In un improbabile remake di Questo pazzo pazzo pazzo mondo, strabiliante pellicola comica (e insieme paradossale, dedicata all’assurdo) degli anni Sessanta egregiamente firmata da Stanley Kramer, e non sembri questa una battuta di alleggerimento rispetto al soggetto di cui trattiamo, l’inquietante (non c’è altra parola per definirlo) Robert F. Kennedy Jr., figlio di Robert, e, altrettanto, va da sé, nipote del presidente assassinato a Dallas, potrebbe figurare nei titoli di testa: improbabile primo attore, lì a smentire i legami del sangue, rovesciando ogni etica, confermando appunto l’assurdo nella sua forma assoluta.
Suggerendo addirittura già nel volto, segnato dalle rughe d’espressione proprie di un’indole aggressiva, addirittura l’immagine di un fratello maggiore dei suoi stessi familiari tragicamente iconici, rimasti invece, a dispetto del tempo, giovani nella memoria collettiva, immutabili. RFK Jr. un 72enne decisamente osceno e imbevuto di tracotanza. Ripeto: sembra quasi un paradosso della storia, assodata la postura inquietante di RFK Jr., che tale persona giunga adesso a noi, al nostro sguardo, dalla stessa tribù rispettabilmente influente democratica della contea di “Camelot” a stelle e strisce. Trump, appena eletto, si sappia anche questo, lo ha subito premiato consegnandogli la responsabilità, di più, l’investitura ministeriale, il trono della sanità negli Usa. Irrilevante, assodata l’irritualità verbale che sconfina nell’insulto dell’attuale residente della Casa Bianca, perfino commentare le sortite pubbliche dell’intero personale di Washington; il figlio di “Bob” a svettare fra tutti loro, privilegi di un cognome eticamente infranto.
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Restando al nostro, l’uomo conferma e propala un sentire ampiamente complottista e in ogni caso, sia detto eufemisticamente, al limite dell’indicibile, dell’assenza di ritegno. C’è stato infatti appena modo di leggere che proprio “il ministro della Salute americano Robert F. Kennedy Jr. durante una puntata del podcast ‘This Past Weekend’ di Theo Von, apparso su Youtube, ha raccontato i suoi trascorsi da dipendente da droghe e alcol e di come frequentasse le sedute di terapia di gruppo in presenza, anche durante la pandemia”. Sincerità prossima all’osceno, propria di uno scenario splatter. Riferendosi al centro di riabilitazione frequentato l’erede Kennedy ha infatti pronunciato: “Non ho paura di un germe. Sniffavo cocaina dalle tavolette del water”. Ha poi spiegato, per dimostrarsi diligente, di non avere mai mancato gli incontri in presenza con il suo gruppo di recupero durante la pandemia: “Non mi importava cosa sarebbe successo, sarei andato a una riunione ogni giorno”. Rispetto ai rischi corsi in passato per le sostanze stupefacenti, il timore del contagio da Coronavirus non ha mai significato ai suoi occhi una minaccia, un limite, semmai una sfida negazionista.
Robert Jr., si sappia anche questo, ha infatti sempre affermato in modo risoluto e aggressivo l’inesistenza del covid: reputando ogni copertura vaccinale nient’altro che una sicura truffa, con Bill Gates e Anthony Fauci a ordire, a macchinare dietro ogni “siero” per pura cupidigia di denaro. L’obbligo, appunto, vaccinale, sempre nella sua prospettiva, da ritenere un “nuovo Olocausto” cui sottoporre i bambini. Scartabellando ancora c’è modo di apprendere che, sempre agli occhi suoi, l’aggressione criminale russa all’Ucraina contempla Vladimir Putin per nulla responsabile, da assolvere semmai, visto che ogni accordo per mettere fine alla guerra sarebbe stato rifiutato, disatteso da Kiev; zero empatia verso Zelensky. Robert Kennedy Jr., nella sua improbabile assenza di misura, altrettanto condivide ogni teoria cospirativa sull’assassinio, era il 1963, dello zio, idem di suo padre Robert, freddato cinque anni dopo a Los Angeles dal killer Sirhan Sirhan: omicidi, garantisce, siglati presumibilmente dalla Cia. Con pienezza demagogica e populista, accompagnato virtualmente dal frastuono dell’assalto del popolo MAGA a Capitol Hill, dunque all’attitudine complottista che anima un bilioso pezzo d’America, non meno rabbioso in bermuda, fuori d’ogni razionalità politica, sempre lui, uno degli 11 figli di RFK, aveva annunciato addirittura la propria candidatura alla Casa Bianca.
Elon Musk, si sappia ancora, lo porterebbe volentieri con sé con una nuova navicella Apollo nello spazio. D’improvviso, grazie al suo avvento, tutte le suggestioni visive epocali edificanti, iconiche da rotocalco familiare, riferite al clan Kennedy, pensando a lui improvvisamente virano nel difforme, nell’improbabile, nell’assurdo, forse anche nella farsa, quest’ultimo il male minore tra i cocci di una storia tradita. L’immagine di suo padre Robert, solo in spiaggia a Hyannis, lo sguardo rivolto al mare increspato, il cocker spaniel un passo dietro ad accompagnarlo, il pettine del vento tra i capelli, a dare l’idea di una “nuova frontiera” democratica, trova ora come testo a fronte la semplice tavoletta del water già utilizzata dal figlio per diletto da tossico… Grazie all’erede di Bob ed Ethel, anche i fotogrammi dell’assassinio a Dallas di JFK, girati per puro caso della storia con una cinepresa 8 millimetri “Bell & Howell Zoomatic” dal sarto Abraham Zapruder, si ritrovano altrettanto oscurati dalla tragicommedia trumpiana del giorno dopo dove proprio l’erede svetta ormai in primo piano ravvicinato.
Sempre muovendo dalle suggestioni memoriali dell’America un tempo “civile”, tornano altrettanto a galla le sequenze del treno che portava la salma di suo padre Bob lungo la strada ferrata, “Funeral Train”, così prende nome il commovente portfolio fotografico di Paul Fusco che restituisce quel giorno, quel lutto, con l’America che gli rende omaggio: uomini, donne, suore, boyscout, intere famiglie, cittadini d’ogni “razza”, veterani dell’American Legion, la bandiera a stelle e strisce al loro fianco, le mani che recitano l’addio, gli abiti dai colori fosforescenti propri della moda e delle vetrine di quei giorni; un popolo immobile ai margini dei binari: chi a sollevare il saluto militare, chi la mano sul petto, chi a innanzare il cartello “SO-LONG BOBBY”; nessuno forse avrebbe mai immaginato che in fondo a quell’ultimo viaggio che riassume il Novecento, parte delle sue lacrime per una nuova promessa spezzata, avremmo appunto trovato il figlio “degenere”, giusto per usare un’espressione da casellario politico e forse ancor prima esistenziale, un osceno campione dell’improbabile che si fa realtà; la tavoletta di un water segnata una “striscia” di cocaina in dissolvenza incrociata con la bandiera a stelle e strisce. A quanto sembra rovesciata. Per tacere su tutto il resto che l’altrettanto osceno Trump sta consegnando al mondo.