La morte dell'ufficiale

Quando Natale De Grazia mi parlò delle navi dei veleni: quel giallo di carichi a perdere e verità irrisolte

Sono passati trent’anni dalla morte di Natale De Grazia, ufficiale delle Capitanerie di Porto che si dedicò all’inchiesta sulle navi dei veleni: rimane nel novero dei casi irrisolti

Cronaca - di Ammiraglio Vittorio Alessandro

4 Gennaio 2026 alle 09:19

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Quando Natale De Grazia mi parlò delle navi dei veleni: quel giallo di carichi a perdere e verità irrisolte

Sono passati trent’anni dalla morte di Natale De Grazia, ufficiale delle Capitanerie di Porto che si dedicò all’inchiesta sulle navi dei veleni, indagine che lunghe sedute di commissioni parlamentari, voluminosi faldoni giudiziari e ricerche in mare non hanno mai condotto alla verità, rimanendo nel novero dei casi irrisolti che segnano, purtroppo, la storia italiana. Siamo rimasti poco lontano dalla partenza – nonostante lo zelo di bravi magistrati e l’impegno di Legambiente, in particolare. Nulla è chiaro nemmeno rispetto alla morte di Natale. Sappiamo soltanto che una sera partì dalla Calabria con due carabinieri, diretto a La Spezia, dove i tre avrebbero dovuto incontrare i marinai di una nave destinata a sparire e che, invece, non affondò: si incagliò, invece, sulla spiaggia calabrese di Amantea, proprio sotto gli occhi della Capitaneria.

Sappiamo che i militari si fermarono a mangiare in un ristorante dove, alla fine del pasto, De Grazia bevve un limoncello; che poco dopo si accasciò in macchina, privo di sensi; che i due carabinieri lo adagiarono sulla strada – pioveva a dirotto – chiamarono un’ambulanza e che, infine, quando l’ambulanza arrivò, Natale era già morto. Lavorammo insieme per due anni: io comandante della Capitaneria di Sant’Antioco, lui a Carloforte, sul versante ovest della Sardegna, luoghi di solitudine professionale e di struggente bellezza. Qualche tempo prima che qualcuno lo uccidesse, mi cercò: fu quasi uno sfogo. Collaborava con la Procura, mi disse, per un’inchiesta che definì «difficile». Non capii di cosa si trattasse; lui precisò di non poterne parlare al telefono, aggiungendo che i superiori lo stavano osteggiando. Immaginai il clima: quello che talvolta antepone l’importanza delle parate e della quieta progressione in carriera agli scossoni della responsabilità e della coscienza.

Nonostante le nostre diverse, anzi opposte, opinioni politiche, credo mi considerasse uno con cui poter parlare: era successo altre volte in Sardegna. Di lui sapevo, e avevo visto, come avesse abbracciato il mare dell’Isola di San Pietro e i suoi marinai come un padre. «Ci sentiamo presto, magari vediamoci»: non ci riuscimmo. «Un altissimo senso del dovere che lo ha portato, a prezzo di un costante sacrificio personale e nonostante pressioni e atteggiamenti ostili…». Così recita la motivazione della Medaglia d’Oro alla memoria al Merito di Marina conferita dal Presidente della Repubblica.

Dice proprio: «nonostante pressioni e atteggiamenti ostili». «Arresto cardiocircolatorio», accertò il referto necroscopico; e «arresto cardiocircolatorio» confermò un nuovo referto, stilato dallo stesso medico. «Deceduto per “arresto cardiocircolatorio”», ribadisce la citata motivazione, firmata dal presidente Ciampi, che, però, stranamente riporta tra virgolette la causa della morte. Tutti, in effetti, moriamo quando si ferma il cuore: il punto è capire che cosa lo abbia fatto fermare. Quello di Natale, forte e generoso, si arrestò tra i marosi di una vicenda evidentemente più grande di lui e della nostra — ancora attuale — aspettativa di giustizia. Dal 1988, da quando cioè nuove norme fermarono il flusso — fino ad allora lecito — dei rifiuti tossico-nocivi prodotti in Italia verso i Paesi più poveri e corrotti, soprattutto africani (spesso proprio quelli da cui la gente fugge), il sistema impazzì.

