Nadia Urbinati, accademica, politologa italiana naturalizzata statunitense, docente di Scienze politiche alla prestigiosa Columbia University di New York.
Fino in fondo, senza mediazioni, anche a costo di mandare truppe di terra. Li spazzeremo via, senza pietà. È la “dottrina Trump” non solo in Medio Oriente ma nel mondo?
Senz’altro è la “dottrina Trump” in Medio Oriente, per ora. Trump ha avuto la stessa violenza linguistica nel caso della Groenlandia, dove non ha usato le armi ma ha fatto sfoggio della stessa protervia, uno squadrismo verbale della serie ‘voi ci dovete dare quello che vogliamo’.
La logica del suo ragionamento non cambia. Cambiano i mezzi. È la stessa logica, con l’aggiunta della forza, come in Venezuela; e lo vedremo agire cosí a Cuba che sta prendendo per fame. Diverse tattiche, stessa logica predatoria.
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Ma la specificità mediorientale a suo avviso qual è?
Ce ne sono diverse, molto intersecate e in alcuni casi anche divergenti. Innanzitutto, il rapporto molto forte di Trump con Netanyahu, o meglio, di Netanyahu con Trump. Dalla lettura dei quotidiani s’intuisce che il motore primo dell’attacco all’Iran sia partito da Netanyahu che ha avuto da subito, e non credo che ci sia stato bisogno di chissà quale pressione per averlo, il pieno sostegno di Trump, militare e politico. C’è un mutuo vantaggio. Senz’altro di Netanyahu, personale e del suo governo, che vivono di guerra. Per quanto riguarda il vantaggio americano, il discorso si fa più complicato.
Perché, professoressa Urbinati?
Forse gli interessi, anche economici, di Trump, della sua famiglia, dei suoi amici, dei suoi co-investitori in affari potranno aver avuto una qualche influenza. Ma ciò non vale, e non è cosa da poco, per quanto riguarda i partner americani nel Golfo Persico, penso all’Arabia Saudita, al Qatar, agli Emirati Arabi Uniti, al Bahrein e via elencando, che da questa escalation militare non sembrano trarre benefici. Tutt’altro. È molto probabile che il suo voler bombardare l’Iran non abbia tenuto conto delle implicazioni che vediamo sotto gli occhi. Oppure…. che spinga questi paesi ad allearsi e agire di concerto contro l’Iran. Se questo come già sembra avviene, allora ha ottenuto un risultato non irrilevante e che avrà effetti futuri. Un altro elemento da considerare è il ridisegno degli equilibri di potenza in Medio Oriente. Il declino dell’Iran non è solo nei disegni di Netanyahu. Le vicende mediorientali, le guerre che hanno marchiato la regione, vanno anche lette come uno scontro interno al mondo musulmano tra sciiti e sunniti, con i primi che hanno nell’Iran degli ayatollah e dei pasdaran il loro Stato-regime guida. La Mezzaluna sciita, con l’Iran alla guida e i suoi proxy in tutta la regione – in Libano, in Iraq, in Siria, nello Yemen etc – ambiva a contendere a Israele l’egemonia nella regione. Ora questi equilibri di potenza stanno cambiando. Se c’è un futuro alla fine della guerra, questo sarà più all’interno delle possibilità di manovra d’Israele piuttosto che dell’Iran e poi dell’alleanza delle forze arabe anti-iraniani. D’altro canto, non è un mistero che le petromonarchie sunnite, e non solo, al di là dei pronunciamenti verbali critici, non è che abbiano adottato chissà quale politica ritorsiva nei confronti d’Israele quando l’esercito di Tel Aviv massacrava i palestinesi a Gaza. Oggi, tuttavia, qualche decisione la stanno prendendo e prepara un futuro non ritagliato sull’Iran. Tant’è che Netanyahu ha sempre tenuto rapporti buoni con una parte del mondo arabo, in particolare con i Paesi del Golfo Persico. E lo stesso ha fatto Trump (fin dal tempo della prima sua presidenza con gli Accordi di Abramo). Rompere il fronte arabo-musulmano è un vecchio disegno, in parte realizzato, che ha come obiettivo strategico quello di isolare, o comunque contenere fortemente, gli sciiti, a cominciare dall’Iran che ne è lo Stato guida.
