Stefano Levi Della Torre, saggista, critico d’arte, è tra le figure più autorevoli, sul piano culturale e per il coraggio delle sue posizioni, dell’ebraismo italiano. Definirlo coscienza critica dell’ebraismo italiano è cogliere solo una parte, pur importante, del suo andare controcorrente rispetto al pensiero mainstream e ai suoi adepti.
I pogrom contro i villaggi palestinesi. Una impunità esibita con arroganza. Israele è diventato lo “Stato dei coloni”?
Come vadano le cose nei territori occupati è riassunto in una recente testimonianza diretta di David Shulman, professore di Storia comparata delle Religioni all’Università di Gerusalemme, insignito dell’“Israel price” nel 2016, attivista e tra i fondatori dell’organizzazione israeliano–palestinese per la pace Ta’ayush. Riguarda il villaggio palestinese di Mu’arrajat. Due gruppi coordinati di coloni provenienti da insediamenti diversi hanno invaso il villaggio di notte, hanno rubato un gregge di una sessantina di pecore, hanno installato i primi elementi di un loro nuovo avamposto, sono entrati nelle abitazioni e le hanno saccheggiate, hanno bastonato le persone, rubato i loro introiti e le hanno minacciate di morte. La polizia e i militari si sono rifiutati di intervenire, come sarebbe stato loro dovere in termini di legge. Gli abitanti hanno caricato sui furgoni quel che gli restava e hanno lasciato Mu’arrajat. Gli attivisti di Ta’ayush hanno fatto appello urgente presso l’Alta Corte di Giustizia, e il giudice Mintz ha sentenziato che da parte della Corte non sussisteva alcuna ragione di agire. In Cisgiordania, i coloni, che hanno i loro autorevoli rappresentanti al governo, hanno colto l’occasione dell’aggressione di Hamas del 7 ottobre 23 (avvenuta da Gaza, non dalla Cisgiordania) per passare dalla vessazione sistemica dei palestinesi ad una vera e propria offensiva predatoria, spalleggiata dalla polizia israeliana e dall’esercito, e infine l’Alta Corte di Giustizia si è astenuta o più precisamente ha legittimato lo stato di apartheid con i suoi corollari di predazione, violenza e minaccia terroristica di morte. L’alta Corte di Giustizia non sanziona ma al contrario sancisce la pulizia etnica.
Cosa racconta questo fatto?
Qui compare un rapporto organico tra coloni, esercito, governo e Stato, quasi che la politica dei coloni si fosse fatta ragion di Stato e la ragion di Stato si fosse fatta politica dei coloni. È logico, perché l’obiettivo dell’Israele nazionalista di destra non è il compromesso di pace, ma è quello di liquidare definitivamente la questione palestinese con la strage, la deportazione, i Campi di Concentramento come Sde Teiman nel Neghev e quello annunciato nel sud della Striscia: con la pulizia etnica.
Il fatto è che i sionisti fascisti e i sionisti religiosi, che rappresentano i coloni nel governo, tengono in ostaggio il governo stesso, minacciando di farlo cadere se non mantiene la linea più oltranzista, e a questo ricatto Netanyahu, volonteroso carnefice di Gaza e Cisgiordania, sottostà di buon grado, anche per sfuggire ai tribunali che lo attendono per corruzione, e a sua volta tiene in ostaggio Israele portandolo in guerra su sempre nuovi fronti. Netanyahu sopravvive di guerra.
Nella vulgata comune, alla parola fondamentalismo si è soliti aggiungere l’aggettivo islamico. Ma si chiudono gli occhi o comunque si tende a minimizzare l’esistenza e la pericolosità del fondamentalismo ebraico.
Per i coloni, l’apartheid, che lascia sussistere i palestinesi in stato di soggezione, è già un compromesso ed essi rifiutano qualunque compromesso: il loro dio, dicono, vuole il palestin-rein, “liberare” la Palestina dai palestinesi, vuole il gerush dei palestinesi come lo vollero i Re Cattolici per gli ebrei di Spagna nel 1492 in nome del loro dio. Si vede che questo dio è sempre lo stesso e vuole sempre le stesse cose: un dio feroce e senza fantasia, timoroso della varietà del mondo come il dio dei talebani. I coloni sono fondamentalisti religiosi: depredano i palestinesi di averi e di territorio ma sostengono che sono i palestinesi ad essere i ladri perché occupano una terra che è stata donata agli ebrei da Dio. Per fede capovolgono la verità e l’evidenza. Sono convinti, sono in “buona fede”. La buona fede sostituisce la coscienza. Sono predatori, sono terroristi in buona fede come succede spesso ai terroristi. E questa buona fede unisce alla ferocia lo squallore, cioè la piattezza mentale e morale: i fondamentalisti, che siano ebrei o islamisti o cristiani o induisti, vivono di antagonismo verso l’ “altro”, ma finiscono per essere noiosamente simili tra loro, dicono e fanno le stesse cose. Noiosamente e in buona fede. La fede in buona fede è molto spesso l’abito in cui travestire i propri interessi politici ed economici, per nasconderli anche a sé stessi. Anche molti nazisti erano in buona fede, perché avevano delegato alla fede la loro coscienza. “Credere, obbedire, combattere” è il motto mussoliniano che riassume ogni fondamentalismo politico o religioso.
La logica amico/nemico guida non solo le relazioni tra Stati ma anche le dinamiche interne alle comunità. È il caso della diaspora ebraica italiana, con i violenti attacchi contro Anna Foa, “colpevole” di aver scritto un libro coraggioso, e di successo, come Il suicidio d’Israele.
