Era l’inizio della seconda Intifada, ma lui ne era già il leader riconosciuto. In una intervista che mi concesse, pubblicata sul volume di Limes “Israele/Palestina. (gennaio 2001) La terra stretta”, Marwan Barghouti racconta la sua Palestina, lo Stato che aveva in mente. Poco tempo dopo, il 15 aprile 2002, fu arrestato da una squadra speciale israeliana a Ramallah. Considerato dall’Economist “il prigioniero più importante del mondo”, da alcuni definito il “Mandela palestinese”, Barghouti è l’unico esponente della scena palestinese ritenuto in grado di colmare il vuoto di leadership lasciato da Mahmoud Abbas e di gettare le basi per un nuovo progetto nazionale. La sua figura, popolare in tutti i Territori – anche tra i sostenitori di Hamas – è vista come l’unica capace di unificare le diverse anime del movimento palestinese. “Israele teme la capacità di Barghouti di unire il popolo palestinese dietro di lui”, ha dichiarato all’emittente turca Trt Alon Liel, ex direttore generale del ministero degli Esteri israeliano. Sono passati 24 anni da quell’intervista, 23 dal suo arresto, ma le parole di Barghouti sono di una attualità straordinaria e spiegano perché lui sia l’unico leader legittimato, per autorevolezza e visione, a negoziare una pace giusta, stabile in Terrasanta. Una pace tra pari. L’Unità ne ripubblica il testo.
41 anni, originario della Cisgiordania, come tutti i Barghouti, una delle famiglie più famose e numerose in Palestina, Marwan Barghouti incontra la politica da adolescente. A 14 anni esordisce nelle prigioni israeliane dove sarà ospitato diverse volte. Quando vi entra per la prima volta è un ragazzo con vaghe simpatie per il partito comunista. Ed è durante la prima detenzione che viene a conoscenza del nuovo movimento politico palestinese fondato da Yasser Arafat, Al Fatah. Ne diviene rapidamente un attivista e quindi un quadro quando si iscrive all’università cisgiordana di Bir Zeit. Tra i primi palestinesi ad essere deportato in Giordania, per un periodo limitato di tempo, Barghouti è ormai uno dei leader dell’Intifada, durante la quale torna diverse volte in prigione. Il suo ruolo politico diviene di primo piano quando Arafat gli affida la guida in Cisgiordania di Al Fatah, organizzazione “sopranazionale” preponderante anche tra i palestinesi che non vivono in Cisgiordania e Gaza, e guidata da un comitato esecutivo e un comitato centrale dei quali Barghouti non fa parte. La stampa internazionale si accorge di lui soprattutto dal 1996, quando viene eletto con un sorprendente successo popolare deputato al primo Consiglio legislativo palestinese, costituito in ottemperanza agli accordi di Oslo. È subito chiaro che lui è il capofila dei radicali, ostile agli apparati di sicurezza palestinesi e critico delle intese di pace, che vorrebbe più intransigenti nel pretendere il pieno ritiro israeliano dai Territori occupati nel ’67, compresa Gerusalemme Est, e il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi del ’48. “La popolarità di Barghouti”, scrive nel ’98 l’autorevole quotidiano panarabo Al Quds al Arabi, “deriva dal fatto che lui si identifica e viene identificato con la base piuttosto che con il vertice”. Sono gli anni della crisi del processo di pace; Barghouti è tra quelli che accusano molti dirigenti dell’Autorità palestinese di sperperi e intanto organizza il dissenso radicale nei gruppi paramilitari Tanzim, che in arabo vuol dire “organizzazione”. I Tanzim dispongono di armi e sedi proprie. Da quando è scoppiata la nuova Intifada ne è considerato il promotore e l’organizzatore.
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Marwan Barghouti, lei è il leader riconosciuto della nuova Intifada. Qual è il vostro obiettivo?
Noi palestinesi abbiamo cercato di porre termine all’occupazione israeliana della nostra terra e creare uno Stato indipendente attraverso un programma politico nazionale gradualista. In estrema sintesi, potremmo dire che la prima Intifada è riuscita ad accorciare i tempi dell’occupazione e ad ottenere una limitata indipendenza, quella in corso intende porre termine una volta per tutte all’occupazione e determinare le condizioni di una indipendenza piena. È chiaro a tutti che questa sollevazione popolare è giunta dopo un lungo, tortuoso e difficile cammino negoziale. Noi abbiamo dato una effettiva opportunità alla pace e al dialogo malgrado le condizioni insultanti imposteci negli accordi interinali. Ecco perché definisco quella in corso l’Intifada della pace: essa mira a porre termine all’occupazione e a creare nuove condizioni per veri negoziati. Deve essere chiaro, infatti, che noi non respingiamo il principio del negoziato, ma rifiutiamo di accettare che il negoziato prosegua su queste basi. Vogliamo porre i paletti di un discorso al termine del quale il nostro popolo abbia libertà e indipendenza.
Alcuni sostengono che la prima Intifada era una sollevazione popolare mentre questa è un’azione organizzata con gruppi armati. È d’accordo?
