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Contro l’allineamento in agguato, il ritorno di Flavio Giurato: “Non essere famoso? Per me è stata una fortuna”

FOTO DI LUDOVICA DE SANTIS (US)

FOTO DI LUDOVICA DE SANTIS (US)

Ogni volta qualcuno che ci resta, non ci crede, incredulo, pensa a uno scherzo: il fratello del giornalista e conduttore Luca Giurato un grande cantautore? E ogni volta una nicchia che invece attende con attesa che non è hype, senza calcolo o sparizioni e indizi sui social, dove Flavio Giurato è seguito da neanche duemila follower, “il tesoro meglio custodito del cantautorato italiano” e scusate se è poco. Come si può fare a fare musica per una vita, questo mestiere, lasciare un segno indelebile e ispirare e non essere famoso, una star dello spettacolo?

Aiutano sicuramente una manciata di canzoni nuove, l’ottavo album a nove dall’ultimo, Il Console Generale (Panico Dischi), riferimento al padre Giovanni Giurato, console generale in Uruguay, e “una proposta per trattare la propria sorte di fronte alla prospettiva sempre in agguato dell’allineamento”. Disco minimalista e immaginifico, cinematografico e allucinato, ossessivo e pieno pieno di personaggi e di racconti come sempre. A 77 anni Flavio Giurato è il solito “fiume Carsico che riemerge quando nessuno se l’aspetta più” come ha detto di lui Carlo Massarini. Suona la sua chitarra anche sul corpo, pizzica e percuote. Sperimenta e stupisce, ricorda e fa pure sorridere. “Sono molto contento che sia piaciuto molto, mi pacifica”. Sta portando la sua musica in tour, almeno fino a fine aprile.

Prima copertina quantistica della storia, ha detto. Ce la può spiegare? Tra l’altro è un altro riferimento alla fisica dopo, per esempio, La scomparsa di Majorana (album del 2015, ndr), forse una vecchia passione.

Sono stato studente di medicina per un anno, la fisica è una passione venuta dopo. La copertina nasce dalla vena poetica di un vero poeta che si chiama Guido Celli, l’ha fatta lui anche se non è il suo mestiere. Praticamente cambia ogni volta che cambia il pezzo, a seconda di come la si guarda. Può essere una guida stellare, costellazioni che tracciano una mappa di navigazione da Anzio alle scogliere di Dover se si parla del console generale ambientato nell’antica Roma. Può rappresentare le luci di un campo di sterminio viste dall’alto.

Shoah, e quindi ruolo della memoria, che torna in Thaiti Tamuré. Perché questa danza tipica polinesiana per il ritornello e il titolo di questa canzone?

È difficile da spiegare anche per me. È una suggestione nata sicuramente da un film, La grande illusione di Jean Renoir, in cui c’è un festino con ambientazione a tema organizzato dai soldati in un campo di prigionia.

La prossima liberazione invece è il racconto di un ragazzino detenuto in un carcere minorile. Com’è nato questo pezzo?

In realtà è proprio di un testo scritto da un ragazzino. Ho partecipato a un’iniziativa per cui artisti, cantanti, autori musicavano dei testi scritti dai detenuti. E io ho preso questo, di un ragazzo detenuto nell’Istituto Penale Minorile di Bari: aveva pubblicato questo testo infinito, da cui io, con un po’ del mestiere che ho accumulato in tutti questi anni, ho tirato fuori La prossima liberazione.

Si riconosce anche una linea comica, quasi sempre presente nei suoi album, spesso anche grottesca. Per esempio in Laura e il cubano.

È basata su un fatto assolutamente vero: quando ero al liceo c’era questo ragazzi che per tutti era il cubano, per noi era cubano al 100%, fino a quando non si è fidanzato con una mia amica che un giorno mi ha rivelato: “A Flà ma lo sai che il cubano non è cubano manco per gnénte”. Come non è cubano? È stato uno shock terribile.

Quanto possono tornare utili le identità fittizie, nella vita?

A volte può far comodo. Questa possibilità di cambiare identità c’era anche ne La scomparsa di Majorana, è un leitmotiv nella mia produzione.

Anche lei, per esempio, ha fatto anche altro nella vita. Non solo musica.

Quando è finito il rapporto con le case discografiche – cui io debbo soltanto gratitudine e riconoscenza per averci messo a disposizione dei mezzi di produzione illimitati tra Roma, Milano, Londra con professionisti come Ray Cooper e Mal Collins – sono andato a lavorare in Rai come regista e ci sono rimasto dieci anni. Ho lavorato a Rai1, nelle squadre di ripresa esterne che è il lavoro che più si avvicina a un set cinematografico, abbiamo fatto molti documentari. Ero una specie di Top Gun della situazione insomma e sono arrivato a dirigere la Milano 1. Ho imparato un altro mestiere e sono molto contento di questo.

Esperienza che le tornerà utile per il suo western, che progetta di girare da tempo.

È una di quelle cose che vanno avanti da decenni. Siamo alla quarta stesura di sceneggiatura e ci sarà anche un primo ciak.

FOTO DI LUDOVICA DE SANTIS (US)

Ormai è una leggenda metropolitana anche il suo album interamente in inglese, Recent Happenings, che lei stesso ha confessato di progettare dagli anni settanta, addirittura da prima del primo disco Per futili motivi. A questo punto viene il dubbio che questo disco sia qualcosa di reale, o se è solo una grande presa in giro.

No no, è verissimo. C’è uno stadio dei lavori. Sempre il poeta Guido Celli mi ha fatto notare che alla fine dei lavori più recenti, dal suono molto scarno ed essenziale, c’è un ultimo brano in full band, con un arrangiamento a piano organico. Allora l’ultimo pezzo di Recent Happenings, vorrei risuonarlo così. Posso confermare che il disco è finito.

