Con il via libera all’iter legislativo per la ridefinizione del diritto di asilo e delle procedure di rimpatrio, l’Unione Europea ha imboccato una strada precisa, ed è quella che aveva indicato il governo italiano. Giustamente Piantedosi celebra l’avvenimento come grande successo. Per tutti coloro i quali l’operazione Albania sarebbe stata un grande flop, la risposta è servita su un piatto d’argento, come la vendetta.
Il governo Meloni, praticando una forzatura dall’alto nella costruzione dei campi di detenzione per migranti in Albania, ha investito risorse (soldi) su una impresa politica, che come tutte le imprese politiche è fatta di forzature della legge esistente, pratiche concrete, materiali, come spendere un sacco di soldi su quella che solo una frettolosa analisi “ragionieristica” poteva definire come un “flop”. Al contrario, i due campi di concentramento albanesi, articolati in un Cpr e in una galera, hanno aperto la strada a quello che adesso è condiviso in Europa da tutti gli stati membri, ad eccezione di quelli che erano più propensi ai forni crematori per i migranti, tipo l’Ungheria di Orban. Al netto del giro di soldi, da tipica operazione di “washing” condotta con un paese, l’Albania, a metà tra un narcostato e un hub di riciclaggio delle mafie di mezzo mondo, retto da un “dandy” come Rama, più simile al Dandy della banda della Magliana che a quel G.B. Brummel che diede origine al termine, l’operazione Albania è stata ed è una operazione politica a tutto tondo.
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La “forzatura” della legge, della Costituzione e del diritto internazionale, contrastata fin da subito dall’azione della magistratura, ma testardamente mantenuta in vita dal governo, anche a costo di incorrere nelle reprimende della Corte dei Conti, è una componente fondamentale di qualsiasi azione di “cambiamento”. Può avvenire dall’alto, come in questo caso, o dal basso. Ma senza di essa, senza quel “potere costituente” che essa rappresenta nel momento in cui diventa pratica concreta, difficilmente si sarebbe arrivati all’egemonia del pensiero meloniano che oggi si registra in tutta l’Unione. L’aver predisposto una enclave italiana all’interno del territorio nazionale albanese, per la gestione delle persone in attesa di reimpatrio, è stata una mossa oltre che cinica, assolutamente azzeccata per aggirare le difficoltà incontrate dal ”modello Ruanda” tentato dal Regno Unito: la deportazione diretta in paesi terzi attraverso l’appalto della detenzione.
Con il modello Albania, sempre totalmente fuori da qualsiasi legalità e principio costituzionale, la premier ha sapientemente costruito una “mediazione” sulle forme ma non sulla sostanza. Quest’ultima è e rimane la “remigrazione”, operata attraverso uno smantellamento del diritto d’asilo effettivo che ha il suo centro nelle cosiddette “procedure accelerate di frontiera”. La forma invece è quella di “accordi bilaterali tra gli stati e paesi terzi” che prevedono la creazione di “Hub per il reimpatrio” dove poter internare, per un periodo di tempo – che sarà aumentato dall’attuale anno e mezzo – donne, uomini probabilmente anche bambini in futuro, che non hanno commesso alcun reato se non quello di aver chiesto asilo. Chiedere asilo, se si appartiene a quella fascia di persone originarie da paesi ritenuti “sicuri”, equivale a firmarsi da soli la “condanna” ai dispostivi di remigrazione, e cioè alla cattura, deportazione, internamento in chissà quale luogo del pianeta.
La mediazione politica ottenuta da Meloni taglia via formalmente le spinte più reazionarie come quelle dell’alleato e amico ungherese, quelle per capirci della “soluzione finale” contro i migranti, ma europeizza il modello trumpiano della deportazione di massa. Introducendo la possibilità di gestire enclave di detenzione in paesi terzi, apre il ventaglio delle opzioni possibili: non solo appalti verso i paesi se sono di “transito”, ma anche creazione di centri di detenzione fuori dai confini nazionali, ma gestiti interamente dallo stato che deporta i respinti. Modello Guantanamo più che Albania.
Interessante a questo proposito la traiettoria statunitense: sono in costruzione decine di campi di internamento per deportati sul territorio degli USA, ai confini. Ma questi centri fungeranno, secondo le dichiarazioni del direttore dell’ICE, “come veri e propri centri di smistamento, verso campi di detenzione all’estero”. Queste strutture fuori dai confini, ad esempio il carcere di massima sicurezza “Cecot” (Centro di Confinamento del Terrorismo ) di El Salvador, stanno implementando accordi commerciali con i gestori privati delle carceri americane. Contratti, per monetizzare la loro nuova funzione di trattenimento dei deportati. Il via libera alle leggi sulle deportazioni che implementeranno il nuovo “patto per la migrazione e l’asilo” dell’Unione Europea, in vigore da giugno 2026, è stato raggiunto con una maggioranza qualificata. Francia, Spagna, Portogallo e Grecia si sono opposti. Per ragioni di “convergenze parallele”, perché il nuovo indirizzo prevede ad esempio che la clausola della “solidarietà”, soldi in cambio di non accoglienza redistributiva, sia associata a quella della “responsabilità”, e cioè l’ammissione sul proprio territorio delle persone definite “dublinanti”, ovvero che hanno fatto ingresso nel territorio europeo, attraverso un altro paese, e che lì secondo il trattato, dovrebbero tornare.
