Chi avrebbe potuto prevedere che l’ora, il momento “speravo de morì prima” di Joaquín Sabina e di tutti quelli che l’hanno amato e seguito lungo la sua traiettoria ispirata e spericolata, sarebbe venuta puntuale a pochi giorni dai 50 anni di una Spagna libera dal regime franquista: il caso, una coincidenza, o semplicemente il tempo che passa per tutti, anche per le icone, anche per chi c’è sempre stato con le sue canzoni, le sue parole e la sua musica. Ai tempi in cui vanno di moda le reunion, Sabina ha fiutato il passare degli anni e sentito il bisogno di un congedo: la tournée Hola y Adiós, un abbraccio finale con la sua gente lungo 71 notti culminato domenica 30 novembre alla Movistar Arena di Madrid, un evento epocale – anche questo va molto di moda: ma questa volta non è solo marketing – una despedida che per un’ultima volta ha appeso alla musica migliaia di voci e di cuori più consapevoli e sconsolati dalla fine di qualcosa che ha accompagnato e unito come un sentimento.
“È stato commovente”, dice a L’Unità Marco Ottaiano, professore di lingua e traduzione spagnola all’Università di Napoli L’Orientale, appassionato di musica – il suo ultimo libro è Strawberry Fields. Lennon, McCartney e i poeti romantici delle Lyrical Ballads (Martin Eden). “Sabina ha salutato la sua Madrid, la sua gente. Lui è andaluso ma a Madrid ha ritrovato la sua casa in Spagna e a Madrid ha dedicato tante canzoni. C’erano scrittori, attori e attrici, registi, il jet set della cultura spagnola, tutti a cantare a memoria le canzoni, ad aiutarlo a cantare, a tributargli un omaggio all’ultimo atto. È stata un’esperienza straordinaria. Da ispanista italiano e da appassionato di musica, sono stato felicissimo di esserci”. Più di dodicimila persone per la Last Dance. Quando a luglio del 2024 era stato annunciato il tour, in meno di 24 ore erano stati venduti oltre 200mila biglietti. È quello che succede se sei un poeta della canzone nella lingua parlata da più di 500 milioni di persone in tutto il mondo.
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“Sabina è di fatto il cantautore per eccellenza della cultura spagnola: il primo nome che viene in mente all’idea che noi abbiamo di cantautorato”, spiega Ottaiano. Lo hanno chiamato anche il Bob Dylan spagnolo. Lo niego todo, ha replicato lui, meglio il “flaco” di Úbeda, in Andalusia, dov’è nato nel 1949, figlio di un poliziotto che a Natale gli regalò un orologio. Gracias pero no, rifiutò il bambino: voleva una chitarra. A 14 anni i primi versi, in gioventù i movimenti di sinistra opposti al regime di Francisco Franco, Lettere e Filosofia all’Università a Granada prima di una bomba molotov scagliata contro il Banco di Bilbao in un atto di protesta per il giudizio sommario nel processo di Burgos. Fuggì all’estero grazie al passaporto prestatogli da uno sconosciuto. Aveva 21 anni.
Quella vita da subito spericolata l’aveva portata a Parigi, a Edimburgo, a Londra e da subito si era arricchita di aneddoti e leggende ancora oggi tramandate. Per esempio: George Harrison dei Beatles che assiste a un suo concerto al “Mexicano-Taberna” e che gli lascia cinque pound di mancia. Niente male. Si sarebbe scusato, pentito anni dopo di aver ospitato dei terroristi dell’ETA in fuga. In Spagna ci tornò nel 1977, in un Paese che aveva smesso di essere soltanto il paese dei tori e della garrota e che aveva cominciato a essere anche il Paese della movida. Sabina ha vissuto alla maniera bohémien, maudit, alla ricerca di libertà, evasione, trasgressione come in un’opera d’arte. Si circondò di artisti, scrittori, cantanti, di un popolo occidentale appena uscito da una dittatura fascista. Altra leggenda vuole che tutti, o almeno in tanti, avessero accesso alla casa dove viveva a Tirso de Molina, nel centro di Madrid, diventata una sorta di punto di ritrovo dov’è passato anche Ottaiano. “Alla fine degli anni ’90 alcuni amici mi invitarono a una festa. Lui non c’era ma lo scrittore David Trueba mi ha detto qualche tempo dopo che quella casa curiosa e piena di gente era casa sua”.
Sabina è stato amico di Diego Armando Maradona e di Chavela Vargas, è amatissimo in Argentina e in Messico, tifoso dell’Atlético Madrid, con Fidel Castro a parlare per cinque ore nel 1997, autore di una canzone scritta in parte dal Subcomandante Marcos. Alle sue canzoni si è cementificata una memoria collettiva che ha attraversato più generazioni. “Aveva debuttato con la poesia come Leonard Cohen – ricostruisce Ottaiano – si è mosso insieme alla transizione democratica verso la modernità, è cresciuto con il Paese, le coscienze, la contro-cultura, verso un’idea di contemporaneità. Ha avuto la capacità di innestare su una tradizione ispanica le nuove istanze che venivano dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. A chi mi chiede, che cerca di capire chi sia Sabina, io spiego che poteva rappresenta il punto di contatto tra un rocker come Vasco Rossi, sincero e disarmante nella scrittura spesso autobiografica, e un poeta prestato alla musica come Fabrizio De Andrè, per l’attenzione al verso”.
Sabina è stato – oltre alla vocazione da biopic non privo di controversie, a un’idea libertina della vita anche autodistruttiva tra alcol e droghe – la necessità della parola poetica perfino ai nostri tempi, del racconto degli ultimi e dei reietti, di notti folli e serate malinconiche, della chance data alla letteratura nella quotidianità. A 76 anni soffre le conseguenze di un ictus nel 2001 e di una caduta da quasi due metri nella buca dell’orchestra proprio alla Movistar Area nel 2020. “Questo concerto a Madrid è l’ultimo della mia vita e il più importante perché è quello che ricorderò di più”, ha detto lui stesso prima di attaccare con le canzoni, quelle che, sì, resteranno per sempre.
Ha scritto El País che se alla Movistar ci fosse stato un misuratore di emozioni, avrebbe raggiunto il massimo in più di un’occasione, si sarebbe rotto più volte. “Potrebbe durare due giorni senza che nessuno si fermi – la cronaca di El Mundo – C’è un senso di nostalgia per un evento storico […] per la segreta speranza di non dire addio, non ora, non qui, non alla fine”. Non aveva escluso il ritorno, quando con la canzone El último vals aveva annunciato l’ultimo tour ma anche la possibilità “di riapparire a piacimento, sia perché le muse sussurrano poesie o canzoni che vale la pena condividere, sia perché potrebbe prenderlo la voglia di salire su qualunque palco per darsi, per donarsi, per un omaggio”, ma non sarà più la stessa cosa. Alla fine ha salutato, ringraziato, si è tolto la bombetta, la sua iconica bombetta, ed è uscito. Lacrime sopra e sotto il palco. E chi mancherrebbe, nos sobran los motivos.