Nella tradizione ebraica è discussa la responsabilità di avvertire se ci si mette su una china disastrosa. È giusto avvertire, è colpa non farlo. Il libro di Anna Foa è un avvertimento. Ma per molti è troppo arduo discutere se il danno viene dalla propria parte, è più gratificante pensare che il danno venga dagli altri, preferiscono sentirsi vittime per evitare il problema dei crimini che Israele sta compiendo. Mettono in primo piano l’antisemitismo piuttosto che il massacro di Gaza, che è una catastrofe dei palestinesi innescata da Hamas con la sua aggressione del 7 ottobre 2023, ma è anche una catastrofe della civiltà di Israele, della sua dignità e del suo futuro. Per sentirsi vittime, mettono in primo piano l’antisemitismo che si risveglia e monta anche a causa dei crimini di massa che Israele sta compiendo, per non porsi il problema di diventare conniventi col fascismo e col razzismo che monta in Israele. Voglio giocare al profeta: verrà un giorno in cui molti di quelli che non accettano neppure di discutere gli avvertimenti di Anna Foa, che li respingono perché disturbano i loro stereotipi identitari e vittimistici rassicuranti, troveranno sempre più difficile dire e dirsi che sono calunnie e fake news i crimini più che documentati compiuti in nome di Israele e degli ebrei, e allora prenderanno Netanyahu come “capro espiatorio” e accuseranno lui di quei crimini per scagionare la propria connivenza mentale e psicologica con quel “lavoro sporco” fatto per conto degli ebrei e della “civiltà occidentale”. Ci vorranno generazioni per elaborare questa catastrofe morale e politica. Sarà un dramma analogo a quello vissuto dai comunisti verso l’URSS, ma l’URSS aveva vinto il nazismo, Netanyahu avrà appena ridimensionato temporaneamente Hamas, Hezbollah e l’Iran, al prezzo di aver deformato Israele, attentato alla memoria della Shoah, e al prezzo dello sterminio di civili e della negazione del popolo palestinese. Troppa gente ha delegato la propria coscienza e il proprio ebraismo a Israele come Stato-guida, invece di collaborare con quella parte ora minoritaria di Israele che si batte per costruire una prospettiva di compromesso per la convivenza di due popoli nella sicurezza.
Anche tra i critici del governo Netanyahu, si fa fatica a riconoscere i palestinesi come popolo, con una propria storia, identità nazionale. Ma una pace giusta non si fonda sul riconoscimento dell’altro da sé?
Il riconoscimento reciproco è la premessa di ogni soluzione politica. Ma il rapporto tra gli ebrei israeliani e i palestinesi non corrisponde al modello coloniale, qual era ad esempio quello tra Francia e Algeria, separate dal mare. Tra israeliani palestinesi il rapporto è corpo a corpo. Sono stretti su un’unica piccola terra. La preoccupazione di fondo degli ebrei in Israele è di perdere alla fine sul piano demografico, che il prevalere demografico dei palestinesi scalzi l’unico luogo del mondo a maggioranza ebraica, che era una delle ragioni dell’esistenza di Israele: che gli ebrei diventassero maggioranza almeno in un luogo, cambiando almeno in un luogo meno esteso della Lombardia, la loro condizione di 2000 anni di diaspora. La questione palestinese non è un problema esterno ma interno a Israele. Tanto più interno quanto più Israele ha contribuito al fallimento degli gli accordi di Oslo del 1993, puntando a incamerare, di fatto e non di diritto, i territori occupati con la vittoria in 6 giorni sugli eserciti arabi nel 1967. Mantenendo l’occupazione dei territori la questione palestinese è diventata una malattia interna a Israele. Ora la destra israeliana ha voluto cogliere l’occasione dell’aggressione di Hamas per tentare una soluzione finale della questione palestinese estirpando i palestinesi dalla Palestina. Per questo ha coltivato il razzismo antipalestinese, per non riconoscere un altro popolo e i suoi diritti. Ha coltivato una mentalità coloniale all’interno stesso di Israele. Infatti, il governo Netanyahu ha trattato la guerra contro Gaza come fosse una questione “privata”, in cui altri, a cominciare dall’ONU, non avessero voce in capitolo. Se avessero avuto voce. Per i loro obiettivi politici, i sionismi hanno contribuito a declinare la storia degli ebrei come fosse soprattutto una storia di persecuzioni. Ma questo non spiegherebbe lo strano fenomeno della capacità di durata degli ebrei.
Quale?
L’altro lato della storia, e quello prevalente, sta nella straordinaria capacità degli ebrei di costruire relazioni utili e creative con le diverse società e culture in cui erano immersi nella loro dispersione tra le nazioni. E’ questo e non la forza che ha garantito la durata degli ebrei e dell’ebraismo nei secoli. Su questo si basa non solo il passato ma anche il futuro degli ebrei. I quali sono stati favoriti nella elaborazione delle loro culture e delle loro convivenze dall’universalismo dei diritti, e la liberazione dai ghetti e la nascita stessa di Israele sono avvenute in virtù di questo universalismo. La destra ebraica e israeliana ha rovesciato tutto questo: pensa che solo la forza militare, solo il nazionalismo autoreferenziale armato è garanzia di sicurezza, contro un mondo fatalmente antisemita, e si è posta all’avanguardia di tutti i sovranismi che puntano sull’arbitrio e vanno smantellando il pensiero universalistico, nonché le istituzioni internazionali e il diritto internazionale. Questo annuncia isolamento e rovina.