Vista dagli Stati Uniti, che figura sta facendo l’Europa?
Se la guardiamo dal giornalismo autorevole americano, in primis il New York Times, l’Europa ne esce anche in questo caso debole. Di nuovo, dimostra di non avere la forza, e forse neanche la volontà, non dico di fermare Trump, perché questa non ce l’ha nessuno per ora, ma quantomeno di sfilarsi da questa avventura militare e affermare che con questa guerra noi non c’entriamo. Però consiglierei moderazione di giudizio, perché la guerra è in corso e non sappiamo se i paesi europei saranno anche domani cosí abbottonati oppure si avvicineranno alle posizioni del governo spagnolo. Comunque, Trump ha voluto tener fuori l’Europa e ha anche agito al di fuori della Nato. E anche per questo, la UE ha un buon argomento: ‘non potete pretendere da noi alcun tipo di sostegno’. Questo disimpegno europeo lo si avverte negli Stati Uniti, quantomeno nella componente di opinione pubblica più avvertita e orientata da quegli organi d’informazione che ancora resistono al trumpismo. Non si critica l’Europa di passività ma di disimpegno da una guerra dalla quale sono stati tenuti fuori. Non sappiamo ancora se si tratterà di una marginalizzazione dell’Europa o invece della libertà dal coinvolgimento in guerra che lascia aperti spiragli diplomatici importanti.
A cosa si riferisce, professoressa Urbinati?
I droni che colpiscono Cipro che, fino a prova contraria, fa parte dell’Europa. Dovrebbe esserci un interesse fortissimo da parte dei Paesi europei, e dell’Unione europea nella sua interezza sovranazionale, di contenere i danni di una radicalizzazione del conflitto in atto. Vediamo che navi militari di alcuni paesi europei sono giunte a Cipro in funzione difensiva. Il territorio della UE si deve pattugliare e proteggere. Ai problemi di sicurezza si aggiungono quelli economici. E il danno economico c’è già. Perché la chiusura dello Stretto di Hormuz sta già producendo uno stress nella bolletta energetica dei Paesi europei. L’Iran è consapevole che questa è l’arma più efficace che ha disposizione. Stressare l’economia europea e non solo; chiamare in causa gli enormi interessi della Cina, la cui economia dipende moltissimo dal petrolio iraniano. Strategicamente, questo è nell’interesse del regime iraniano ancor più di colpire i Paesi arabi confinanti. Il bombardamento di Teheran, che avrebbe dovuto uccidere “solo” Khamenei, ha ucciso persone innocenti e ucciderà la stabilità economica, sociale e politica anche di Paesi che non c’entrano direttamente con la guerra. Non solo l’America. Ci rimetteremo noi in Europa, come ci rimetterà la Cina che ha già il ranking della performance economica in discesa. Tutto il mondo subisce un impatto da questa guerra, che è in questo senso, e con le specificità velocemente menzionate, una guerra mondiale. E ancora una volta Trump è il dominus che ha deciso per tutto il mondo quali ne saranno i destini del mondo.
Israele va al voto ad ottobre, in quelle che sono giustamente considerate le elezioni più importanti e drammatiche della sua storia. A novembre negli Stati Uniti ci sono le elezioni di midterm. Professoressa Urbinati, quella in atto non è anche una guerra “elettorale” per Netanyahu e per Trump?
