Ricordare Bettino Craxi non è un esercizio di nostalgia. È, semmai, un passaggio necessario perché la sinistra italiana possa finalmente fare i conti con la propria storia e tornare a parlare al presente. Il lungo silenzio che ancora oggi circonda la figura di Craxi non è neutro: è il segno di una rimozione irrisolta, di una difficoltà profonda a confrontarsi con una stagione riformista che ha segnato l’Italia e che continua a interrogarci. Craxi è stato un leader divisivo, certo. Ma è stato anche l’ultimo grande capo di un socialismo di governo che ha provato a modernizzare il Paese, a rafforzarne il ruolo internazionale, a sfidare tanto il conservatorismo quanto l’immobilismo ideologico. Liquidarne l’eredità con una semplificazione morale o giudiziaria ha consentito a molti di evitare una riflessione più scomoda: quella sulle responsabilità collettive, sui limiti del sistema politico e sulla fine di una cultura riformista autonoma.
Oggi, a distanza di decenni, il tema del garantismo torna con forza al centro del dibattito pubblico, in particolare in relazione alla riforma della giustizia. Craxi fu tra i primi a denunciare il rischio di una giustizia che travalica il proprio ruolo, di un processo mediatico che anticipa e spesso sostituisce quello giudiziario. Non era una difesa corporativa, ma una battaglia di principio: senza garanzie, senza equilibrio tra poteri, la democrazia si indebolisce. È un tema di drammatica attualità. Il garantismo non è indulgenza verso l’illegalità, ma tutela dei diritti, presunzione di innocenza, rifiuto delle gogne. Una sinistra che rinuncia a questo terreno abdica alla propria funzione storica di difesa dei più deboli, perché le derive giustizialiste colpiscono sempre prima chi ha meno voce e meno strumenti per difendersi. Ma l’eredità di Craxi non si esaurisce nel rapporto con la giustizia. Essa parla anche di grande riforma, di innovazione istituzionale, di modernizzazione dello Stato. Craxi aveva compreso che l’Italia non poteva reggere con istituzioni fragili, governi deboli, decisioni lente. La sua idea di riforma presidenzialista, oggi spesso evocata senza memoria e strumentalizzata, nasceva dalla consapevolezza che la stabilità è una condizione della democrazia, non la sua negazione.
C’è poi un altro asse fondamentale: quello che tiene insieme merito e bisogni. Craxi ruppe un tabù a sinistra, affermando che la crescita, l’impresa, il riconoscimento del merito non sono valori di destra, ma strumenti di emancipazione. Al tempo stesso, non rinunciò mai all’idea di uno Stato sociale forte, capace di proteggere chi resta indietro. Una sintesi che oggi sembra smarrita, schiacciata tra assistenzialismo e retorica del mercato. Anche sul tema della sicurezza, la lezione craxiana appare sorprendentemente attuale. Sicurezza non come slogan, ma come diritto dei cittadini, soprattutto dei più fragili. Sicurezza come condizione della libertà, non come sua compressione. Una sinistra che ignora questo terreno lo consegna inevitabilmente ad altri.
Infine, c’è la dimensione internazionale. La lezione di Sigonella resta uno dei momenti più alti della storia repubblicana: la rivendicazione della sovranità nazionale dentro l’alleanza atlantica, il rispetto del diritto internazionale, l’idea che l’Italia potesse essere un Paese leale ma non subalterno. In un mondo segnato da nuovi conflitti e da un ordine internazionale fragile, quella lezione andrebbe studiata più che rimossa. Il silenzio della sinistra italiana su Bettino Craxi non è solo una mancanza di memoria: è un limite politico e culturale. Fare i conti con Craxi non significa assolvere o condannare, ma comprendere. Significa recuperare una tradizione riformista capace di parlare di libertà, giustizia, modernità, diritti e responsabilità. Senza questo confronto, la sinistra rischia di restare prigioniera di un eterno presente, incapace di affrontare le sfide nuove con strumenti adeguati. Ricordare Craxi, oggi, non è guardare indietro: è provare, finalmente, a guardare avanti.