Piantedosi, nel commentare questo passaggio contenuto nell’accordo, si dice sicuro che con la Germania, stato che registra il numero più alto di “movimenti secondari” di persone migranti entrate dall’Italia, si troverà un accordo di “congelamento”. Le motivazioni dell’opposizione greca vanno ascritte più ad una lamentata debolezza nel respingere, e al timore di dover trattenere sul suolo greco sempre più persone (molte isole ormai sono carceri ), che alla difesa di diritti umani e diritto di asilo. La Spagna di Sanchez è stata al centro di una inchiesta del quotidiano El Salto, tradotta in Italiano da Melting Pot Europa, sul finanziamento e l’apertura di due centri di detenzione per migranti in Mauritania. Humans Right Watch ne ha denunciato gli aspetti di totale violazione dei diritti, documentando torture e abusi di ogni tipo a danno delle persone migranti che vengono internate per scongiurare, come vogliono Spagna e Unione Europea, il loro arrivo sulle coste delle Isole Canarie, e più in generale su quelle dei paesi rivieraschi europei.
Quindi anche l’opposizione spagnola al programma di deportazioni e internamenti non sembra corroborata dal buon senso e da valori democratici, visto ciò che fa nell’ambito delle politiche di esternalizzazione delle frontiere. Anche l’opposizione mediterranea insomma, registrata in occasione del voto al vertice europeo dei ministri di Interno e Giustizia, non sembra dettata da una contrarietà politica di fondo, ma più che altro da posizionamento politico rispetto all’asse popolari-destre europee, o, nel caso della Grecia, a un mettere le mani avanti sugli effetti che potrebbero avere i nuovi dispositivi sulla condizione dei paesi “sotto pressione”. Questa è la misura del grado di egemonia raggiunto in Europa sul tema delle politiche di respingimento, dalla più trumpiana di tutti, la Meloni.
Si può e si deve imparare da come si muovono i sovranisti delle destre globali per muovere guerra a poveri e migranti, definiti senza tanti giri di parole “umanità in eccesso” e trattati come tali. Per prima cosa bisogna prendere atto: l’Unione Europea ha deciso che uno dei suoi “poteri costituenti”, dopo quello basato sul processo di riarmo, è quello della “guerra ai migranti”. La distruzione del diritto d’asilo, e l’introduzione di nuove leggi che autorizzano a violare le convenzioni internazionali reintroducendo la pratica delle deportazioni e degli internamenti, rappresenta un passaggio epocale. Ben prima che il documento strategico statunitense mettesse nero su bianco che la lotta ai migranti “è una questione di sopravvivenza identitaria” per ogni sovranità statuale o continentale, l’Unione ha avviato il processo “materiale” di cui stiamo oggi discutendo la ratifica formale.
Il mare, il Mediterraneo, è stato il laboratorio dove si sono sperimentate le tecniche di “soffocamento” del diritto internazionale, in primis attraverso la violazione sistematica ed organizzata dell’obbligo al soccorso, e del divieto di respingimento di massa di profughi e rifugiati. Gli accordi “bilaterali” con dittature, milizie, autocrati al fine di bloccare i flussi migratori, sono stipulati da un decennio, e nessuno stato membro ha mai sofferto di una qualche “limitazione” su questa prassi, ad iniziare dal memorandum Italia Libia. Anzi. Il processo di esternalizzazione delle frontiere, stato per stato, ha visto il crescente sostegno da parte dell’Unione, che ha supportato gli accordi attraverso partenariati e accordi di cooperazione più ampi. È così che il “fondo per la cooperazione con l’Africa” è finito ad alimentare il flusso di denaro pubblico con il quale si è pagato lo stipendio ai vari banditi e criminali come Almasri.
Questo “savoir faire” della politica di palazzo, così capace di provocare sofferenza e crudeltà verso gli esseri umani come se si trattasse di una partita a Risiko, non può che risultare odioso e orribile per chi ha una idea anche minima d democrazia e giustizia. Ma come si muovono dobbiamo davvero capirlo. Dobbiamo prepararci, anche noi che ci opponiamo, a “forzare” la legge ad esempio. Come stanno facendo migliaia di persone negli Stati Uniti, che ormai arrivano a bloccare le squadracce dell’ICE inviate da Trump, mettendosi in mezzo, fisicamente, per impedire le loro scorribande in cerca di prede umane. Dobbiamo creare reti di protezione di migranti e rifugiati, per sottrarli alle future retate che peraltro avverranno in primis nei luoghi di “non accoglienza”, così scientificamente creati nelle nostre città da un programma di smantellamento dei servizi sociali, educativi e sanitari, che mostra oggi i suoi risultati nelle sacche di marginalità in aumento.
Dobbiamo creare una risposta a questo “potere costituente” europeo, che si fonda sulla guerra, sullo stato di eccezione a partire dai migranti, ma che informerà di sé ogni aspetto della vita di chiunque abiti questo continente, che sia all’altezza: resistere significa praticare, qui ed ora, un’altra convivenza possibile. Praticare quei diritti, a partire dal diritto d’asilo, che sono al centro dell’azione distruttiva e mortifera dell’unione. “Dare asilo”, accogliere, proteggere, curare, aiutare chi è minacciato. Come in mare.