Paolo Pezzati è policy advisor per le crisi umanitarie di Oxfam Italia.
Oxfam ha lanciato nei giorni scorsi, sulla base di un approfondito rapporto, la nuova campagna “Stop al commercio con gli insediamenti legali”. Cosa c’è alla base di questa e cosa chiedete all’Italia e all’Europa?
L’occupazione israeliana della Cisgiordania costa ogni anno miliardi di dollari all’economia palestinese, mentre la povertà è aumentata esponenzialmente, passando in 2 anni dal 12 al 28%, con un tasso di disoccupazione raddoppiato da ottobre 2023 e arrivato al 35%. Allo stesso tempo gli espropri di aree sempre più vaste, le demolizioni, gli sfollamenti forzati e l’ampliamento degli insediamenti dei coloni israeliani, illegali secondo il diritto internazionale, hanno un impatto sempre più drammatico sulla capacità di sussistenza delle comunità palestinesi. Dall’occupazione della Cisgiordania del 1967, Israele si è appropriato di circa 2.000 chilometri quadrati per la costruzione e l’espansione di insediamenti che culmina oggi con l’approvazione di un piano di costruzione di 3.400 nuove unità abitative, in un blocco che collega Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumim, interrompendo di fatto la circolazione dei palestinesi tra la Cisgiordania settentrionale e meridionale. Da parte dei Governi e delle imprese europee non c’è però una presa d’atto della situazione. Al contrario, si permette la sempre più soffocante oppressione di Israele sulle comunità palestinesi, che mira a frammentare l’economia della Cisgiordania e minare la costruzione di un futuro Stato palestinese. Ad oggi le politiche europee e nazionali, che rendono riconoscibili i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani illegali, vengono attuate in modo incoerente e sabotate sistematicamente, con il risultato che in tutta Europa sono presenti prodotti provenienti da qui, ma etichettati ‘Made in Israel’. In questo contesto porre fine al commercio con gli insediamenti è un passo necessario per sostenere i diritti umani e proteggere i mezzi di sussistenza della popolazione palestinese. Solo così si potrà contribuire davvero a fermare l’espansione degli insediamenti che oggi rappresentano il 42% della Cisgiordania e porre fine all’occupazione illegale. Per questo chiediamo al Governo italiano e all’Unione europea di interrompere ogni relazione commerciale con gli insediamenti illegali israeliani. Un appello che grazie alla campagna che abbiamo lanciato può essere sostenuto da tutti i cittadini.
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I ministri dell’estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir non hanno mai nascosto di volere annettere a Israele la Giudea e Samaria, i nomi biblici della Cisgiordania occupata, in toto o in gran parte. La colonizzazione sempre più estesa e il regime di apartheid instaurato ne sono i passaggi sostanziali?
Questo lo diciamo da tempo: il disegno è la grande Israele. Smotrich e Ben-Gvir hanno reso esplicito, quello che tutti i governi di Israele hanno perseguito gradualmente ma inesorabilmente a partire dalla seconda intifada, il 7 ottobre non rappresenta una svolta ma solamente una accelerazione di un processo già in corso. I numeri sono li a dimostrarlo: negli ultimi quattro anni, Israele ha accelerato in modo esponenziale la costruzione di nuovi insediamenti. Nel 2023, il governo israeliano ha approvato la costruzione di 30.682 abitazioni in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Nel giugno 2024 ha designato 12,7 chilometri quadrati nella Valle del Giordano come “terra demaniale”, la più grande acquisizione di terre palestinesi dagli Accordi di Oslo. A maggio 2025 ha istituito 22 nuovi insediamenti. Gran parte dei nulla osta rilasciati da Israele hanno riguardato aree sempre più interne della Cisgiordania, frammentando il territorio palestinese e riducendo la libertà di movimento. Parallelamente sono aumentate anche le demolizioni: 957 nel 2022, 1100 nel 2023 e 1860 nel 2024. Il risultato è che oggi oltre 700.000 israeliani vivono in centinaia di insediamenti che occupano il 42% del territorio della Cisgiordania e sono collegati da strade, ferrovie e altre infrastrutture. Israele ha inoltre il totale controllo delle risorse idriche palestinesi. Secondo stime della Banca Mondiale, l’acqua per irrigazione raggiunge soltanto il 35% dei terreni agricoli palestinesi che ne hanno bisogno, il che si traduce per l’economia palestinese in perdite pari al 10% del PIL e circa 110.000 posti di lavoro. Gli insediamenti godono invece di accesso preferenziale alle risorse idriche. I coloni israeliani consumano in media 247 litri d’acqua al giorno mentre i palestinesi della Cisgiordania non possono usarne più di 82,4 litri: quest’ultima cifra è ben al di sotto del minimo di 100 litri raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Chi non ha accesso alla rete idrica sopravvive con appena 26 litri al giorno. Infine: il muro di separazione illegale eretto da Israele ha inasprito ulteriormente il controllo sulle risorse idriche palestinesi e l’occupazione israeliana in generale impone ai palestinesi fortissime restrizioni alla mobilità e al commercio, precludendo sistematicamente alle comunità l’accesso alle opportunità economiche. L’esercito israeliano ha realizzato in tutta la Cisgiordania 900 checkpoint e altre barriere che ostacolano la mobilità. Gli spostamenti in Cisgiordania risultano quindi difficili, pericolosi e richiedono molto tempo, con il risultato che il 30% del territorio è inaccessibile ai palestinesi, sia a causa degli sbarramenti militari, che della prossimità agli insediamenti israeliani.
