Una tomba bassa
Sulle tracce di Arturo Patten, uno dei più grandi fotografi ritrattisti del ‘900: dagli USA di DeLillo alla Sicilia di Camilleri
Arturo Patten, nato in California nel 1939, dopo aver vissuto in Messico, a Parigi, a Roma e a New York, scelse la Sicilia come luogo di vita e anche di morte
Cultura - di Ammiraglio Vittorio Alessandro
Per raggiungere, da Porto Empedocle, il piccolo cimitero di Montaperto, fuori dal paese sulla strada che porta a Giardina Gallotti, si deve percorrere una decina di chilometri in salita. Dal cimitero, quasi nascosto tra gli uliveti cresciuti alle spalle curve di Agrigento, si scorge appena un tratto di mare; il resto è un verde silenzioso attraversato da una provinciale poco frequentata. Ho chiesto al custode dove si trovasse la tomba di Arturo Patten, il fotografo americano amico di Don DeLillo, Antonio Tabucchi e Federico Fellini, considerato uno dei più grandi ritrattisti del Novecento. Non lo sapeva.
«Sono qui da poco tempo» mi ha detto, «ma dovrebbe essere una tomba bassa, mi pare con una copertura nera». Le fosse sono molte, quasi tutte senza loculo, sovrastate soltanto da una croce arrugginita. Ho provato a non calpestarle, avvicinandomi per leggere le poche iscrizioni. A Porto Empedocle avevo lasciato un sole autunnale molto limpido; qui, nuvole leggere lo velavano, quasi per accompagnare il percorso deciso la notte precedente. Avevo riletto la pagina di Sogni e favole in cui Emanuele Trevi descrive la fotografia scattata da Patten ad Andrea Camilleri: lo si vede seduto sulla soglia della sua casa di campagna – scomparsa anch’essa, come i protagonisti di questa storia – con una camicia a quadri e lo sguardo attento e paziente: «Ogni volta che contemplo il ritratto di Camilleri, ho la sensazione di ascoltare un concerto di cicale al parossismo in un pomeriggio di luglio, di annusare un lievissimo sentore di origano e muffa e sterco d’asino. E se dovessi indicare, tra tutte le opere di Arturo che ho visto, la punta estrema del suo lavoro, il limite della sua capacità di intuire l’individuo, la sua mortalità, la sua bellezza, è questo ritratto che sceglierei fra tutti».
Ho camminato con cautela fra le sepolture. Molte accolgono anonimi minatori morti nel disastro di Marcinelle. Era l’8 agosto del 1956 quando, dopo un boato, 262 persone – 136 italiane, negli anni in cui gli emigrati eravamo noi — rimasero intrappolate a oltre novecento metri di profondità: sepolti vivi in quella montagna e poi molti di loro qui, per sempre. Uno riposa in una tomba con la lapide spezzata: «Reale Calogero – Minatore- nato il 27.6.1922». C’è anche la foto: capelli folti e ben pettinati, la cravatta della festa annodata su un colletto gualcito e troppo largo. La tomba di Patten si trova poco distante, la copertura non è scura, ma in cemento e sulla croce, di marmo recente, si legge: «Arturo Patten – Fotografo – Nato in U.S.A.». Le notizie su Patten appaiono soltanto su Wikipedia francese; da noi è pressoché sconosciuto. Eppure ebbe una vita culturale intensa, sbocciata in America e conclusa in Sicilia: dapprima come attore, poi definitivamente come fotografo, autore di numerose esposizioni e persino di una collaborazione con Fellini per uno spot della pasta Barilla.
Alcuni suoi ritratti – compresa la foto di Camilleri – sono raccolti nel libro In fondo agli occhi, pubblicato nel 2005 da Edizioni Di Passaggio e ormai introvabile. Arturo Patten, nato in California nel 1939, dopo aver vissuto in Messico, a Parigi, a Roma e a New York, scelse infine la Sicilia come luogo di vita e anche di morte: si impiccò nel 1999 nel bagno di una stanza affittata a San Leone. Nel citato In fondo agli occhi, Camilleri ricorda le volte in cui lo incontrò: quella in cui «con molta delicatezza e altrettanta abilità» Patten gli scattò la foto diventata celebre; il giorno in cui gliela portò («Mi aveva colto in un momento così segreto di me che quasi me ne vergognai»); e una terza quando, mostrandogli altri volti, gli disse del dolore che vi aveva rintracciato. Camilleri aggiunge: «Riuscii a vedere, non so come, le tante ferite non chiuse che si portava dentro; però erano ferite pulite, nitide, dai margini netti: non erano infette e non avevano generato pus». Sono uscito dal cimitero dopo aver salutato Patten con una preghiera, una di quelle che formulo la sera, inframezzando al testo appreso da bambino i pensieri e le preoccupazioni del giorno appena trascorso.