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“Riformismo sia popolare, non elitario. Da Mamdani proposte innovative su inflazione e sicurezza”, parla Alessandro Alfieri

Photo credits: Luigi Mistrulli/Imagoeconomica

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Alessandro Alfieri, senatore, capogruppo del Partito democratico alla Commissione esteri di Palazzo Madama e responsabile Riforme e Pnrr nella Segreteria nazionale del Pd.

Senatore Alfieri, anche lei come Giorgio Gori ritiene che il Pd si sia spostato troppo a sinistra?
Molti di noi hanno contribuito a fondare il Pd con l’idea di promuovere un soggetto politico plurale caratterizzato da una profonda cultura di governo. Un partito a vocazione maggioritaria. Chi lavora per dare un’identità più marcata al PD, tirandolo di volta in volta verso un profilo più radicale piuttosto che verso uno più moderato, spinge il Pd verso il recinto della vocazione minoritaria. Perdendo la propria capacità espansiva: quella di parlare ad una vasta fetta di cittadine e cittadini. Mi batto da sempre, insieme a tante e tanti, per salvaguardare il profilo plurale del Pd e sono convinto, rispetto ad altri amici, che questo lavoro lo si debba e lo si possa fare con spirito unitario confrontandosi con Elly Schlein e i dirigenti nazionali nel partito; e con le colleghe e i colleghi nei gruppi parlamentari. L’approccio unitario è ben diverso dall’unanimismo, poiché l’unità vera la raggiungi nella paziente ricerca della condivisione e nel riconoscimento dei rispettivi punti di vista. So che non è facile e non sempre è stato così, ma non conosco altra via.

Uno dei termini più in uso nel dibattito interno al Partito democratico, è quello di “riformismo”. Stesso sostantivo, diverse le declinazioni politiche e culturali. Qual è la sua?
In effetti rischia di essere un po’ inflazionato… Per me rimane l’idea di confrontarsi con le sfide quotidiane che affrontano le persone e con le sfide di sistema che interrogano i Paesi europei, trovando soluzioni che vengano comprese e condivise dalle nostre comunità. Questo fa la differenza: non basta pensare di avere le risposte giuste, le persone vanno convinte. Abbiamo bisogno di un riformismo popolare, non elitario. E soprattutto il riformismo non si limita ad evocare i problemi o a contestare le scelte altrui, ma prova a fare proposte e ad indicare misure concrete, che si sia al governo come all’opposizione. Che poi è il lavoro che fanno ogni giorno i nostri sindaci e i nostri presidenti di provincia e di regione. Con questo spirito, infatti, ci ritroveremo a Bologna il 14 e il 15 novembre per un’importante iniziativa di confronto con gli amministratori locali democratici sulle priorità e i bisogni delle nostre comunità.

Qual è la vera posta in gioco nel referendum sull’ordinamento giudiziario?
La strategia della destra è chiara, ogni partito della maggioranza ha presentato la propria riforma bandiera: Fdi il premierato, la Lega l’autonomia differenziata e Forza Italia la separazione delle carriere. Modificano in profondità la Costituzione, alterano l’equilibrio fra i poteri dello Stato. E lo fanno per spostare l’attenzione dalle emergenze del Paese, per coprire le difficoltà del governo su lavoro, pensioni, sanità e molto altro su cui non stanno dando risposte. Noi ci opponiamo a questo baratto sulla pelle della Costituzione, che non risolve nessun problema dei cittadini nel loro rapporto con il sistema giudiziario. Invece di affrontare i veri nodi come la mancanza di personale, i ritardi nei procedimenti e gli enormi tempi d’attesa, la destra va a colpire l’autonomia della magistratura, con il rischio di porre la parte inquirente sotto il controllo dell’esecutivo e con la previsione del sorteggio per l’elezione del Csm che introduce la pessima logica dell’uno vale uno. Questi sono i veri obiettivi di un provvedimento che non a caso, fin dall’inizio, è stato non emendabile per diktat del governo stesso, negando ogni possibilità di confronto. Non era mai successo nella storia della nostra Repubblica.

Che segnale arriva dalle elezioni di martedì negli Stati Uniti? Che cosa pensa della vittoria di Mamdani a NewYork?
Quando pensi di aver perso la speranza, con un Presidente che viola diritti civili e discrimina le minoranze e che ha condotto in una spirale d’odio lo scontro politico e sociale negli USA, ecco che l’America ti sorprende ancora. Zohran Mamdani, musulmano e socialista democratico, interpreta con tutta evidenza la voglia di riscatto non solo dei più giovani accorsi in massa alle urne, ma anche di un popolo democratico smarrito dopo la sconfitta alle presidenziali e spiazzato dal ciclone Trump. Certamente parliamo di New York, città cosmopolita che non rappresenta adeguatamente la complessità della società americana. Ma i Democratici vincono anche con due governatrici donne in New Jersey, dove si confermano, e in Virginia, strappandola ai Repubblicani. E in California con il governatore Newsome incassano un risultato importante che li rafforza. Dopo mesi di rassegnazione e arrendevolezza, finalmente una scintilla di speranza. Per gli americani soprattutto, ma in realtà anche per noi europei.

