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Ecco perché gli Usa danno mano libera a Israele: l’oscuro legame che tiene in scacco il mondo

AP Photo/Mark Schiefelbein -Associated Press/LaPresse

AP Photo/Mark Schiefelbein -Associated Press/LaPresse

L’Occidente entra nella “guerra dei dodici giorni” con la teocrazia che venera l’uranio arricchito. Al comando delle manovre speciali si trova l’eroe dell’assalto al Campidoglio, il bestemmiatore con il cappellino rosso in testa che in nome di Dio ordina l’operazione “Martello di mezzanotte”. Nelle scelte cruciali, al suo fianco, si scalda il ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Costui invoca anche il regime change per l’Iran, incurante delle mani grondanti del sangue di innocenti a caccia di pane.

È arduo decifrare l’esatta gerarchia tra i due statisti che stabiliscono le gittate del fuoco sventolando il vessillo dei paesi liberi. Un recente titolo del Fatto quotidiano così recitava: “Il vero padrone del mondo”. Il riferimento era al capo eterno di Israele, che con i droni invisibili liquida scienziati persiani e vertici militari di un esercito regolare con cui evita di battersi in trincea, mentre sul campo, con il fucile puntato degli spietati aggressori di Gaza, strazia i corpi dei bambini. Le sue imprese nella Striscia, che puzzano di genocidio, gli agguati in Cisgiordania e i ripetuti raid su Stati sovrani (Libano, Siria, Iran) non sono sanzionati poiché, certifica Meloni, trattasi solo di “legittima difesa”. Il teutonico cancelliere si spinge addirittura avanti e ringrazia il carnefice giacché svolge il “lavoro sporco” a beneficio della vecchia Europa. Non resta che brindare al bombardiere che è riuscito a radere al suolo quasi tutte le finzioni statuali del quadrante mediorientale.

La scienza politica americana da tempo ha scandagliato con ben diverse attitudini le radici della subordinazione dell’Impero a stelle e strisce agli appetiti cruenti dei governi israeliani, sempre più egemonizzati dai coloni fanatici e affamati della terra altrui. Nel 2006 studiosi del prestigio di John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt scrissero per i tipi della Harvard University un breve saggio intitolato The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy, dedicato alla perenne subalternità Usa ai capricci della destra israeliana. Dispensato da conseguenze, il bellicoso alleato mediterraneo può stracciare ogni residuo diritto internazionale ed esimersi – tra l’altro – dall’inserire l’illegale arsenale nucleare che possiede nell’elenco dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Costante, da parte americana, è la fornitura di moneta (da oltre mezzo secolo annualmente a Tel Aviv arrivano 3 miliardi di dollari in aiuti esteri diretti), di informazioni e di intelligence. Provocatoria è la tolleranza della diplomazia verso i comportamenti criminogeni dei governi israeliani. Contrapponendo veti a raffica in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, si inibiscono i pronunciamenti avversi all’amico levantino. Per via di questa assoluta libertà di offendere, il pamphlet di Mearsheimer e Walt formulava la seguente domanda: “Perché gli Stati Uniti sono disposti a mettere da parte la propria sicurezza per promuovere gli interessi di un altro Stato?”.

La risposta si muoveva su un piano certo scivoloso: la capacità di influenza della “lobby israeliana”. Si chiamava in causa, cioè, la “coalizione di individui e organizzazioni che si adoperano attivamente per plasmare la politica estera statunitense in direzione filo-israeliana”. Tale gruppo di pressione, con strumenti economici, politici, culturali e mediatici, sarebbe in grado di orientare Capitol Hill e di indurre lo Studio Ovale ad alzare bandiera bianca. Il suo ascendente è connesso all’abilità di vendere con efficacia la narrazione di un pervasivo jihad antiamericano, che rende priva di alternative l’equazione per cui gli antagonisti dello Stato ebraico sono al tempo stesso necessariamente le bestie nere degli Stati Uniti. Mearsheimer e Walt ribattevano che farsi attrarre in una condizione di guerra permanente non corrispondeva affatto ad un vantaggio per Washington. In mancanza di minacce esistenziali tangibili, il Pentagono si espone ai costi della rottura con gli Stati arabi e all’incognita del terrorismo, che scaturisce dal legame di ferro con le pretese degli israeliani occupanti e non da uno spirito antiyankee originario. Non soltanto gli Stati paria “non costituiscono un grave rischio per gli interessi vitali degli Usa”, ma “le sigle terroristiche che attaccano Israele (ad es. Hamas o Hezbollah) non scalfiscono gli Stati Uniti”.

