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“Ciao Europa!”: Meloni ci consegna mani e piedi allo Zio Sam

Kenny Holston/The New York Times via AP, Pool – Associated Press/LaPresse

Kenny Holston/The New York Times via AP, Pool - Associated Press/LaPresse

Dopo il pomeriggio alla Casa Bianca il viaggio del vicepresidente Vance a Roma è quasi solo una gita di piacere. Lui comunque, prima del colloquio con la premier e del pranzo con la medesima Giorgia più Salvini e Tajani, aggiunge la sua pennellata al quadro di trionfo diplomatico che tanto gli Usa quanto l’Italia intendono offrire dell’incontro Trump-Meloni. Parla di “importanti negoziati commerciali non solo con l’Italia ma con l’Europa”, allude a una trattativa con l’Unione sui dazi. Tra Washington e Roma intanto prosegue l’idillio. “Giorgia è stata fantastica”, trilla lui. “Grazie presidente, continueremo a lavorare insieme”, risponde lei.

A chiarire i reali termini dell’accordo ci pensa a fine mattinata la lunghissima dichiarazione congiunta Usa-Italia diffusa dalla Casa Bianca. La premier italiana ha ottenuto ciò che voleva: Trump ufficializza l’intenzione di accettare l’invito a Roma in tempi celeri e conferma di stare “considerando” l’ipotesi di cogliere l’occasione per un incontro con la Ue che avrebbe effettivamente massima importanza e che per Meloni significherebbe aver fatto tombola. Il prezzo è caro e il documento certifica l’impegno della premier italiana a pagarlo per intero. Nessuna web tax per Big Tech: “Non vanno discriminate”. Acquisti di gas liquido a stelle strisce moltiplicati, certo “in modo reciprocamente vantaggioso”. Commercio Usa-Ue da rendere “equo e reciproco”, come dire bilancia commerciale da riequilibrare drasticamente. “Incrollabile impegno” comune per la Nato ma con i puntini sulle i: le sicurezze nazionali devono essere “allineate e finanziate”. D’ora in poi gli europei dovranno pagare molto di più.

Il succo politico dell’intesa viene non a caso squadernato all’inizio del testo. Sembra riguardare solo l’Ucraina ed è eloquente. L’Italia riconosce la leadership del presidente americano e lo supporterà nella ricerca di “una pace giusta e duratura”. E’ appena il caso di segnalare che l’Ucraina sarebbe il solo capitolo sul quale le visioni per il resto perfettamente armonizzate dei due Paesi un po’ divergono. Persino nel colloquio di giovedì la premier, sia pur molto sommessamente, si era smarcata ripetendo che la responsabilità dell’invasione è russa, mentre Trump si mostra molto meno convinto e anzi schiaffeggia a distanza Zelensky. L’incipit del comunicato congiunto dimostra che quelle parole Meloni le aveva pronunciate solo per salvare un po’ di dignità. Nei fatti riconosce in pieno la linea del presidente che considera invece l’Ucraina prima responsabile della guerra.

Solo che non si tratta affatto solo di Ucraina. Giorgia Meloni riconosce di fatto in pieno e a tutto campo la leadership dell’americano e lo fa nonostante l’Europa lo consideri evidentemente, pur se non ancora ufficialmente, una minaccia, un pericolo e un probabile nemico. Se fino al summit il primo ministro italiano aveva cercato di mantenersi in equilibrio tra le due sponde dell’Atlantico ora si colloca sempre nel mezzo, ma più come proconsole di Trump che come Paese europeo politicamente più vicino degli altri al trumpismo. È una torsione allo stesso tempo sottile ma profonda, che cambia le carte in tavola nel rapporto tra Italia ed Europa.
Gli effetti e le conseguenze di questo slittamento però sono un’incognita. Da un lato, indiscutibilmente, Meloni esce rafforzata dalla nomina ufficiale da parte del sovrano a sua interlocutrice numero uno in Europa. Se si arriverà a un accordo in grado di evitare la guerra dei dazi e se l’inquilina di palazzo Chigi potrà intestarsene il merito politico la sua centralità in Europa sarà assicurata. D’altro lato, però, da giovedì sera i leader che già la guardavano con sospetto saranno del tutto legittimati a sorvegliare ogni sua mossa con la diffidenza riservata a chi sta in realtà con la controparte.

Ma in questo difficile gioco d’equilibrismo la premier ha ancora, ma non si sa per quanto, un asso nella manica: la copertura assoluta che le ha garantito alla vigilia del viaggio Ursula von der Leyen e che sembra confermata dalla telefonata tra le due leader di ieri mattina. “Una buona telefonata” hanno fatto sapere laconiche le fonti di palazzo Berlaymont. Finché potrà avvalersi dello scudo della von der Leyen e soprattutto del Ppe anche la nuova Meloni, Giorgia l’Americana, potrà provare a tenere duro nel suo gioco. Certo, se la trattativa sui dazi dovesse non decollare o fallire sotto le macerie, in Europa, finirebbe lei per prima.