Dati per travolti dall’onda trumpiana, i Democratici americani hanno mostrato una vitalità per molti versi inaspettata. Che segnale è questo per i progressisti europei e, in essi, per i dem italiani alle prese con la presidente del Consiglio più “trumpiana” d’Europa?
Premesso che ogni realtà ha le sue specificità – il profilo fortemente innovativo di Mamdani esplode al meglio le sue potenzialità in una città progressista come New York mentre quello più tradizionale e rassicurante di Spanberger, neo governatrice della Virginia ed ex agente della CIA, ha funzionato meglio in uno Stato prevalentemente conservatore – possiamo trarre una lezione osservando i temi prioritari delle loro campagne elettorali. Mamdani fa proposte molto nette ed innovative per combattere l’inflazione e la perdita del potere d’acquisto degli stipendi, per affrontare l’aumento degli affitti e degli asili nido. E allo stesso tempo si fa carico del tema della sicurezza, sentito soprattutto dai soggetti più fragili. In questo senso, anche noi in Europa e in Italia dovremmo avere meno timidezze nel rispondere alla domanda di protezione, che negli anni scorsi abbiamo lasciato quasi completamente ai partiti populisti e sovranisti.

Per le posizioni assunte su Gaza, Elly Schlein è stata accusata di inseguire la piazza. Come la vede?
Su Gaza in realtà abbiamo interpretato un sentimento profondamente radicato nella nostra comunità. Mi ha colpito in questi due anni il clima che ho respirato nelle diverse sedi internazionali: un senso di impotenza da parte dei leader europei. “Non ce la fanno gli Stati Uniti, dovremmo farcela noi?” è stato in estrema sintesi il ragionamento. A Bruxelles i Consigli europei si concludevano sempre con la solita frase: “Europe is deeply concerned” (l’Europa è profondamente preoccupata). Ma i bambini e i civili inermi sotto le bombe non se ne sono fatti nulla della nostra preoccupazione. Ecco perché davanti a questo senso di impotenza, unito ad un sentimento profondo di ingiustizia per la disparità delle forze, molte persone in tutta Europa hanno deciso di mobilitarsi per dire basta a guerra e violenze. Un modo, forse l’unico, per scuotere i governi rispetto ad una condizione di rassegnazione e in alcuni casi, purtroppo, di egoistica indifferenza. Il nostro chiedere con insistenza insieme a molti altri Paesi europei il riconoscimento dello Stato di Palestina, che sappiamo non avere immediati effetti pratici, ha però un enorme valenza simbolica per tenere viva la prospettiva della soluzione “due popoli, due Stati”. A maggior ragione, nel momento in cui esponenti estremisti del governo israeliano lavorano pericolosamente per l’annessione della Cisgiordania. Il governo ha sbagliato e continua a sbagliare non unendosi alla nostra richiesta.

In parlamento si è aperto il confronto-scontro sulla manovra economica presentata dal Governo. Qual è il tratto politico più significativo di questa manovra e come intendete fare opposizione in parlamento e nel paese?
È una legge di bilancio senza prospettive, che non prevede nessun sostegno alla crescita e risorse decisamente insufficienti per famiglie e lavoratori. Gli stipendi dei quali non recuperano la perdita del potere d’acquisto dovuta all’inflazione. Gli enti locali, che nelle ultime leggi di bilancio del governo Meloni si sono visti tagliare oltre 10 miliardi di risorse, oggi non vedono nessun cambiamento di rotta. Stiamo parlando di comuni e province che quotidianamente, nonostante le difficoltà, erogano servizi ai cittadini e mantengono la sicurezza e il welfare delle nostre città. L’emergenza abitativa non viene considerata: del piano casa, annunciato più volte da Salvini, nessuna traccia. In questa legge di bilancio, però non mancano i soliti condoni, la rottamazione delle cartelle e qualche tassa in più per trovare le coperture. A nostro avviso avrebbe più senso chiedere maggior contribuzione a chi ha fatto più utili in questi anni: dalle banche alle assicurazioni, dalle società energetiche alle industrie della difesa. È inconcepibile vedere utili record in alcune società dove gli stipendi reali dei dipendenti perdono potere d’acquisto, mangiati dall’inflazione. Con le colleghe e i colleghi in commissione bilancio siamo al lavoro per sostenere le nostre proposte. Dal recupero del fiscal drag che ha impoverito gli stipendi, al rifinanziamento della sanità pubblica. Passando per il sostegno alle politiche industriali tramite investimenti che favoriscano innovazione tecnologica ed efficienza energetica. Con un’attenzione particolare ai settori più colpiti dai dazi. E proveremo a farlo tenendo insieme le opposizioni. Perché l’alternativa nel Paese parte anche dalla capacità di condurre insieme queste battaglie in Parlamento.