La notizia dell’arresto di Almasri è uscita grazie a Nello Scavo di Avvenire e Sergio Scandura di Radio Radicale che dal 19 gennaio, giorno in cui Almasri e tre dei suoi vengono fermati da agenti della Digos a Torino, si mettono a lavorare su un rumoroso tam tam nei social di affiliati alle milizie libiche.
Scandura: “I libici hanno saputo dell’arresto subito, hanno cominciato ad agitarsi, abbiamo capito che si trattava di un pezzo grosso ma non si riusciva a capire chi fosse l’arrestato. Nello Scavo era a Gerusalemme a seguire uno scambio di ostaggi e stava ricevendo da fonti diverse messaggi simili a quelli che ricevevo io. I messaggi erano in arabo, il nome di Almasri con la traslitterazione dall’arabo compariva scritto in molti modi diversi nei dossier in cui lo stavo cercando per tracciarne un profilo. Poi abbiamo capito che si trattava di lui, del capo della milizia Rada, la polizia giudiziaria di Tripoli che fa arresti arbitrari senza mandato. Quando ho trovato un corposo rapporto del Dipartimento di Stato americano che descrive anche le prigioni di Almasri ho trovato descritti lì dentro i congegni di tortura usati sui prigionieri”. “I social delle milizie libiche però sono spesso un pozzo di bufale – continua Scandura – era necessario trovare una fonte giudiziaria italiana che ci confermasse che l’arresto fosse realmente avvenuto e che si trattasse di lui. Chiediamo a fonti delle forze dell’ordine e ci arrivano 4 versioni diverse: rissa in albergo, rissa al ristorante, risposto male al posto di blocco, fermo fuori dallo stadio. Il 20 mattina una fonte giurisdizionale del distretto di Torino mi conferma che Almasri era stato arrestato ed era detenuto a Torino. Quindi abbiamo battuto subito la notizia dai nostri social, prima Nello e poi io. All’inizio perfino accolta con indifferenza, so che alcuni colleghi hanno dovuto battagliare per darla”.
Stupisce oggi vedere che nell’edizione del Corriere della sera del 21 gennaio la notizia con la firma prestigiosa di Luigi Ferrarella esce in poche righe a pagina 25.
Scandura nota in quelle ore dettagli interessanti nel pandemonio social che si scatena nelle milizie libiche sull’arresto di Almasri: “Fonti dell’area di Trabelsi, il ministro dell’Interno che risponde a una milizia avversa alla Rada di Almasri, davano addosso ad Almasri accollandogli anche cose che non lo riguardano perché già a gennaio si manifestavano le faide tra Rada e il premier Dbeibah. C’erano fonti locali che si chiedevano sarcasticamente: non è che Meloni fa un favore a Dbeibah e se lo tiene? Segnali di attivazione del governo di Tripoli per la liberazione di Almasri non ce ne sono. Un’ipotesi da considerare è che l’interlocuzione da Roma possa essere stata con la milizia Rada e non con il governo di Tripoli. Da considerare sempre comunque che quando si parla di Tripoli e si dice ministero dell’interno, polizia giudiziaria, premier, già si racconta una situazione diversa da quella reale perché lì sono tante milizie, è uno sceriffato criminale, si mettono una divisa e diventano generali ma sono banditi e quando si tratta non si tratta mai con uno solo perché poi si deve trattare anche con molti altri perché la Libia non ha un governo ma una guerra per bande che si contendono il potere e il denaro”.
(Tanto furiosa è la contesa tra milizie che il premier Dbeibah a maggio prova a sciogliere la polizia giudiziaria, cioè la milizia Rada di Almasri. Scrive su Avvenire il 15 maggio Nello Scavo: “Dopo più di 90 morti e decine di feriti – bilancio che le autorità invece ridimensionano al livello di piccola scazzottata tra vecchi compari – il momento più duro della battaglia di Tripoli è stata la minaccia di arrestare il generale Almasri e consegnarlo alla Corte penale internazionale. Per la Libia sarebbe un punto di svolta, dalle conseguenze interne e internazionali incalcolabili. Per l’Italia, che invece Almasri lo ha riaccompagnato fino alla capitale libica, sarebbe più di una beffa. (…) Gli scontri sono iniziati lunedì sera dopo l’uccisione del comandante al-Kikli”).
Continua Sergio Scandura nella ricostruzione dello scoop: “Il giro di boa è stato quando alle 16 del 21 gennaio è arrivata la nota di via Arenula con quell’incipit “Considerando il complesso carteggio” che faceva supporre quel che poi è successo. Chiedo a fonti alla procura di Torino: ma non è che lo scarcerano? Risposta del magistrato: ‘Noooo impossibile, ha un mandato di cattura internazionale ci sono delle accuse gravissime della Corte penale internazionale. Ovviamente era una valutazione del tutto autonoma del magistrato che però rispondeva scandalizzato come a dire: ma che scherziamo? Alle 19 lo scarcerano davvero. Mentre stavo in onda nel notiziario delle 20,30 vedo sullo schermo un velivolo decollato da Torino che stava all’altezza della Sardegna nel mar Tirreno, era un aereo con un numero di coda inesistente che non risultava nei data base. Finito il collegamento, identifico il velivolo e vedo che era un Falcon del Cai decollato da Ciampino. Dallo storico della giornata scopro che era partito da Roma alle 11 per Torino dove arriva a mezzogiorno e poi da lì è ripartito. All’inizio quando l’ho visto sullo schermo alle 20,30 ho pensato che potesse essere un aereo affittato dai libici. Invece incredibilmente era un Falcon dei servizi italiani: glielo stavamo riportando noi. I libici non a caso sono esibizionisti sui social: le immagini dell’arrivo di Almasri all’aeroporto di Mitiga hanno fatto il giro del mondo”.
Per l’operazione di esfiltrazione di Almasri non si attiva il governo di Tripoli. Dbeibah non si muove. È lecito ipotizzare che l’Italia abbia dei conti aperti anche con la milizia Rada, non solo col premier libico e che il rimpatrio rapido di Almasri non sia stato gestito con il governo ma con la singola milizia. Ed ora dov’è Almasri? È protetto dalla milizia Rada dove? Di certo lui e la sua milizia non rispondono al ministro degli interni Trabelsi. Non è che Almasri, dopo averlo esfiltrato a Tripoli col Falcon, è complice anche della sua protezione in Libia?