Con quali conseguenze nella quotidianità dei tre milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania?
Tutto questo, unito al profondo senso di insicurezza e la violenza dilagante rendono la Cisgiordania ogni giorno un luogo sempre più inospitale per i palestinesi, luogo che trasuda a discriminazione e oppressione. Gli attacchi da parte dei coloni sono sempre più frequenti: solo nel 2024 ne sono stati registrati 744 a terreni agricoli, con la conseguente distruzione dei raccolti. Nel solo 2023 sono stati vandalizzati o distrutti più di 10.000 ulivi di proprietà di agricoltori palestinesi, dal 1967 in poi le forze israeliane e i coloni hanno sradicato oltre 800.000 ulivi. La distruzione degli ulivi ha un significato particolare in quanto la coltivazione e vendita delle olive e dei prodotti ad esse correlati rappresentano circa il 14% dell’intera economia palestinese. Purtroppo, come detto precedentemente, questa violenza è favorita dal senso di impunità di cui sentono di poter godere. Impunità legata al fatto di contribuire alla strategia generale, quella della cacciata dalle loro terre dei palestinesi. Su questo vorrei dire che non bastano assolutamente misure restrittive da parte di alcuni paesi per i coloni più violenti, servono misure più urgenti che mirino direttamente al cuore del problema, ecco perché chiediamo la messa al bando del commercio di beni e servizi con le colonie: occorre togliere la benzina all’occupazione. L’Europa può farlo, dato che il primo partner commerciale di Israele e può farlo anche l’Italia.
Dalla Cisgiordania a Gaza. Oxfam ha documentato più volte, con analisi dettagliate e testimonianze dal campo, l’orrore del genocidio. Con l’invasione di Gaza City siamo all’atto finale?
Da quasi due anni documentiamo quotidianamente la sistematica violazione del diritto umanitario internazionali, crimini di guerra e contro l’umanità perpetuati con l’intento di distruggere una popolazione. Sfollamenti forzati, bombardamenti ed attacchi indiscriminati, fame e sete usati come armi di guerra e strumento di pressione negoziale. Abbiamo finito le parole per descrivere quello che è successo e quello che sta succedendo. L’ultimo orrore, ovvero l’ordine di evacuazione che riguarda quasi un milione di persone residenti a Gaza City ci dice che si, siamo – almeno nelle nostre deduzioni – al penultimo atto del piano di pulizia etnica voluto nella Striscia: una volta spostata al maggior parte della popolazione nella parte sud rimangono due opzioni: o creare le condizioni per lo sfondamento del valico di Rafah oppure chiudere in un campo di internamento densamente popolato fino all’inverosimile la popolazione. Fino al loro sfinimento, fino a quando non saranno loro a chiedere di andare via.
Per aver denunciato i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dall’esercito israeliano nella Striscia, Oxfam, come l’insieme del mondo solidale, è stata accusata di essere filo-Pal e nemica del popolo ebraico. Come risponde?
La nostra organizzazione lavora da sette decenni nei più gravi teatri umanitari. A guidare il nostro lavoro sono i principi di imparzialità, indipendenza e neutralità dell’azione umanitaria. Grazie alla nostra presenza sul campo e a quella dei nostri partner siamo in grado di raccogliere le evidenze necessarie per prendere delle posizioni che siano guidate da analisi del diritto umanitario internazionale. E dal punto di vista legale, il quadro è estremamente chiaro sia dal punto di vista generale riguardo l’occupazione sia riguardo quello che sta avvenendo a Gaza e in Cisgiordania in questi mesi. Con una significativa maggioranza, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che perora il riconoscimento dello Stato palestinese nell’ottica di una pace fondata sulla soluzione a due Stati. Lo stesso ha fatto l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ma il Governo italiano glissa, rinvia… Il Governo italiano assimila il dialogo con l’impunità. Crede che pur di mantenere un canale aperto si possa sottacere sulle gravi responsabilità che sono a carico del governo di Israele, ignorando o non volendo valutare fino in fondo che tra le concause di questa drammatica situazione c’è appunto il senso di impunità (e di conseguente onnipotenza) di cui hanno goduto i governi israeliani a partire dagli anni 2000. Allo stesso tempo questi voti, in Europa e alle Nazioni unite sembrano oramai dei riti stanchi e vuoti, azioni difensive di fronte ad accuse di inefficacia. Il punto è che, perché tutto questo non scada in retorica, servono urgenti misure restrittive nei confronti di Israele capaci di incidere e di dare finalmente peso alla pressione diplomatica. La nostra proposta di vietare il commercio con le colonie e appunto un passo in questa direzione.