Il comando generale delle capitaneria di porto (l’Mrcc di Roma) non ordina il soccorso di una imbarcazione in difficoltà segnalata lunedì da Seawatch. Sta a guardare. Due bambini muoiono. Una persona scompare tra le onde. C’erano 98 naufraghi a bordo e stavano in mare da tre giorni. È intervenuto un mercantile di passaggio e durante l’operazione la barca si è rovesciata. È successo a sud di Lampedusa, in acque internazionali, Sar tunisina, non molto lontano dalla piattaforma petrolifera Miskar.
I mercantili sono navi di solito molto grandi, già soltanto avvicinandosi ai gusci malfermi su cui sono stipati i migranti creano un rischio enorme. Non hanno quasi mai personale esperto nel salvataggio. Possono essere usati per fare ridosso, per mettersi di traverso alle onde e riparare dalla forza del mare un barchino sovraffollato. È la guardia costiera italiana, che ha mezzi adatti e persone esperte, a dover soccorrere. Ci avrebbe messo tre ore – massimo tre ore e mezza – una motovedette della Gc ad arrivare da Lampedusa. Ma anche stavolta il Comando generale a Roma ha preferito non ordinare ai suoi militari di lanciarsi al soccorso, per non dispiacere al Viminale. Al solito. Ha preferito aspettare il compimento (non ancora avvenuto ieri sera) di una deportazione. Non è impossibile si crei una situazione di stallo, l’operazione è avvenuta in Sar tunisina, ossia nell’area di acque internazionali dove per convenzione la competenza teorica, molto teorica, di soccorrere spetterebbe in primis ai tunisini che come i miliziani libici non fanno mai soccorsi ma deportazioni. Per questo i libici potrebbero per lunghe ore fare gli gnorri con Roma (o alzare il prezzo) per andare. D’altronde, se la barca è partita dalla costa libica, i tunisini potrebbero fare altrettanto. Succede questo quando si ha a che fare con i banditi: si mercanteggia. E l’Italia ha scelto di affidare il lavoro sporco nel Mediterraneo ai banditi libici e tunisini. Ci pensino loro a deportare e affogare esseri umani, gli accordi con Tripoli e con Tunisini questo sono.
- Due bambini morti al largo di Lampedusa, Sea Watch accusa: “Autorità non intervenute, la nostra nave bloccata dall’Italia”
- Al governo Meloni non è bastato Cutro, sequestrata altra nave di soccorso: vogliono più morti in mare
- Migranti, si teme nuova strage al largo di Lampedusa: “Sbarcati in 27, erano partiti in 63 dalla Tunisia”
La denuncia di Seawatch
“Lunedì il nostro aereo Seabird ha individuato un’imbarcazione in difficoltà con oltre 90 persone a bordo che era in mare da tre giorni. Due persone erano in acqua. Abbiamo immediatamente chiesto aiuto. Frontex è arrivata sei ore dopo, ha visto il natante e se n’è andata. Martedì mattina, le persone erano ancora abbandonate al loro destino. La guardia costiera avrebbe potuto raggiungerle in circa tre ore, ma hanno scelto di non intervenire. Quando la nave mercantile Port Fukuka, che si trovava nelle vicinanze, ha cercato di soccorrerle, l’imbarcazione si è capovolta. Tutte le persone a bordo sono finite in mare”. Dice Giorgia Linardi, portavoce di SeaWatch: “Le autorità italiane sono state le uniche a rispondere, ma lo hanno fatto per conto dei libici, stanno quindi di fatto organizzando un respingimento in Libia dei sopravvissuti”. Raccontavano ieri da Sea Watch: “Abbiamo chiesto di intervenire con la nostra nave veloce Aurora che è sotto fermo amministrativo a Lampedusa ma non hanno risposto. I naufraghi sono ancora sul mercantile e le autorità italiane stanno facendo di tutto per impedire loro di raggiungere l’Italia. C’è il pericolo imminente che la cosiddetta Guardia Costiera libica li rapisca e li porti in Libia, verso tortura e morte. È inaccettabile. Aurora sarebbe potuta intervenire subito in soccorso di queste persone. Si trova a sole quattro ore e mezza di distanza, ma è bloccata dalle autorità italiane con motivazioni prive di fondamento. Questa scena vergognosa non si è ancora conclusa, ma le autorità italiane ed europee non sono intervenute. È un sistema che sta facendo ciò per cui è stato progettato: lasciare che le persone anneghino ai confini dell’Europa. Silenziosamente, sistematicamente”.
Perché Aurora – ingiustamente bloccata dalle autorità italiane a Lampedusa – non ha disobbedito? Perché non ha deciso di violare lo stato di fermo? Perché non ha messo subito la prua verso il mare e non è partita a soccorso? Risponde Giorgia Linardi: “Perché siamo sotto ricatto, perché compiendo un atto disobbedienza civile per andare a soccorso rischieremmo il sequestro e le confisca, quindi rischieremmo di non essere più in condizione di soccorrere naufraghi non per 20 giorni ma per un periodo molto più lungo. Se Aurora intervenisse ci sarebbe rischio penale per il comandante. Non c’è un rischio imminente nel senso che le persone per ora sono a bordo del mercantile ma ciò non giustifica il mancato intervento delle autorità in attesa che si compia il respingimento”. Aurora è stata fermata per punizione perché ha soccorso 72 naufraghi il 19 luglio e le ha sbarcate a Lampedusa. Secondo le autorità italiane dovevano sbarcare a Trapani, dove non poteva arrivare, o in Tunisia, dove non sono garantiti i diritti umani. È contestato ad Aurora che, dopo aver comunicato l’impossibilità di raggiungere il porto di Trapani, non si sia coordinata con le autorità tunisine per consegnare a loro i naufraghi. Una follia. “In Tunisia in queste settimane sono in atto pogrom, i migranti vengono catturati e deportati verso i confini desertici del Paese” ricorda Sea Watch.
Sbarcare a Lampedusa era l’unica possibilità il 19 agosto per Aurora viste le limitate risorse di carburante, cibo e acqua potabile della nave per raggiungere il porto di Trapani, inizialmente indicato dalle autorità italiane. In attesa del permesso ad attraccare a Lampedusa Aurora è stata costretta a star ferma a lungo sotto il sole, uno dei sopravvissuti ha perso conoscenza per il caldo. È stato lo stato italiano a mettere in pericolo la salute delle persone a bordo e non le decisioni dell’equipaggio di Aurora. Che nonostante ciò è bloccata dallo stato italiano. Se non lo fosse stata, sarebbe potuta intervenire a soccorso. Viviamo in un Paese in cui non importa niente a quasi nessuno se lo Stato blocca in porto una nave di salvataggio e lascia 98 persone, con i corpi di due bambini, in attesa in mezzo al mare che arrivino dei banditi a deportarli nel posto da cui sono fuggiti.