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Com’è stato rapito Maduro: il primo attacco di guerra di Trump in America Latina, un blitz con almeno 90 morti

AP Photo/Aaron Favila – Associate Press/ LaPresse

AP Photo/Aaron Favila - Associate Press/ LaPresse

È stato rapidissimo l’attacco americano, ma non imprevisto. “Ci stanno invadendo”. “Vedo nove elicotteri nel cielo del centro”. “Non c’è nessuna reazione delle nostre forze armate”. “Forti esplosioni al Fuerte Tiuna”. Il Fuerte Tiuna è la storica e nevralgica installazione militare della capitale venezuelana e questi sono alcuni messaggi di persone svegliate a Caracas l’altra notte dal blitz di guerra rivendicato da Donald Trump per sequestrare il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, e sua moglie Celia Flores. La Casa Bianca dice da mesi di voler mettere le mani su Maduro, c’era anche una sontuosa taglia sulla sua cattura. Nel 2020 il Dipartimento di giustizia americano ha accusato lui e una dozzina di dirigenti del regime venezuelano di reati di narcotraffico. Maduro in tribunale a New York: “Sono stato rapito. Sono sempre presidente”.

Trump dall’inizio di settembre, senza mai una sentenza che provi qualcuna delle accuse e senza fornire elementi concreti a loro sostegno, va rivendicando di aver fatto esplodere, colpendole dal cielo, decine di piccole imbarcazioni al largo della costa venezuelana. Ha anche sequestrato petroliere con carico di petrolio venezuelano. La notizia del blitz nel cielo venezuelano è stata esibita con commenti del presidente americano che gongolava entusiasta alla ostentazione delle immagini delle forze speciali che catturano Maduro e sua moglie in piena notte a casa loro e li portano in prigione a Brooklyn. Non c’è stata dichiarazione di guerra e la decisione dell’attacco non è stata sottoposta al Congresso. La Carta delle Nazioni Unite vieta a tutti i Paesi di usare la forza nel territorio sovrano di un altro paese senza il suo consenso, una giustificazione di legittima difesa o l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

L’operazione Trump fa l’effetto di un avvertimento alle potenze regionali, al Brasile di Lula innanzitutto. Ed è un diretto attacco a Cuba (l’anello di sicurezza attorno a Maduro è fatto di agenti cubani, l’intero comando dei servizi di intelligence venezuelana è in mano all’Avana che fa sapere di aver perso 32 agenti nel sequestro di Maduro). I soldati americani rimarranno nel Mar dei Caraibi per esercitare “influenza” sui nuovi leader, ha detto il segretario di Stato Marco Rubio. Le portaaerei americane che da settimane incrociano al largo delle coste venezuelane – mai stata negli ultimi decenni una presenza militare statunitense così visibile ai Caraibi – rimangono dove sono. Trump ha detto: “Non abbiamo paura di mettere truppe sul campo”. E ha annunciato che aziende statunitensi sfrutteranno le risorse petrolifere del Venezuela, ossia i più ricchi giacimenti di idrocarburo al mondo anche se si tratta in maggior quantità di “olio sporco”, il più costoso da estrarre e lavorare ma comunque oro nero sicuro raffinato da decenni in impianti statunitensi secondo il modello della “apertura petrolifera” che rappresentava un settore apposito di studi nella Università venezuelana anche pubblica nel periodo iniziale del governo Chavez. Trump non ha citato le miniere d’oro, i minerali preziosi e le riserve idriche di cui il Venezuela è ricchissimo.

