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Legge elettorale e premierato, Meloni rischia tutto dopo la “ferita” delle Regionali: le due riforme entro la legislatura

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Se a illustrare il cronoprogramma del governo è il sottosegretario Fazzolari si può essere certi che ogni singola parola è vistata e condivisa dalla premier. Il cronoprogramma di Fazzolari conferma l’intenzione di concludere l’iter parlamentare del premierato in questa legislatura e aggiunge la ferma decisione di varare una nuova legge elettoraleche tendenzialmente rispecchia quella che dovrà essere adottata con il premierato”. In concreto proporzionale con premio di maggioranza, cioè con balzo felino da 40% come soglia minima al 55%, e indicazione del premier.

La prima voce non sembra una notizia ma a suo modo lo è. Fino a pochi giorni fa, nonostante le stentoree dichiarazioni pubbliche, nessuno neppure tra i ministri era pronto a giurare che il premierato fosse destinato a passare il vaglio dei quattro passaggi parlamentari necessari in questa legislatura. Certissimo non è neanche ora. Approvata dal Senato nel giugno 2024 e poi congelata, la riforma doveva arrivare alla Camera in questo mese ma è slittata a giugno per via della legge di bilancio. Ora dovrebbe approdare in commissione a gennaio ma slitterà ancora di qualche mese. Comunque, assicura il presidente del Senato, “i tempi se la maggioranza decide ci sono”. Non ci saranno invece quelli per il referendum, che arriverà solo dopo le prossime elezioni politiche.

Anche la legge elettorale era nell’aria da parecchio ma la decisione ufficiale è conseguente alle elezioni regionali, quelle che hanno dato una sberla al governo dimostrando che con questa legge e senza Letta a dare una mano imponendo la divisione dai 5S come nel 2022 la destra non è affatto certa di vincere. L’ipotesi più probabile, anzi, è proprio quella più temuta da Giorgia Meloni: il pareggio. Non solo perderebbe il governo ma di fronte al classico governo emergenziale e unitario voluto dal capo dello Stato probabilmente la sua coalizione si sfalderebbe.
Il Pd e le opposizioni alzano la voce contro entrambe le riforme: “Il governo riafferma il premierato per una donna sola al comando. Il patto di potere che unisce la maggioranza traballa e lo si ricostruisce su una prova di forza”. In realtà la prova di forza scelta dalla premier, una sorta di controffensiva partita subito dopo l’esito infausto delle regionali, è anche un fortissimo rischio e ricorda da vicino l’azzardo che costò tutto a Matteo Renzi, quando, dopo una sconfitta nelle elezioni amministrative, decise di alzare la posta e giocarsi tutto nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Quello che perse rovinosamente.

Proprio quel sinistro precedente aveva spinto sin qui la premier a evitare l’errore di Renzi e a non politicizzare il referendum della prossima primavera sulla giustizia circoscrivendo la prova al merito della riforma. La scelta di innalzare con gran rullare di tamburi le bandiere del premierato e della nuova legge elettorale proprio alla vigilia del referendum sulla giustizia però renderà quel già traballante tentativo di “spoliticizzare” la prova referendaria impossibile. Con il premierato in campo, con una legge elettorale che rinvierà direttamente al premierato stesso e che l’opposizione già denuncia come voluta solo per vincere le elezioni, dunque modellata sulle esigenze della maggioranza, è inevitabile che molti, anzi moltissimi elettori si esprimano sull’intero complesso di riforme. Dunque non su un passaggio peraltro ostico come la divisione delle carriere o del Csm ma su una visione istituzionale omogenea e complessiva. Essendo quella visione soprattutto di Giorgia Meloni, il voto sarà in buona misura anche su di lei.

La destra è consapevole del rischio che corre giocando la partita proprio sul terreno preferito dall’opposizione. Cercherà di correre ai ripari. Il premierato sarà rinviato di qualche mese: fino a dopo il referendum. La versione definitiva del progetto di legge elettorale non sarà pronto prima che si chiudano le urne referendarie, anche perché per trovare l’accordo su alcuni punti, come la scelta tra preferenze e liste bloccate e soprattutto come l’indicazione del premier bocciata sia dalla Lega che da Fi, ci vorrà del tempo. All’accusa di voler cambiare la legge elettorale solo per partire molto avvantaggiata nella corsa delle elezioni politiche, la maggioranza già risponde negando con sdegno e sottolineando invece il rischio del pareggio, cioè dell’ingovernabilità e dell’ennesimo governo tecnico o “del presidente”.

Quest’ultimo argomento non è privo di fondamento ma nel complesso la sfida referendaria si profila ormai come a tutto campo, proprio come Giorgia non voleva che fosse. Forse anche per questo la premier esita ad accettare la sfida di Elly Schlein che, invitata alla festa di Atreju in dicembre, ha posto come condizione un confronto diretto con lei. Un passo che però renderebbe ancora più evidente la natura plebiscitaria, pro o contro Meloni e il suo disegno del referendum della primavera.