«Mentre la nostra terra continua ad essere ferita da guerre, in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso»: con queste parole papa Leone XIV ha voluto che oggi i cattolici del mondo invocassero la pace.
C’è da dire che già papa Francesco, sin dalla prima domenica dopo l’invasione di Putin in Ucraina, non ha lasciato domenica senza intervenire. C’è una continuità straordinaria tra i due Papi. Oggi Papa Leone chiede che da tutte le chiese del mondo salga un grido comune che scuota il cielo. Potremmo dire che il Papa chiede a tutta la Chiesa di non lasciarlo solo a pregare per la pace. La preghiera fatta in comune, come un unico grido, deve scuotere non solo il cielo ma anche la terra. Questo grido comune deve mettere in vibrazione di simpatia (si chiama “viola d’amore” lo strumento che fa questo lavoro) anche le corde di tutte le religioni dell’umanità. Perché, con tutta la secolarizzazione che volete, se le religioni del mondo “scomunicassero” la guerra – soprattutto quella che qualcuno osa ancora indicare come la strage che “Dio vuole” – la guerra diventerebbe un “sacrilegio”. E la pace cesserebbe di essere soltanto una speranza, diventerebbe una fede.
La preghiera cristiana deve ribellarsi alla normalità della guerra. Il Vangelo che è risuonato domenica scorsa in tutte le chiese del mondo: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12, 49), ci dice che la rivoluzione evangelica non è solo un auspicio delle anime belle. Deve diventare una passione infocata che brucia tutto l’ossigeno alla crudeltà della violenza, che minaccia ottusamente tutto l’habitat e tutti i suoi i suoi abitanti. Non abbatte soltanto i bambini e le case, avvelena i pozzi della mente e costruisce le catene dell’odio, di generazione in generazione. Dio non è in guerra col mondo, con nessuna parte del mondo. Dio “ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Sì, Dio ama questo mondo che noi stiamo distruggendo. Per questo la guerra non può mai essere giusta: è sempre contro Dio e i suoi figli. E la Chiesa, come madre, è sempre – come il Padre del cielo – contro la morte dei suoi figli, a qualunque nazione e popolo appartengano.
Il momento storico che stiamo vivendo contiene un’urgenza che tutti, ormai, percepiscono come discriminante per le sorti di questo secolo. Ora o mai più. Le guerre in corso, le armi che si mettono in campo, i soprusi e le violenze infinite che mietono vittime innocenti, se non si interrompono subito, diventeranno nuovamente una normale e orribile forma di governo. In una politica di guerra i popoli diventano schiavi. La tecnica esalta i distruttori, l’economia arricchisce i predatori, affina le armi. Se non si avvia ora una gigantesca opera di disincanto del delirio di onnipotenza che celebra l’eroismo della sopraffazione, avremo persino – in breve tempo – anche un’etica di guerra, che si tramanderà di padre in figlio. Per decenni e decenni. Serve uno scatto di umanità, di consapevolezza, che attraversi le coscienze di tutti a partire da quelle dei credenti.
La Chiesa cattolica è una realtà diffusa su scala mondiale (1,4 miliardi di fedeli, oltre cinquemila vescovi, associazioni, movimenti e parrocchie, congregazioni religiose maschili e femminili, diffusi capillarmente ovunque nel mondo). È un patrimonio da spendere con maggiore generosità. Siamo incalzati da due encicliche ispirate, Laudato si’ e Fratelli tutti, che attendono di essere trasformate in economia di pace. E’ urgente che credenti e uomini di buona volontà si incamminino verso un “umanesimo planetario” per l’edificazione di un futuro che sia per tutti. L’appello è anche per gli spiriti liberi e forti perché siano più creativi e propositivi. Purtroppo, la società postmoderna diffida degli intellettuali, la stessa Chiesa sembra tiepida coi teologi. Per contrastare la saccente arroganza del catechismo neoliberista dell’economia e della tecnica, è urgentissimo firmare una grande alleanza fra la potenza del sapere umanistico all’altezza della sfida e l’autonomia di una governance che ritroverebbe l’orgoglio del bene comune.
In un appello a suo tempo promosso, in questa prospettiva, da un gruppo di teologhe e teologi legati alla Pontificia Accademia per la Vita sottolineammo la potenza iconica e sapienziale della “scena originaria” che accompagna tutta la vicenda evangelica con il legame “dei tre”: “Gesù, i Discepoli della chiamata, la Folla dei chiunque. (Nell’ombra, il quarto, ossia l’Antagonista diabolico che cerca di sabotare la rivoluzione evangelica della religione, variamente interpretato da figure religiose e/o civili). L’ecclesiologia moderna ha dedicato – e dedica – molta attenzione al rapporto fra Gesù e i Discepoli, con lo scopo di definirne le prerogative e gli impegni (ma anche i privilegi e i poteri). L’evangelizzazione della Folla tende ad essere considerata una conseguenza, derivante dal buon rapporto di Gesù e dei Discepoli. Nel vangelo non è così. Gesù è sempre in presa diretta anche con la Folla dei chiunque: e non semplicemente per reclutarli ad una nuova religione e consegnarli all’obbedienza ecclesiastica. L’obiettivo fondamentale e prioritario è mostrare loro potenza dell’amore di Dio: e invitarli alla riconoscenza per la sua scoperta della sua ampiezza, che eccede la condizione etnica, sociale e anche religiosa della loro storia. Questa scena – che mostra nella sua interezza qual è la “chiesa”, l’ekklesia di Gesù – appare oggi in tutta la sua crisi “pastorale”: la Chiesa si occupa troppo di sé, cerca di allargare la sua influenza, ma troppo poco mostra i segni del regno di Dio nella vita ordinaria della Folla che abita il mondo, oltre i confini della cerchia dei Discepoli. I Discepoli chiamati da Gesù sono essenziali per la mediazione autorevole dell’autenticità della rivelazione: ma non sono l’unico modello della fede. Non per caso la Samaritana e la Cananea, Zaccheo e il Centurione, figure emozionanti della fede suscitata e riconosciuta da Gesù, appaiono sottodimensionate nella teologia e nella pratica ecclesiale. Quella che ora chiamiamo “sinodalità” è la riapertura di questa dimensione ecclesiale inaugurata da Gesù. La dimensione “popolare” della rivelazione non definisce un concetto di classe e non è una furbizia demagogica. Il “popolo di Dio” non è una quantità demografica o una selezione confessionale: il popolo di Dio è il simbolo reale della destinazione universale della grazia (LG, 9; cfr. Francesco, Fratelli tutti, 156-162). Il popolo di Dio si apre un varco a partire dagli uomini e dalle donne delle Beatitudini, e frequenta i perduti e gli esclusi, in vista di una speranza della salvezza che si apre per tutti. Perché è l’apertura della grazia, la cui giustificazione è l’amore di Dio che fa nascere e fa rinascere: anche ai confini del nulla”.
Eccoci chiamati a rispondere al Dio annunciato da Gesù Cristo, che si rivolge alla Folla dei “chiunque” e chiama al suo servizio coloro che accettano di farsene Discepoli “amici”. Di qui deve prendere la sua potenza la resilienza evangelica della pace che sfida i signori della guerra. I figli di Abramo, che possono interrompere la trasmissione del delirio di onnipotenza di Adamo, sono come i granelli di sabbia e le stelle del cielo (Gn 13, 16; 26, 4)): più numerosi dei capi delle nazioni, che cercano gloria mentre fabbricano schiavi (Lc 22, 25). Accompagniamo il Papa nella sua testimonianza per la pace universale!