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Intervista ad Angelo Bolaffi: “Afd è una minaccia reale ed esistenziale, quello che succede in Germania decisivo per l’Europa”

Michael Kappeler/dpa via AP

Michael Kappeler/dpa via AP

Angelo Bolaffi. Filosofo della politica e germanista, ha insegnato Filosofia politica all’Università La Sapienza di Roma. Dal 2007 al 2011 è stato direttore dell’Istituto di cultura italiana a Berlino. È membro della Grüne Akademie della Böll Stiftung di Berlino e del direttivo di Villa Vigoni “Centro italo-tedesco per l’eccellenza europea”. È autore di numerosi saggi, editi da Donzelli, tra i quali Il sogno tedesco. La nuova Germania e la coerenza europea, Cuore tedesco. Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea, Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca; Frammento e sistema. Il conflitto-mondo da Sarajevo a Manhattan (con Giacomo Marramao).

Un recente sondaggio della Bild dà Alternative für Deutschland (AfD), come primo partito in Germania con il 26% dei consensi. Sono sondaggi, certo, ma cosa raccontano?
Raccontano che la AfD è un pericolo reale e che in Germania, come del resto in altri Paesi dell’Europa, penso alla Francia e all’Italia, che, sia pure con declinazioni diverse, le forze di destra, antieuropeiste, “trumpiane”, sono una realtà indiscutibile. Lo stesso discorso si può fare per la Gran Bretagna con Farage, per non parlare dell’Est Europa, basi guardare all’Ungheria, alla Slovacchia, alla stessa Polonia che però ha una caratteristica diversa.

Quale?
Lì le forze di destra sono antirusse. Questo per motivi specifici della storia polacca. In Germania il rafforzamento di queste forze rappresenta un pericolo al quadrato. Per due ragioni fondamentali: una, per la storia tedesca, e l’altra per la realtà della Germania, che resta il cuore decisivo di ogni Europa. Quello che accade in Germania decide irrevocabilmente il destino di ciò che avviene nel Vecchio Continente. Non è possibile immaginare una Europa senza la Germania. La minaccia della AfD è una minaccia esistenziale. Va rimarcato, però, che sono ancora indagini di opinioni di disponibilità al voto, ancora molto lontane da quando la Germania sarà chiamata al voto per il rinnovo del Parlamento federale. Dico questo perché in Europa c’è una corsa sul tempo tra i governi e le destre. I sondaggi riguardano la volontà di voto verso la AfD relativa a elezioni regionali che si terranno l’anno prossimo nei lander della ex Ddr dove la AfD è particolarmente forte.

Nell’intervista a Politico, Donald Trump ha distrutto la vecchia Europa, “marcia” e “decadente”, esaltando invece la “giovane Europa”, quella antimigranti, populista…
E bianca e cristiana.

Il presidente Usa non solo ha rivendicato il suo sostegno ad Orban ma si è spinto oltre. Cosa significa questo?
Diciamo subito che non è una novità. Già il vicepresidente americano, J.D.Vance, nel suo discorso del febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aveva squadernato un attacco durissimo all’Europa. Ricorsi della storia. La prima dichiarazione ufficiale di guerra all’Europa è venuta nel 2007 sempre a Monaco, da parte di Putin. Diciotto anni dopo, Vance ha dichiarato guerra con gli stessi termini di Putin, cioè che l’Europa è immorale, pedofila, Lgbtiq+, accetta l’immigrazione e abbandona i valori cristiani. Da questo punto di vista, tra Aleksandr Dugin, l’ideologo di Putin, e quello che dice Trump non c’è molta differenza. Poi c’è stato Musk che ha attaccato esplicitamente la Germania, facendo il paragone, molto temuto dai tedeschi, della Germania quarto Reich. Tutto questo significa che quando si vuole attaccare l’Europa, si attacca la Germania, la nazione più potente d’Europa. Se viene colpita quella non c’è più Europa, o almeno non c’è più Europa nel senso del progetto dell’Unione europea come l’abbiamo pensata dal secondo dopoguerra con i suoi padri fondatori Konrad Adenauer, Jean Monnet, Robert Schuman… In questo attacco frontale che Trump e il suo governo conducono contro l’Europa, ha ancora senso inventarsi un ruolo di “pontiere”, come fa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni? Certo che no. Nei film americani c’è il poliziotto buono e il poliziotto cattivo. Secondo me, nell’anima Meloni è il poliziotto cattivo. Finora, però, ha tenuto la barra, almeno formalmente, dritta per quanto riguarda l’Ucraina e l’Europa, con un ma grande come un grattacielo…

Vale a dire?
Presentandosi, nel caso migliore come una illusione o in quello peggiore come un imbroglio, come la leader di un Paese che in Europa potrebbe gestire e mediare tra l’attacco trumpiano e l’Europa. Per una cosa del genere, a mio avviso, non c’è alcuno spazio oggettivo. Dopo quello che hanno reiteratamente sostenuto Trump e Vance, mi pare francamente difficile inventarsi un ruolo di mediazione.

