Se in questo periodo non passate per Chicago – tappezzata di scritte “hands off Chicago”- è difficile immaginare il grado di “guerra civile americana” cui è arrivata oggi la vita politica del Grande Paese. La direttrice di una scuola mi diceva di aver distribuito dei fischietti ai genitori dei suoi allievi, lo scorso ottobre.
Ohibò, per che farne? Per avvertire che nei paraggi si aggirava, come l’orco di una fiaba, qualche minaccioso agente federale del famigerato ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement, creato da Bush dopo l’11 settembre) inviato qui da Trump per arrestare migranti irregolari e rispedirli ai loro paesi. Gli agenti sbucano da nerissimi Suv armati di tutto punto e mascherati, alla caccia dei clandestini: se la persona fermata – quasi sempre afro-americana o latina – non ha i documenti viene spesso malmenata e arrestata, nel più totale arbitrio, come nel film Minority report di Spielberg, tratto da Ph. K. Dick. Il governatore Pritzker, quasi un eroe civile, ha invitato alla resistenza e ha perfino mobilitato la polizia locale contro l’ICE! Per soprammercato Trump ha fatto venire 300 soldati della Guardia Civile dal Texas, per sostenere i federali. Ora, dato che gli Stati Uniti, nonostante tutto, non sono il Grande Fratello orwelliano, prima una giudice solitaria e poi la Corte Suprema hanno vietato l’uso della Guardia Civile in situazioni del genere, giudicandolo pretestuoso. Così i 300 soldati non sono mai usciti dalla loro caserma e adesso faranno mestamente ritorno in Texas.
Chicago, simbolica capitale politica dell’America – da Lincoln a Obama – potrebbe innescare nel nuovo anno una virtuosa inversione di tendenza. In che senso? La vittoria di Trump dipende in buona parte dai limiti del Partito Democratico, chiuso in una sua aristocratica separatezza, incapace di’ ascoltare la gente. Secondo una recente indagine se un “democratico” si accorge che il suo interlocutore ha una differente veduta di idee interrompe subito la conversazione! Non così un “repubblicano”. Ora, a Chicago negli anni ’30 nacque il community organizing, ideato da Saul Alinsky (radicale nonviolento, e mentore di Obama), un sindacalismo territoriale che organizza la comunità su obiettivi che riguardano la giustizia sociale, l’educazione, l’ambiente. Una esperienza di democrazia dal basso che, accanto alla pratica del sit-in (inventato da Alinsky, e oggi in Italia incredibilmente considerato reato dal governo) si è poi trasmessa alla New Left e alla controcultura degli anni ’70. Ora, il metodo del community organizing si basa essenzialmente sull’ascolto, proprio ciò che manca oggi alla sinistra, americana e italiana. E poi sulla creazione di un contropotere della comunità capace di interagire con le istituzioni e le aziende. Una idea di autonomia della società civile, e del ruolo propulsivo del conflitto sociale, che in Italia ha radice nell’azionismo.
A Chicago Trump è percepito come un alieno, e la sua presidenza come un cataclisma abbattutosi misteriosamente sulla nazione. Ma proprio qui una politica fondata sulla comunità potrebbe batterlo sul suo stesso terreno populista. Il community organizer è un leader territoriale che si attiva sulla cosiddetta tematica DEI (Diversity, Equity, Inclusion): ben ben radicato nella sua comunità e capace di ascoltarla, non ha nulla della supponenza dello star system progressista americano. Se volete avere un’immagine pregnante del Sogno Americano, della sua insondabile ambiguità, dovete pensare proprio a Chicago. Due icone dell’immaginario: i Chicago Boys e i Blues Brothers.
Da un lato l’anarchia neoliberista del libero mercato, nemica del Welfare e ispirata da Milton Friedman, e dall’altro il gioioso, irriverente anarchismo fracassone di Belushi! Due visioni del mondo opposte, eppure segretamente unite da un’attitudine: l’insofferenza verso regole e autorità, una idea “selvaggia” di libertà. Anche se declinata in due direzioni esattamente contrarie: difesa dei privilegi di classe e brama di arricchimento i ragazzi di Chicago (che diventarono i consulenti di Pinochet), e impegno dei Blues Brothers in una rivolta contro il potere da parte dei diseredati (impediscono la chiusura di un orfanotrofio gravato dai debiti).
Tutta la biografia di Chicago si incardina su questa polarità: da qui si origina, nel 1886, il Primo Maggio, a seguito di un grande sciopero operaio, poi represso nel sangue, e qui hanno prosperato gangsterismo e corruzione, qui esplosero gli scontri di massa del 1968 per la Convention democratica, (cantati da Graham Nash) quando la repressione poliziesca eliminò brutalmente anarchici e Pantere Nere. Anche nel suo imprescindibile saggio Il maiale e il grattacielo ”Marco d’Eramo racconta il dualismo nella storia di Chicago, tra gli immensi mattatoi e il vertiginoso skyline (McDonald’s e Lloyd Wright), tra la catena di smontaggio degli animali morti e la verticalità gotica di un’architettura sognante, tra “interessata” inclusività (ha sempre accolto immigrati da ogni regione come utile manodopera) e geometrica razionalizzazione del lavoro industriale.
A Chicago potrebbe ripartire una impetuosa onda antitrumpiana. Come leggo in un articolo del New York Times dedicato a Thomas Paine, fondamentale per la Rivoluzione americana, oggi la rivolta deve guardare al passato più che al futuro. L’aureo libretto settecentesco di Paine Il senso comune, che infiammò le allora colonie inglesi (100.000 copie in un anno!), accelerò il processo di indipendenza. In esso si legge che “la legge è il re”, una frase che ha originato il movimento “No Kings”: la sovranità della legge, del diritto, della Costituzione, viene prima perfino della sovranità del consenso popolare (bisognerebbe regalarlo alla nostra premier). Dunque, in nome di Paine e di Belushi: “Giù le mani dall’America”.