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Porrajmos, il giorno della memoria (dimenticata) del genocidio di rom e sinti

AP Photo/Mindaugas Kulbis

AP Photo/Mindaugas Kulbis

Sabato 2 agosto abbiamo ricordato il Porrajmos, il genocidio del nostro popolo: oltre 500.000 rom e sinti sterminati dal nazismo e dai suoi alleati in tutta Europa. Ricordiamo i nostri bambini uccisi, le donne sterilizzate, i corpi bruciati ad Auschwitz-Birkenau nello Zigeunerlager. Ricordiamo, come ogni anno, in un silenzio che ancora oggi accompagna la nostra memoria dimenticata dalle istituzioni e dai libri di storia. Ma non possiamo commemorare il nostro genocidio restando in silenzio davanti al genocidio in corso a Gaza.

Il Porrajmos ci obbliga a guardare Gaza – senza ipocrisie. Chi è stato vittima dello sterminio perde se stesso quando diventa carnefice. Chi è stato disumanizzato non può disumanizzare altri senza cancellare la memoria. La memoria della Shoah e del Porrajmos non autorizza nessuno a trasformare la propria ferita in strumento di genocidio. Il senso di colpa di chi si sente responsabile oggi per il genocidio ebraico non può essere il motivo che giustifichi il genocidio a Gaza. A Gaza oggi si muore come si moriva nei Lager. Si muore bruciati vivi nelle tende dei campi profughi bombardati, si muore per prendere un sacco di farina, di fame e di sete, si muore tra le macerie, nei corridoi degli ospedali distrutti.

Si vive senza acqua, senza cure, senza elettricità, senza scampo. Gaza è un luogo chiuso, circondato, bombardato, dove si uccide con impunità. È, a tutti gli effetti, un campo di concentramento contemporaneo. Lo dicono i fatti, non le emozioni. Politici israeliani chiamano pubblicamente i palestinesi “animali”, “insetti”, “non umani”. I bambini israeliani vengono ripresi mentre cantano: “Elimineremo tutti i palestinesi entro un anno”. I missili colpiscono deliberatamente ospedali, campi profughi, scuole, ambulanze. Si usano armi a guida remota per uccidere civili. Si spara in testa a bambini che piangono e chiedono aiuto. Intere famiglie vengono annientate mentre cercano riparo.

Noi rom non siamo particolarmente affezionati alla filologia, siamo poco interessati alla burocrazia delle definizioni precise. Sappiamo bene cosa è genocidio perché l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle e possiamo dire: questo è genocidio. È la distruzione sistematica e deliberata di un popolo. È la disumanizzazione assoluta trasformata in politica di Stato. È ciò che abbiamo subito noi. È ciò che oggi subiscono i palestinesi. Chi ha conosciuto Auschwitz e non riconosce Gaza ha smesso di capire Auschwitz. I palestinesi oggi sono gli ebrei e i rom di ieri. E l’Europa, ancora una volta, tace. Noi, che siamo stati trattati come rifiuti umani, oggi riconosciamo le stesse parole, gli stessi meccanismi, la stessa logica genocidaria applicata a un intero popolo.

Il 2 agosto 2025 avremmo voluto essere ad Auschwitz, come ogni anno, per commemorare il nostro lutto collettivo. Quest’anno non ci siamo riusciti. Ma anche da lontano, anche senza essere fisicamente lì, non smettiamo di ricordare. Non smettiamo di testimoniare. E non smettiamo di legare la nostra memoria a quella di chi oggi è vittima dell’ingiustizia più estrema. Oggi preghiamo per i nostri morti, e per i bambini di Gaza. Per le donne, i vecchi, gli uomini innocenti. Per le vittime del genocidio in corso. Perché “mai più” non vale solo per gli ebrei. Non vale solo per i rom. Vale per tutti. O non vale per nessuno. La memoria non è un possesso. È una responsabilità. E oggi, davanti a Gaza, noi abbiamo il dovere di assumerla.