X

Intervista a Riccardo Noury: “Genocidio? Non parlatene al passato, a Gaza la vita è tutta da ricostruire”

Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Riccardo Noury, Portavoce di Amnesty International Italia., saggista, una vita dedicata alla battaglia per il rispetto dei diritti umani in Italia e nel mondo.

Israele si prepara a ripristinare la pena di morte. Che giudizio dai?
Mentre parliamo, l’emendamento che renderebbe obbligatoria l’imposizione della condanna a morte nei confronti di chiunque sia riconosciuto colpevole di aver ucciso una persona israeliana “intenzionalmente o per negligenza grave”, se l’atto è motivato da “razzismo o ostilità verso il pubblico” e “commesso con l’obiettivo di danneggiare lo stato di Israele o la rinascita del popolo ebraico”, si appresta a essere esaminato in seconda lettura in vista del terzo e ultimo passaggio prima dell’eventuale approvazione da parte del parlamento. Il testo, approvato in prima lettura con 39 voti a favore e 16 contrari, di fatto obbliga i tribunali a imporre la pena di morte esclusivamente contro le persone palestinesi. Sebbene il testo non le menzioni esplicitamente, l’elemento soggettivo richiesto per il reato in questione indica chiaramente che sarebbero loro a essere condannate a morte. Se, per esempio, questo provvedimento fosse stato in vigore nel 1994, il colono estremista Baruch Goldstein che entrò all’alba del 25 febbraio nella Tomba dei patriarchi di Hebron/al-Khalil ed esplose 108 colpi col suo fucile mitragliatore Galil uccidendo 29 fedeli palestinesi in preghiera in pieno Ramadan e ferendone altri cento, non sarebbe stato condannato alla pena capitale. I palestinesi sopravvissuti alla strage che lo immobilizzarono e picchiarono a morte, probabilmente sì.
Non è sfuggito il gesto provocatorio (uno dei tanti, una sua specialità: ricordiamo il suo minaccioso passeggio nel corridoio del carcere dov’erano detenuti i nostri connazionali della Global Sumud Flotilla) del ministro Ben-Gvir, che dopo il voto favorevole è andato in giro per il parlamento offrendo dolcetti. Israele non fa parte dei 113 stati totalmente abolizionisti. La legislazione israeliana ha finora limitato l’uso della pena di morte a crimini eccezionali come quelli contro l’umanità e il genocidio e l’ultima esecuzione ordinata da un tribunale risale al 1962. Ma la prossima potrebbe essere imminente. Se la proposta superasse il terzo voto a favore, l’imposizione obbligatoria della pena di morte e la sua applicazione discriminatoria e retroattiva (ossia, per reati commessi prima dell’entrata in vigore della norma) violerebbero i divieti sanciti dal diritto internazionale e dagli standard sui diritti umani.

Non per usare una frase ricorrente, ma questo provvedimento “non avviene nel vuoto”
No, infatti. S’inserisce nel contesto di un drammatico aumento, negli ultimi dieci anni, delle uccisioni illegali di persone palestinesi, inclusi atti che equivalgono a esecuzioni extragiudiziali, e di un terribile incremento, da due anni, delle loro morti in carcere. Lo aveva già denunciato Amnesty International nel luglio 2024 a proposito della prigione di Sde Teiman, dove per stessa ammissione delle autorità israeliane erano in corso indagini sulla morte di 36 detenuti. Il totale effettivo riferito all’intero sistema penitenziario israeliano potrebbe essere più alto: due giorni fa Physicians for human rights-Israel ha reso noto che dal 7 ottobre 2023 i palestinesi morti nelle carceri israeliane sono almeno 96, ma ha precisato di non essere in grado di fornire notizie sulle centinaia di palestinesi nelle mani di Israele all’interno della Striscia di Gaza.
Non solo queste violazioni dei diritti umani restano quasi sempre impunite, ma spesso ricevono legittimazione, sostegno e talvolta persino glorificazione. Tutto ciò avviene in un clima di incitamento alla violenza contro la popolazione palestinese, come dimostra l’aumento degli attacchi da parte dei coloni, appoggiati dall’esercito israeliano, nella Cisgiordania occupata.