Il blitz è stato preparato in 4 mesi (fonte, il New York Times). Agenti Cia, droni e un informatore nello stretto giro di Maduro, hanno studiato tutte le loro mosse. Il capo dello stato maggiore americano ha detto di sapere dove dormiva Maduro, cosa mangiava e persino quali animali domestici aveva. In Kentucky, i militari hanno costruito una replica a scala reale di un complesso in cui si trovava Maduro, uno dei sei o otto luoghi in cui si nascondeva (questo sempre secondo il Nyt). L’attacco notturno è stato preceduto da un black out in vaste aree di Caracas, poi sono arrivati 150 aerei, droni ed elicotteri statunitensi con la difesa venezuelana non in grado di rilevarli. Hanno bombardato radar e siti di difesa aerea e hanno lasciato i commando al Forte Tiuna. I commando della Delta Force hanno aperto una porta e hanno trovato Maduro tre minuti dopo. Trump ha seguito l’attacco a distanza. “L’ho visto letteralmente come se stessi guardando un programma televisivo”, ha detto a Fox News. Poi ha messo in rete una foto di Maduro prigioniero, bendato e ammanettato. Dalle forze armate venezuelane arriva la notizia di “persone uccise a sangue freddo”.

Una frenata è stata imposta da Trump a María Corina Machado, il volto immagine (mai stata una leader) dell’opposizione di destra venezuelana, incoronata a figura mediatica spendibile per il dopo Maduro attraverso l’operazione Premio Nobel per la Pace (che lei ha dedicato a Trump). Il capo della Casa Bianca ha detto di lei “non ha il consenso per governare” e ha lasciato intendere di non chiudere la porta invece a Delcy Rodríguez, vice di Maduro ora nominata presidente ad interim. Trump ha detto di lei “mantiene il potere fa quello che vogliamo”. Ciò ha spalancato il pozzo dei sospetti sul ruolo giocato da Delcy Rodriguez e da suo fratello, presidente dell’Assemblea nazionale, entrambi con forte potere personale nel regime chavista fatto di penetrazione profonda delle strutture economiche e militari e caratterizzato da un equilibrio politico mantenuto nella distribuzione dei proventi degli infiniti traffici delle grandi risorse naturali e soprattutto dalla gestione del rubinetto dell’import-export che consente accesso ai dollari. Impossibile non notare l’esplicito riferimento fatto a Delcy Rodriguez da Trump . Lei ha risposto di “non tollerare sopraffazioni al Venezuela” e di voler “lavorare per la pace”.

Attraverso l’ardita accusa a Maduro di minacciare gli Stati uniti inondandoli di cocaina, Trump sembra accennare a una mirabolante natura difensiva dell’attacco americano a Caracas in cui sono morti anche tanti civili, almeno una quarantina. Sembra attento a non volersi farsi accusare di aver autorizzato una invasione. In tutto il mondo l’unica leader di un paese democratico che ha rigiocato tale e quale la carta impresentabile della natura difensiva del blitz americano è stata Giorgia Meloni. Le strade di Caracas ieri mattina non erano deserte, lunghe code davanti ai supermercati e alle farmacie. “Finite le uova ovunque” dicono dalla zona del Valle, area popolare vicina al Forte Tiuna da dove l’altra notte i bombardamenti hanno fatto esplodere i vetri delle finestre di molti edifici: “Abbiamo paura, siamo seduti da sempre su una polveriera pronta ad esplodere, è piena di armi questa città, se salta il controllo dell’ordine pubblico sarà una carneficina di civili” dice un ex editore al telefono da una casa della Candelaria, quartiere coloniale del centro.

“Passiamo dal tiranno Maduro alla dittatura Trump, questo è un colpo di Stato” dice uno dei pochi leader della sinistra antichavista non ancora arrestato dal regime. Riaperta l’autostrada Francisco Fajardo che porta in città. Fino a ieri pomeriggio nelle strade di Caracas ovest e di Caracas est non circolavano però i motociclisti dei colectivos. I colectivos chavisti sono bande paramilitari attualmente quasi tutte sotto il comando del potente ministro degli Interni venezuelano Diosdado Cabelo che, oltre all’altrettanto potente Vladimir Padrino Lopez, ministro della Difesa, ha in mano la gestione delle milizie armate a Caracas. Esistono anche grandi bande di motoqueros nate attorno all’estrema destra, sono sempre tra colectivos gli scontri più sanguinosi in Venezuela. Molte delle bande nate a Caracas est come braccio armato dell’opposizione negli ultimi anni è passata al soldo del regime che consente ai colectivos di gestire traffici vari nei quartieri così da poterli usare come luogotenenti all’occorrenza.