Probabilmente sì, e questo sta a dimostrare a tutti coloro che pensano che le elezioni non abbiano potere, quanto invece le elezioni un potere ce l’hanno, eccome se ce l’hanno. Hanno tanto potere da indurre due leader potentissimi a utilizzare armi micidiali per vincere le elezioni. È proprio il caso di fare un appello a quanti a votare non ci vanno, o a quei teorici convinti che le elezioni siano una giustificazione del potere e non invece una creazione di potere. Noi creiamo, con il voto, potere al punto che i Trump e i Netanyahu hanno timore di perdere quel potere elettorale che è determinante nel praticare le loro strategie. Queste due elezioni dimostrano la potenza della democrazia elettorale. Mai considerarla secondaria. E questi due leader usano tutte le strategie possibili, anche le più estreme, per salvare se stessi. Entrambi, Trump e Netanyahu, hanno bisogno di salvare se stessi. Non è soltanto vincere politicamente. Le vicende che riguardano, non da oggi, Netanyahu, nella sua carica di primo ministro, hanno a che fare con la giustizia penale, con casi di corruzione e abuso di potere. Non parliamo poi di Trump. La vicenda-Epstein è solo l’aspetto più eclatante di una serie di abusi, locali e nazionali, che hanno contrassegnato la presidenza Trump. Se il tycoon perderà le elezioni di midterm, e si determinerà una maggioranza democratica nei due rami del Congresso, beh, l’impeachment sarà alle porte. È talmente certa la cosa, che Trump farà il massimo per evitarlo. E il massimo può voler dire tanto. Non solo la guerra. Non solo l’uccisione di capi e la distruzione di Paesi e di persone che non c’entrano nulla con il destino di Trump, ma effetti devastanti all’interno della stessa America. Trump, lo ha detto chiaramente, è disposto a intervenire per dimostrare la nullità delle elezioni. E userà la guerra, magari non solo quella oggi in atto; ne potrà scatenare un’altra, magari nella vicina America latina. Visto che siamo ancora un po’ lontani da novembre, potrebbe servirgli una nuova incursione violenta in un paese dell’America centrale, magari per poter affermare: siamo in guerra e non si può votare o per giustificare una militarizzazione degli Stati dell’Unione. Potrebbe anche dire, ad elezioni avvenute, che si deve rifare il conteggio perché il voto non è valido, è stato contaminato. Insomma, molte sono le strategie (violente o no, lecite o no, legali o no) che può usare per vincere. Persone come Trump, che hanno tanto potere politico nelle loro mani e che corrono rischi con la giustizia, sono disposte a utilizzare quel potere per cambiare le carte in gioco, per il loro personale destino, per il proprio tornaconto. Queste sono forme tiranniche. La tirannia è questo, quando non sei al servizio del tuo popolo ma è vero il contrario. Il potere va tenuto ad ogni costo e con ogni mezzo, anche il più arbitrario. Tenere lo Stato attraverso un uso spregiudicato, appunto tirannico, del potere.
Qual è oggi lo stato di salute dei Democratici?
Non così disastroso come qualche tempo fa, come lo era all’inizio del secondo mandato Trump. C’è un ricompattamento dell’opinione pubblica. Questa guerra non è compresa, voluta e sostenuta dalla maggioranza del popolo americano. Tutti i giorni i sondaggi confermano questa tendenza. In secondo luogo, la guerra ha ricompattato, nel giudizio negativo, tutte le opposizioni. Non è come per l’intervento a sostegno d’Israele perché c’era Hamas, ed era in qualche modo comprensibile la spaccatura tra coloro che erano a favore dell’appoggio a Israele a tutti i costi e quelli contrari, soprattutto quando l’azione israeliana a Gaza ha assunto le dimensioni di un genocidio. Stavolta negli Stati Uniti l’opposizione è unita sul giudizio su questa guerra. Least but not last, le ultime vittorie elettorali, dei governatori dalla Virginia fino al New Jersey, il sindaco di New York, e le suppletive per l’elezione di rappresentanti al Congresso, in tutte le elezioni che si sono tenute da gennaio in poi in vari Stati dell’Unione, i Democratici hanno vinto, se non addirittura stravinto. Dovunque. Il segno è molto positivo, anche se i Democratici americani sono una costellazione di tante anime, un po’ come il PD in Italia. Scombinate, ma di fronte a un avversario così inquietante, pericoloso, trovano una loro unità d’intenti e di azioni (cosa che non sembra essere col PD italiano). Anche per gli Stati Uniti, la posta in gioco è la difesa della Costituzione e dei fondamenti dello stato di diritto e della democrazia liberale.