C’è chi accusa Meloni di essere una “pontiera” immaginaria e opportunista…
Che vuole che le dica. Si potrebbe rispondere con il buon Andreotti che “a pensar male si fa peccato ma di solito ci si azzecca”.

Tornando alla Germania e guardando al fronte opposto alla AfD. Esistono ancora forze democratiche, progressiste, di sinistra in grado di costruire un’alternativa forte, credibile, a questa deriva a destra?
Le forze anti-AfD sono ancora maggioritarie. Ma da un fronte “anti” non nasce una politica, ma al massimo un’ammucchiata. Se si tratta di fare una manifestazione contro la AfD riuscirà sicuramente, è già avvenuto, e riempirà le piazze. Ma per governare un Paese come la Germania c’è bisogno di ben altro. Ed è questo il vero problema. Il vero problema non è se ci sia una maggioranza potenziale di “anti”. Bisogna vedere se esiste una sinistra socialdemocratica, o liberale, che abbia in testa una politica alternativa e non soltanto una retorica opposizionale. Quest’ultima è una sorta di “gargarismo morale”. La politica è un’altra cosa, lo lasci dire da uno che si è iscritto al Pci a 16 anni. L’azione politica è costruzione del consenso. Oggi in Germania, il grande problema non è la AfD che è forte, è che è debole il governo e le forze politiche che lo sostengono. È lo stesso problema che si ha in Francia, o in Olanda, o in Inghilterra. Le forze che si richiamano alla tradizione europeista, a quella del socialismo liberale e socialdemocratico, mostrano difficoltà reali a pensare ad una strategia che sia contro Trump ma che al tempo stesso non sia soltanto una retorica buonista, woke. Questa è una difficoltà reale e su questo l’Europa corre il rischio di cadere.

A proposito di rischi. Non c’è il pericolo che una Europa divisa e sotto botta dei partiti sovranisti, finisca nel cadere nella tenaglia mortale Trump-Putin?
Il rischio c’è. Ma non siamo, per fortuna, a questo punto. L’Europa è ancora una realtà geoeconomica e geopolitica rilevantissima. L’economia europea è dieci volte quella russa. Ha tantissimi problemi e altrettanti ritardi, tuttavia l’Europa è una realtà vera come potenza economica. Come potenza militare, strategica, è molto zoppa e in ritardo. Il rischio più forte e dell’oggi è la spaccatura all’interno dell’Europa. Questo sì. Una spaccatura tra le nazioni che si sentono militarmente minacciate dalla Russia di Putin, e in questo schema rientra anche la Polonia nonostante l’elezione a presidente di un sovranista anti-ucraino come Karol Nawrocki che renderà più difficile l’operato del premier Tusk, e le nazioni europee che ritengono che la distanza geografica dalla minaccia russa, rappresenti una sorta di difesa. Per essere espliciti: Portogallo, Spagna, Italia. Qui potrebbe giocare un ruolo la Meloni, cioè dire signori miei qui io ho un’altra realtà, illudendosi di potersi mettere tra una Europa del centronord, una specie di nuova lega anseatica, militarmente forte, economicamente chiusa, una sorta di “riccio armato”, e i Paesi che galleggiano ai confini dell’impero. Questo, secondo me, oltre che una illusione è un rischio molto grosso.

Dagli Stati Uniti al Vecchio Continente. Quello che hanno subito le vecchie forze di tradizione socialista, socialdemocratica, liberale e democratico cristiana, prima ancora che una sconfitta politica, non è stata una sconfitta culturale?
L’Occidente oggi sotto attacco è quello nato dalla lotta al totalitarismo nazista e fascista. È nato nel febbraio del 1941 con la firma della Carta Atlantica da parte di Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt. Quella Carta ha rappresentato il progetto di un mondo ispirato ai valori transatlantici del multilateralismo e delle istituzioni sovranazionali: l’Onu, il Fondo monetario internazionale e quant’altro. Questo mondo globale è andato in crisi per motivi strutturali. Sa qual è il più colossale paradosso planetario?

Qual è, professor Bolaffi?
La vittoria di Trump è il risultato di un “successo” del processo di globalizzazione. La globalizzazione ha portato fuori dalla miseria assoluta centinaia di milioni di persone del cosiddetto Terzo Mondo e ha impoverito l’Occidente. Da qui i populismi, la rabbia contro i migranti percepiti come “ruba lavori”, la disoccupazione, l’insicurezza… Le forze democratiche, liberali si sono illuse sulla globalizzazione, ma non perché fosse un progetto imperialista. Oggi il vero antiglobalista è Trump. Il grandissimo paradosso è che i nemici della globalizzazione non siamo stati noi, ma sono quelli che adesso vogliono il nazionalismo. Il globalismo era, nel fondo, una idea generosa. Per la prima volta l’Occidente ha pensato che si potessero condividere le ricchezze mondiali. Le ricchezze si sono condivise, e ad arricchirsi sono stati Paesi come l’Indonesia, la Cina, il Brasile e quant’altri, mentre si è impoverito una parte dell’Occidente. E questo ha messo in moto una reazione molto pesante che ha messo in difficoltà, se non in crisi, le forze di sinistra, liberali e democratiche, a cominciare dal cuore dell’Europa.