A proposito di torture, giorni fa il Guardian ha fatto una scoperta agghiacciante.
Sì. Si tratta di una prigione sottoterra nella quale circa cento prigionieri palestinesi sono tenuti in isolamento dalle famiglie e in generale dal mondo esterno, in assenza di luce e ventilazione naturali e con cibo insufficiente. La prigione è quella di Rafeket. Era stata aperta all’inizio degli anni Ottanta come carcere di massima sicurezza per i capi del crimine organizzato israeliano ma era stata chiusa nel 1985 perché le condizioni di detenzione erano assolutamente disumane. Ma ciò che era disumano per i mafiosi israeliani non è stato ritenuto tale per i prigionieri palestinesi, dato che Rafeket è stata riaperta dopo i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Hamas e altri gruppi armati palestinesi il 7 ottobre 2023. Secondo il solito Ben -Gvir, per il quale “il posto giusto per i terroristi è sottoterra” (frase che, dopo gli sviluppi in tema di pena di morte, acquisisce un secondo macabro significato), a Rafeket si trovano i capi di Hamas che hanno guidato l’assalto nel sud d’Israele due anni fa e alcuni capi di Hezbollah catturati in Libano. Tuttavia, dobbiamo considerare che moltissimi delle migliaia di detenuti palestinesi (tanti ancora ne restano, persino dopo le scarcerazioni a seguito del cosiddetto “accordo di pace” di ottobre) sono civili catturati in operazioni simili a quelle di una rete a strascico all’interno della Striscia di Gaza o in Cisgiordania. Secondo il Comitato pubblico contro la tortura in Israele (altra ong israeliana, come quella che ho citato sopra, di cui vanno ammirati coraggio, imparzialità e indipendenza), che ha fornito alcuni dettagli al Guardian, le condizioni detentive sono “deliberatamente terribili”: sia per le torture fisiche inflitte ai detenuti che per le caratteristiche stesse della prigione di Rafeket, un luogo sotterraneo con celle minuscole dove sono sempre attive le telecamere di sorveglianza, un altrettanto minuscolo “cortile” dove fare esercizio fisico e anguste sale per i colloqui con gli avvocati.

Ma a Gaza intanto “è tutto finito”, no?
Mi verrebbe da rispondere: “Definisci è tutto finito”. In effetti, in queste settimane mi sono sentito chiedere che senso avesse continuare a parlare di genocidio. A Udine, dov’ero nei giorni che hanno preceduto la partita tra Italia e Israele, è stato chiesto ai promotori della manifestazione di annullarla perché non era più “attuale”. Conferiamo un premio a un film che parla di Gaza e ci chiedono “perché ora?”. Esce un film su Gaza e la stessa domanda la fanno ai distributori. È vero, si stanno usando i tempi verbali del passato: “è successo”, “è finito”. Prima non si parlava di genocidio perché occorreva negarlo, ora non se ne parla più perché – caso mai lo si ammetta – è una cosa vecchia.
Ora, a parte che il genocidio non è un atto istantaneo ma si prepara nel tempo e ha conseguenze nel tempo, ammesso che sia finito il tempo della morte e sia iniziato il tempo della vita, che vita faranno le persone sopravvissute al genocidio? I bambini e le bambine rimasti senza genitori, le persone cui sono stati amputati gli arti, le neomamme alle prese con la mancanza di latte al seno a causa della fame che hanno patito, le persone con disabilità? Quanto tempo ci vorrà a rimettere in piedi un sistema sanitario minimamente funzionante, a riprendere le attività scolastiche e universitarie? Soprattutto, per le persone sopravvissute, quando arriverà il momento di riavere un tetto sulla testa?
Queste sono le domande cui le persone che usano i tempi del passato non rispondono. La vita delle persone sopravvissute, senza diritti, sarà una vita a rischio. E l’assenza della giustizia significherebbe lasciare tutto impunito.

A proposito di giustizia, quando arriverà la sentenza della Corte internazionale di giustizia sul genocidio israeliano?
Immagino ci vorranno anni ma spero che l’attesa venga ricompensata. Le persone, tutte e in ogni epoca, che si ritengono vittime di un genocidio meritano che quella parola sia scritta sui libri di storia e, meglio ancora, in una sentenza. Se poi, malauguratamente, la Corte stabilisse che genocidio non c’è stato – solo su quello le è stato chiesto di pronunciarsi – nessun’autorità israeliana dovrà ritenersi a posto con le proprie azioni e non dovrà prevalere la narrazione che “persino la Corte ha detto che non è successo nulla di particolarmente grave”.
Se la parola genocidio ha una sua sacralità indiscussa, se si è parlato di “crimine dei crimini” o di “male assoluto”, va sottolineato che non esiste una classifica di gravità dei crimini di diritto internazionale: non è che i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra siano necessariamente al secondo e al terzo posto. Ricordiamo allora che, per quelle altre due fattispecie di crimini, la Corte penale internazionale (l’organo di giustizia internazionale che giudica le azioni individuali, a differenza della Corte internazionale di giustizia, che dirime le controversie tra stati e occasionalmente si occupa di violazioni dei diritti umani) è già al lavoro da tempo. Due mandati di cattura per il primo ministro e l’ex ministro della Difesa di Israele, Netanyahu e Gallant, sono stati già emessi e sarebbero eseguibili se ci fosse la volontà politica di farlo. Tre mandati di cattura erano stati richiesti per la leadership politico-militare di Hamas: in seguito due non hanno avuto seguito perché gli indiziati erano stati uccisi da Israele e anche il terzo indiziato, per il quale invece il mandato di cattura era stato emesso, ha fatto la stessa fine. La Corte potrebbe proseguire le proprie indagini anche per il crimine di genocidio e allargare il numero degli indagati per crimini di guerra e contro l’umanità. Insomma, non è finita. Devono arrivare i tempi dei diritti e della giustizia.