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Che cos’è il ‘Regime Change’: una cattiva ideologia dalle nefaste conseguenze

AP Photo/Ben Curtis – Office of the Iranian Supreme Leader via AP, File

AP Photo/Ben Curtis - Office of the Iranian Supreme Leader via AP, File

Ottenuta la candidatura al Nobel per la pace, con un foglio vergato di pugno da una guida morale tanto apprezzata dalla popolazione di Gaza, ora Trump si gode il meritato momento di gloria. La grande stampa nostrana è zeppa di elogi perché il tycoon, dopo lo smarrimento “pacifista” iniziale, ha ripreso l’invio di armi a Kiev. E così, sbarrata la funesta prospettiva della diplomazia, il fuoco dei razzi torna a riscaldare l’Ucraina.

Mentre assaporano l’eccitante immagine del sacrificio in trincea, le penne italiche appaiono inebriate. Per fare la barba a Khamenei, Repubblica e Domani hanno ripescato nientemeno che la categoria di “regime change”. Con uno dei suoi “ragionamenti logici”, Stefano Folli demolisce il Nazareno poiché attorno al Pd – egli tuona – sembra gravitare “una coalizione pronta a sostenere le ragioni di Teheran e del suo oscurantismo religioso contro l’opportunità di un ‘cambio di regime’ nella terra degli ayatollah”. In risposta a questi complici della teocrazia, occorre suonare la fanfara della guerra nella speranza che la nuova autorità suprema dell’Iran venga nominata dall’immacolato sterminatore della Striscia. La sorprendente resurrezione dell’assalto militare per deporre un governo sgradito urta tuttavia contro le analisi scientifiche più rigorose che, attraverso dati e comparazioni, spiegano che “i cambi di regime sono andati terribilmente male” (Thomas H. Henriksen, America’s Wars: Interventions, Regime Change, and Insurgencies after the Cold War, Cambridge, 2022). La “Pax Universalis”, promessa da George W. Bush a coronamento di una manovra etica di rimozione dell’autocrate iracheno, si è trasformata in anarchia, conflitti intestini, terrorismo, destabilizzazione regionale, proliferazione delle sigle jihadiste.

Guerre e trame per estromettere un potere avverso ci sono sempre state – tra il 1510 e il 2010 ben 209 sono i casi, di cui 100 dopo il 1815, senza contare le iniziative occulte. Per gli Usa l’invasione con gli stivali sul terreno (Afghanistan nel 2001, Iraq nel 2003), la liquidazione del despota (in Libia nel 2011), l’appoggio alle milizie locali per rovesciare il presidente (in Siria nel 2012) sono diventate la specialità della Casa (Bianca). Il neoconservatore Bush e le amministrazioni democratiche hanno scomodato i ritrovati di hard-power per disegnare a loro piacimento le mappe delle relazioni internazionali nell’Est europeo e nel Medio Oriente. L’interregno odierno, con un vecchio assetto che si è dissolto e un nuovo equilibrio che viene affidato alla energia creatrice della nuda potenza, vede le operazioni speciali americane celare le ambizioni di dominio con la maschera dei valori democratici. La spinta di Washington alle rivoluzioni colorate in Georgia (novembre 2003), Ucraina (novembre 2004) e Kirghizistan (marzo 2005) ha gettato i semi delle attuali inimicizie belliche. Il copione si propone ogni volta identico. Vince un candidato poco stimato dall’Impero, e allora si scatena la piazza.

A Tbilisi lo sfidante Saakashvili, in possesso di un Master of Laws alla Columbia University, non trionfò, e assai presto ai moti lungo i viali (“Rivoluzione delle Rose”) si aggiunse la premura della White House. Al segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, bastò un accenno al dispiegamento di forze militari statunitensi per indurre l’alleato del Cremlino, Shevardnadze, a dire addio alla presidenza. Nulla di diverso da quanto accadde in Ucraina l’anno seguente. Esiti elettorali svantaggiosi, dimostranti per le strade e Colin Powell che all’istante sentenziò: “Non possiamo accettare questo risultato come legittimo”. Una descrizione puntuale della vicenda si ricava dal libro citato di Thomas H. Henriksen: “Dopo 17 giorni di incessanti disordini civili in Piazza Indipendenza a Kiev, la Rivoluzione Arancione ha prevalso, portando alla presidenza Viktor Yushchenko, di ispirazione occidentale. Due anni prima della rivolta popolare, gli Stati Uniti hanno stanziato 58 milioni di dollari per irrobustire la democrazia in una società chiusa, formando attivisti, incoraggiando un sito web pro-democrazia e diffondendo una copertura giornalistica indipendente degli eventi politici. Le truppe ucraine sono rimaste nelle caserme anziché reprimere le marce pro-democrazia. Ma il colpo di Stato americano ha alimentato le contromosse della Russia per affermare l’influenza di Mosca nelle zone confinanti”.

Il terzo mutamento di regime ebbe luogo in Kirghizistan, dove sbocciò la “Rivoluzione dei Tulipani” sull’onda di manifestazioni che chiedevano la cacciata del presidente Askar Akayev. “Per promuovere il pluralismo politico – ricorda Thomas H. Henriksengli Stati Uniti e un blocco di governi europei hanno finanziato gruppi democratici emergenti nel paese dell’Asia centrale, insieme a programmi simili in altre ex repubbliche sovietiche. Nell’ambito del Freedom Support Act, un anno prima delle elezioni del marzo 2005 Washington destinò 12 milioni di dollari per le formazioni della società civile al fine di coltivare una società libera in Kirghizistan. Nonostante il sostegno del Cremlino, il dittatore scappò e si rifugiò a Mosca. La Russia era furiosa con l’Occidente perché il Kirghizistan faceva parte del Trattato per la Sicurezza Collettiva. Il fatto che una nazione musulmana si fosse ribellata per destituire il suo tiranno rincuorò il presidente Bush, convinto della possibilità di una replica in Medio Oriente”.

Gli avvenimenti in quest’area cruciale, con l’allontanamento del leader piantagrane e l’abbandono del territorio al caos tribale, confermano la tesi per cui nei paesi poveri, etnicamente non omogenei, “il consolidamento istituzionale generalmente fallisce”, e quindi “il cambio di regime è un’impresa pericolosa”. A supporto del proprio giudizio, Alexander B. Downes (Catastrophic Success, Cornell University Press, 2021) evoca guerre civili, insicurezza, Stati in default (“la vera catastrofe in Iraq si è realizzata dopo la caduta di Saddam”), fuga dei volenterosi dagli sforzi costosi e a lungo termine per le opere di nation-building. Gravi sono gli effetti di sistema della convergenza tra Repubblicani e Democratici nella dottrina della guerra per l’esportazione della democrazia. Trascorsi dieci anni dalla mobilitazione “arancione”, divampa ancora la protesta in Ucraina (Euromaidan nel 2013-14). L’allora Sottosegretaria di Stato per gli Affari europei ed eurasiatici, Victoria Nuland, ha calcolato che tra il 1991 e il 2013 “gli Stati Uniti hanno investito oltre 5 miliardi di dollari per aiutare gli ucraini a sviluppare competenze e istituzioni democratiche”.