I due accademici, non temendo lo scandalo, asserivano perfino che “anche se gli Stati canaglia acquisissero armi nucleari – il che ovviamente non è auspicabile –non sarebbe un disastro strategico per gli Stati Uniti. Né l’America né Israele potrebbero essere ricattati da un rogue state munito di nucleare, dato che il ricattatore non potrebbe mai attuare la minaccia senza incorrere in una rappresaglia schiacciante”. Sulla base di pericoli immaginari e quindi di calcoli farlocchi, Washington concede a Tel Aviv la licenza di sconvolgere la sicurezza internazionale in conformità all’imperativo secondo cui occorre proteggere “un Davide ebreo circondato da un ostile Golia arabo”. La realtà è che, grazie ai depositi stracolmi e alla tecnologia avanzata, “Israele è la più forte potenza militare in Medio Oriente. Le sue forze convenzionali sono di gran lunga superiori a quelle dei suoi vicini ed è l’unico Stato nella regione dotato di ordigni nucleari”. Attraverso la pura logica delle armi vengono colonizzati gli spazi coltivabili, controllate le vite di milioni di palestinesi, annessi i territori di nazioni indipendenti. Mearsheimer e Walt credevano alle solide ragioni morali a sostegno dell’esistenza di Israele, rigettavano però come infondata la retorica della “democrazia condivisa” esibita quale giustificazione per qualunque sopruso.

Dieci anni prima della regressione costituzionale del 2018, quando l’istituzione dello “Stato-nazione del popolo ebraico” sancì definitivamente una torsione confessionale che in pratica faceva della Torah la fonte della Legge fondamentale, e brandendo la fede annichiliva i diritti delle minoranze, i due professori denunciavano le insidie di una concezione etnica della cittadinanza. Aggrappata al vincolo di sangue e alla parentela, e perciò poggiante su reti di discriminazioni, segregazioni ed esclusioni formali, la democrazia israeliana appariva in evidente contrasto con i valori fondativi del costituzionalismo moderno occidentale.
Un altro autorevole esperto di relazioni internazionali, Howard J. Wiarda (in American Foreign Policy in Regions of Conflict. A Global Perspective, Palgrave Macmillan, 2011), confermava le trame di una casta navigata nel mobilitare consenso, fare pressioni ed elargire risorse: “I membri del Congresso sono terrorizzati dalla lobby israeliana, sapendo che qualsiasi voto contrario è probabilmente il bacio della morte per le possibilità di rielezione del deputato. Persino il presidente Obama, alla ricerca della soluzione secondo il paradigma dei ‘due Stati’, dopo aver intimato a Israele di smettere di costruire ulteriori insediamenti ebraici in Cisgiordania, è stato costretto a ritrattare la sua dichiarazione”.

Wiarda invitava ad afferrare il peso di taluni mutamenti culturali e sociali interni ad Israele. In omaggio alla verbalizzazione della parola di Dio, i nuovi venuti in Terra Santa hanno marginalizzato “gli ebrei europei o ashkenaziti, più equilibrati e accomodanti sulla questione palestinese. Negli anni 70, a seguito dell’immigrazione ebraica dai paesi arabi (ebrei sefarditi) e dalla Russia, la politica israeliana è diventata maggiormente conservatrice e intransigente nei confronti degli arabi. Prevaleva l’odio e il rifiuto di scendere a compromessi con loro. Si pensava che le principali aree arabe o della Cisgiordania fossero le antiche province di Samaria e Giudea, da Dio stesso donate agli israeliti. Politicamente, un simile cambiamento si è riflesso nel calo dei Laburisti e nell’ascesa del Likud, di cui l’attuale primo ministro Netanyahu è il rappresentante”. La conclusione cui perveniva Wiarda era che la comprensibile angoscia di Israele di soccombere dinanzi alla furia di nemici molto più numerosi (400 milioni versus 9) non poteva in alcun modo essere placata con il ricorso alla guerra preventiva: “Se gli Stati Uniti o Israele provano a tamponare il programma nucleare iraniano bombardandolo in mille pezzi potrebbero innescare una conflagrazione generale in Medio Oriente che potrebbe destabilizzare il Kuwait, l’Arabia Saudita e gli altri stati del Golfo Persico da cui noi, l’Europa e l’Asia dipendiamo totalmente per il nostro petrolio”.

La prospettiva del libro si collocava dunque agli antipodi dei disegni adottati da Trump e Netanyahu: “Tutto ciò che possiamo fare è continuare ad esortare gli israeliani e i palestinesi a proseguire a dialogare, a essere ragionevoli. La strada dei ‘due Stati’ sembra ancora la migliore, benché le sue chance si rivelino in declino rispetto a qualche anno fa. Dobbiamo tentare di impedire agli israeliani di agire precipitosamente (ad esempio, sganciando bombe sull’Iran), esercitando al contempo pressioni su Teheran affinché abbandoni le sue ambizioni nucleari”. È precisamente l’opposto di quanto partorito dalla nociva coppia responsabile della guerra dei (per ora) dodici giorni.