Lo scontro frontale tra Washington e Caracas è sempre stato, nell’ultima parte della vita di Hugo Chávez, morto il 5 marzo del 2013, più nei toni delle urla da comizio che nella sostanza delle relazioni. Dopo il 2013 una parte della sezione latinoamericana del Dipartimento di Stato ha tentato di mantenere con Maduro ponti percorribili per gestire affari politici. Quest’estate Stati Uniti e Venezuela hanno scambiato prigionieri. I 252 migranti venezuelani che gli Stati Uniti avevano deportato in una prigione di massima sicurezza in El Salvador sono tornati in Venezuela il 18 luglio. Erano stati arrestati sul suolo americano ed espulsi in virtù di una legge in tempo di guerra per presunti legami con il tren de Aragua, banda che Trump ha messo nelle liste dei narcoterroristi. Nessuna prova è stata data riguardo al fatto che queste persone abbiano precedenti penali o legami con l’organizzazione. Il regime di Maduro ha consegnato alle autorità statunitensi 10 uomini che erano imprigionati in Venezuela. Alcuni erano cittadini statunitensi e altri avevano la residenza permanente.

Recuperare petrolio e spazio politico a Caracas è stato negli ultimi anni l’obiettivo di lavoro di una discreta equipe del Dipartimento di Stato statuintense a cui una parte dell’amministrazione Trump fa la guerra già dal primo mandato di Trump. L’obiettivo di ricavare un margine politico per il dialogo era stato considerato in parte raggiunto dopo un proficuo viaggio di una delegazione americana a Caracas per riunirsi con Nicolás Maduro entusiasta di riprendere le relazioni interrotte nel 2019 da Trump con annessa chiusura dell’ambasciata americana a Caracas ed embargo al petrolio venezuelano. Dopo la chiusura dei contratti voluta dall’amministrazione Trump Maduro s’era presentato col cappello in mano sulla Piazza Rossa. Quando Washington ha imposto sanzioni efficaci alla vendita di petrolio raffinato venezuelano, l’impresa statale russa di petrolio Rosneft s’è mobilitata per moltiplicare le esportazioni di barili venezuelani nel mercato asiatico. Due mesi dopo, quando le voci su una possibile precipitazione armata dell’eterno conflitto venezuelano s’erano fatte più insistenti del solito, due aerei con a bordo tecnici militari russi sono spuntati sulla pista dell’aeroporto Simon Bolívar, l’aeroporto internazionale di Caracas.

Maduro ha anche trasferito la sede europea della petrolifera statale Petróleos de Venezuela (Pdvsa) da Lisbona a Mosca, nella speranza di aggirare così almeno in parte eventuali sanzioni europee contro il regime venezuelano. Una nuova società è stata iscritta nei registri pubblici. Compare con data di nascita 6 agosto 2019 come compagnia che offre servizi di consulenza in commercio e gestione per il business di petrolio e gas. Nella nuova società c’è anche capitale cubano per il 2%. Putin a Caracas ha interessi russi pubblici e privati (oltre sessantamila milioni di dollari già investiti solo nel petrolio). I capitali russi in Venezuela sono cresciuti molto discretamente dopo l’arrivo di Chávez al potere nel 1998. C’è denaro russo ovunque. Dal 2008 esiste un consorzio di imprese petrolifere russe (Rosneft, Lukoil, Gazprom Neft, Tkk-Bp e Surgutneftegaz) per fare affari in Venezuela.

Nell 2010 il consorzio ha creato “Petromiranda”, una jointventure dal capitale per il 40% russo e per il 60% venezuelano, per utilizzare l’area petrolifera Junin 6. Il consorzio l’ha creato Igor Sechin, ex Kgb, direttore della russa Rosneft. Spedito da Putin ai funerali di Chàvez insieme a Serguéi Chémezóv, altro veterano del Kgb, direttore della corporazione russa Rostechnologia per l’esportazione della tecnologia militare russa. Un volume di affari che con Mosca la Casa Bianca deve aver trattato.