Affaristi di ogni risma, abili e rispettati, cercarono le più diverse scorciatoie per smaltire quei prodotti pericolosi e, in questi casi, il mare si rivela la via più facile. Nell’arco di pochi anni si contarono numerosi naufragi anomali: navi che affondavano senza aver lanciato l’SOS, carichi che si perdevano nel nulla. Tra gli anni Ottanta e Novanta si registrarono nel Mediterraneo oltre 30–40 affondamenti sospetti (Rigel, Jolly Rosso, Cunski…), riconducibili a traffici illegali di rifiuti secondo diverse inchieste giudiziarie; altre fonti citano un elenco di circa 90 relitti. Navi partite da porti italiani — molte da Livorno e La Spezia — con improbabili dichiarazioni sul carico, e finite nel nulla: “navi a perdere”, furono classificate. .

Natale De Grazia, «l’Uomo che Cerca», come lo definì Carlo Lucarelli, conosceva bene le difficoltà della propria indagine, certamente ne intuì i rischi, ma non si sarebbe fermato: non era il tipo. Avrà pensato, piuttosto, come più spesso accade a certi uomini del Sud, che il destino avesse già scritto tutto, anche alcuni tasselli che non si conciliano tra loro: per esempio, un’impresa pericolosa e l’amore per la moglie, Anna, e per i due figli. Oggi una nave della Guardia costiera solca il mare con il suo nome; chissà se Natale potrà vederla. A me piace immaginarlo mentre — come il commissario Montalbano, personaggio che, come lui, non confuse mai l’obbedienza con la condiscendenza — nuota, con vigorose bracciate e il cuore forte, nelle acque della sua Isola.

***

Di oggetti si parla nel saggio scoperto dal mio amico Pepi tra gli oltre cento del monumentale “Saggisti italiani del Novecento” (Quodlibet, 2025), quello dedicato da Elisabetta Rasy (pagina 1345!) agli oggetti caduti -o lasciati – sul pavimento, e poi a volte ritratti in un dipinto, giusti per il suo equilibrio. Sono talvolta indistinguibili, leggeri come la patina di una quotidianità greve: «Quando ero bambina, negli anni Cinquanta, ho visto qualcuno lasciar cadere a terra la cenere delle sigarette. Ricordo il gesto e non le persone, una mano sbadata, sventata, noncurante, ma forse, a pensarci meglio, solo una mano definitivamente stanca, come se il peso della sigaretta fosse troppo da sopportare, insieme a tutto il resto: il peso, cioè, schiacciante della vita». Sono gli oggetti derelitti, o lasciati cadere malinconicamente, che vanno a comporre il disordine dell’«accidentale quotidiano, di ciò che non potrà mai ripetersi, mai riprodursi nello stesso modo. L’icona estrema di quanto è transitorio, nella sua infinita irrilevanza».

Gli oggetti ci osservano. Diceva Gaber, in un monologo di Polli di allevamento, che addirittura ci scelgono, invece di essere scelti da noi. A volte, forse, precipitano per sfuggire alla dittatura del ricordo cui li abbiamo condannati — infliggendo una condanna anche a noi stessi. Oppure per sottrarsi al delirio della massaia che sgrassa e ricompone come per una pulizia definitiva; o al delirio opposto di chi occupa gli spazi domestici come un ospite e che dunque degli oggetti non si cura affatto (né della massaia). Leggendo le intense pagine di Elisabetta Ray, mi sono venuti in mente gli oggetti sulla nave sempre in ordine per necessità, e quelli personali che i marinai possono condurre nei loro piccoli spazi, sempre sorvegliati perché non cadano per effetto del rollio. Tornati sulla terraferma — cui dedicheranno una devozione che solo i marinai conoscono, incredibilmente mescolata alla nostalgia della nave – avranno ancora cura che nessun oggetto resti poggiato sul margine di qualche superficie e che non cada, per un improvviso, immaginato, effetto delle onde. Sono pronti a cadere, gli oggetti, o ad essere dimenticati ancor prima di perdersi, che è poi lo stesso, malinconico epilogo. (Nell’immagine, un particolare dI Maddalena penitente (Caravaggio, 1594-1595)

4 Gennaio 2026

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