A proposito di Recent Happenings, di questo progetto primordiale ma rimandato per una carriera intera: lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano paragonava l’utopia all’orizzonte. “Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”. Ecco, mi chiedevo, se questo obiettivo sempre posticipato non servi ad andare avanti e nel frattempo esplorare e scoprire e continuare a camminare.

È proprio così. Però a un certo punto questo orizzonte bisogna riuscire anche a toccarlo in qualche maniera, ad acciuffarlo. Sono contento di esserci riuscito, mi manca ancora un piccolo passo e poi è fatta. Ci ho cominciato a lavorare in pratica da quando suonavo in metropolitana.

Lei viene da una famiglia molto strutturata dal punto di vista culturale (padre Console Generale, fratello di Luca Giurato e del direttore della fotografia Blasco Giurato, nipote del regista e librettista Giovacchino Forzano) a un certo punto ha scelto la musica e ha cominciato a suonare da busker. Era una forma di ribellione verso l’autorità più formale e istituzionale anche in famiglia?

Non direi, è stato sempre un tratto del cammino verso l’orizzonte. Avevo proposto i provini di Per futili motivi e mentre aspettavo che mi dicessero qualcosa sono andato a Londra, tappa obbligatoria a Portobello Road. Adesso tutto è cambiato, addirittura danno una specie di patentino per registrare gli artisti di strada e permettere loro di suonare. È un mondo che se n’è un po’ andato rispetto all’epoca.

Qual è stata la sua epifania musicale, quando ha deciso di fare musica seriamente?

Direi proprio a Londra, anni prima, quando sono andato a registrare in uno studio. Ho visto questo vetro di separazione tra la sala e la regia, i microfoni, il banco, e ho detto: io qui ci voglio stare assolutamente. Perché c’è una parte molto affascinante, oltre a quella degli strumenti, nella tecnica di registrazione. Io ho avuto la fortuna di lavorare con l’analogico quando ho raggiunto il culmine insomma, ed è una cosa che rimpiango. Nel primo Marco Polo a un certo punto si sentono delle vele che sbattono al vento e quello è il nastro 24 piste da due pollici che sbatte sulle testine a fine corsa. Ci ho messo un po’ di anni per capire il passaggio dall’analogico al digitale e a quel punto ho fatto tre dischi. Adesso è tutto diverso, il suono ha un’altra forma

A proposito di tecnologia, e per tornare anche alla linea comica, Ricarica mi ha fatto pensare all’uomo contemporaneo sempre alla ricerca di un caricabatterie o di una presa o di entrambe per caricare il telefonino.

È la storia di amore tra un caricatore e un telefono, che non sono compatibili ma va bene qualsiasi interpretazione.

Non ha mai nascosto la sua passione per il Festival di Sanremo, al Premio Tenco invece non è mai stato premiato ma l’hanno invitata soltanto nel 2023. Anche in questo è piuttosto singolare la sua carriera.

No, non sono stato mai premiato al Premio Tenco ma sono stato invitato come ospite e devo dire che andare su quel palco è un’esperienza unica, pazzesca. Il palco è una cosa magica, un posto che è stato baciato data dei dèi. Sono affezionato a Sanremo perché, cazzo, io ci ho visto Louis Armstrong, ho visto in diretta Domenico Modugno che cantava Volare, ho visto José Feliciano. Io non sono mai entrato all’RCA perché volevo cantare in inglese all’epoca e quindi non ho fatto mai parte di quell’infornata di cantautori che si riconoscevano nel mitico FolkStudio di Roma – dove io non sono mai andato una volta in vita mia – e nel Cenacolo dell’RCA. Come maestri posso citare sicuramente Fabrizio De André, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Luigi Tenco.

FOTO DI LUDOVICA DE SANTIS (US)

Per Lucio Corsi lei è “il re della formula chitarra e voce”.

Tutto è cominciato quando lui venne a Milano a un mio concerto, una decina d’anni fa credo. Mi chiese se poteva aprire il concerto e io gli ho detto: apri quello che ti pare. Mi è piaciuto subito perché è molto originale, ha un suo mondo poetico che mi piace tanto. Quando ha fatto il botto gli ho scritto dicendo: stai attento adesso a non diventare un dente dell’ingranaggio, stai attento a non farti spremere come un limone, cerca di campartela con buon senso. È parecchio che non ci sentiamo.

Non sarebbe male una collaborazione, non crede?

Chissà.

A proposito di non farsi consumare dalla fama: questo rapporto con la popolarità, rifiutata o mancata, che cosa ha dato, che cosa ha tolto alla sua musica, alla sua carriera, alla sua vita in generale?

Per me è stata una fortuna perché la popolarità costa, non è che viene gratis. È piena di impegni. Un giorno mi sono ritrovato in questa stanza da cui ti parlo, ho finito di fare Digos (canzone del disco Le promesse del mondo, ndr) mi sono detto: menomale che sto qua, che non devo fare un servizio fotografico, qualche evento di rappresentanza per la major o che cazzo ne so. Per me è stata sicuramente una fortuna, mi ha permesso di continuare a essere me stesso.

Quindi questo mestiere si può fare anche senza essere delle star?

Sicuramente io ho avuto la fortuna di avere una casa, per cui ho potuto compensare il fatto che l’attività non fosse molto remunerativa dal punto di vista economico e ho potuto fare quello che mi pareva in completa indipendenza. E questo non ha prezzo.

E c’è una nicchia che la segue con grande attenzione e forse anche gelosia. Qual è il suo rapporto con questa?

È motivo di grande soddisfazione, certo. Ma è anche un impegno a non tradirla mai questa nicchia.