pochi a fronte di un esercito russo di un milione e mezzo di soldati, quando la vera e sola garanzia di sicurezza per Kiev è l’estensione all’Ucraina dell’art. 5 Nato, formula che si è inventata proprio lei e che hanno poi adottato tutti? Certo con la Russia sarebbe ora che iniziasse a trattare anche l’Europa. Peccato che prima dovrebbe avere una voce unica e se finora non l’ha fatto è proprio per quella sensibile assenza: “Io sono sempre stata favorevole a un inviato speciale che parli a nome dell’intera Europa”. Non significa appeasement, non ancora: “Pensare a un ritorno della Russia nel G8 è prematuro”.

Alle molte domande sull’economia la premier ha risposto pochissimo, respingendo ogni critica con lo scudo dei risultati, innegabili, sul piano del bilancio, con i dati sulla disoccupazione al minimo storico, e peccato che non si tratti ancora di lavori tali da ripercuotersi sul Pil. Si fa quel che si può e soprattutto quel che si può fare “con le risorse a disposizione”. Solo su un fronte la premier indica cosa intenda fare per fronteggiare un’emergenza assoluta, quello della casa: “Il Piano casa è quasi pronto e per il 2027 ci saranno 100mila abitazioni a prezzo calmierato, oltre alle case popolari”. Qualcosina dovrebbe per la verità dire anche sull’altra nota dolentissima, la Sanità. Non lo fa ma non per colpa sua. Non le ha chiesto niente in merito nessuno. In compenso non è mancata la domanda di rito: “Potrebbe ascendere al Colle per il 2029?”. L’interessata giura di non pensarci per niente ed è sincera.

10 Gennaio 2026

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