No, la principale differenza è un’altra. Innanzi tutto, i fatti: la prima Intifada ha determinato il riconoscimento da parte di Israele del nostro popolo e dell’Olp. Poi sono seguiti sette anni di negoziati e la nuova sollevazione è arrivata in coincidenza con un momento cruciale della discussione, decisivo per cambiare i rapporti di forza tra le parti. Infatti, la sollevazione è cominciata dopo il vertice di Camp David, un tentativo israelo-americano di imporre e dettare una soluzione israeliana al problema palestinese. È molto importante tenere questo punto ben fermo, perché ciò prova che il popolo palestinese non ha perso nel tempo la sua capacità di resistenza. Così siamo arrivati a una Intifada sopranazionale che si è proiettata nel gioco degli equilibri regionali, ha mostrato quanto sia fragile la cosiddetta stabilità mediorientale. L’Intifada attuale ha colpito l’opinione pubblica araba e islamica tanto da determinare la convocazione di un vertice arabo per la prima volta in quattro anni ed anche un vertice islamico. La domanda è un voluto fraintendimento di un’altra differenza: mentre nel corso della prima Intifada i palestinesi erano i soli a pagare un prezzo, questa volta il prezzo viene pagato anche dagli israeliani. Gli occupanti pagano un prezzo e il popolo di Israele avvertirà così la necessità di porre termine all’occupazione. Voglio così dire chiaramente che questa Intifada sta dando una reale opportunità alla pace e al negoziato: infatti il principale ostacolo alla pace fino ad oggi si sono dimostrati gli insediamenti colonici. Ebbene, questa sollevazione popolare è riuscita a paralizzare l’attività di colonizzazione, qualcosa che neanche gli accordi di Oslo sono riusciti a fare. Inoltre, è importante il fatto che questa Intifada sia connessa con Gerusalemme e la moschea di Al-Aqsa, giacché riflette il disappunto arabo e musulmano nei confronti degli Stati Uniti e di Israele. La rabbia e la protesta che solcano l’intero mondo arabo e musulmano hanno creato una nuova realtà regionale ed internazionale e questo ha dato più valore alla rivolta. Un altro fattore molto importante, che io non sottovaluto e che voi non dovete sottovalutare, è quello mediatico; questa Intifada è stata trasmessa quotidianamente nelle case di tutti, in tutto il mondo arabo, facendone una sorta di realtà condivisa, vissuta, quasi un elemento della vita quotidiana familiare per milioni di persone. E questo ha anche la sua importanza.
L’attuale Intifada intende influire sul carattere del futuro Stato palestinese?
Innanzitutto, sottolineo che non conosco un’espressione politica più democratica dell’Intifada. In arabo “intifadah” significa “scuotimento”, come qualcuno che si scuoti dal torpore, si alzi e si liberi della polvere e della sabbia che lo hanno ricoperto. Tutti i ceti sociali partecipano alla sollevazione popolare e ne determinano l’andamento e l’esito. Ricordo le lunghissime discussioni durante la prima Intifada. Dovevamo decidere se fosse opportuno uno sciopero quotidiano o no. Ci volle tempo, molto tempo. Questa volta l’esistenza di un’Autorità palestinese che si occupa di istruzione, sanità e così via solleva la leadership dell’Intifada da questa responsabilità. Ma questo non vuol dire che noi deleghiamo il futuro, anzi credo che l’identità dello Stato palestinese si vada definendo proprio ora, nella rivolta e attraverso di essa. Un fenomeno politico democratico non può che influenzare in senso democratico l’identità statale della Palestina. So che al riguardo c’è anche una tendenza politica profondamente diversa, ma credo che alla fine la voce dell’Intifada avrà la parola decisiva. La nostra opinione pubblica ha piena coscienza del valore decisivo della democrazia, del pluralismo e della separazione dei poteri. Oggi gli apparati di sicurezza si stanno sovrapponendo alla volontà popolare, ma questo è il risultato delle pressioni israeliane e americane per garantire i loro interessi. Ho paura che di qui (dagli apparati di sicurezza, n.d.r.) verrà una minaccia per la democrazia in futuro, ma spero che sia un fatto temporaneo, perché nel contesto arabo i palestinesi hanno un’esperienza unica e costituiscono una realtà unica. Non accetteremo un sistema totalitario. Chi paga un prezzo così alto per ottenere l’indipendenza non la regalerà a un sistema non democratico. Lo Stato palestinese deve essere “aperto”, un termine che va usato in tutto il suo significato. Dovremo avere confini aperti a est e ovest, verso Israele, dove vive un milione di palestinesi, e verso i paesi arabi, dove anche vivono milioni di palestinesi. Noi dovremo avere relazioni dirette, per fare un esempio, con Israele e Siria. Parlo di relazioni commerciali, ma anche sociali e politiche.
Che giudizio dà oggi della politica di Arafat?
Più che di una politica direi che stiamo parlando di un’esperienza umana soggetta a fattori politici locali, regionali e mondiali, che ne è stata influenzata ma ha anche saputo influenzarli. Il punto chiave è che attraverso le traversie di quasi mezzo secolo Arafat ha saputo tenere i palestinesi in marcia verso la conquista della loro identità nazionale e dell’indipendenza, Questo è certamente un grande risultato. Poi indubbiamente ha commesso diversi errori. Arafat avrebbe potuto ottenere un accordo migliore rispetto a quello che ha firmato ad Oslo, ma va considerato che c’erano stati la guerra del Golfo e il crollo del blocco sovietico, con le rispettive conseguenze. Ritengo che molti nell’Olp abbiamo temuto di essere accantonati se non avessero firmato subito. Qualcuno a mio avviso aveva un interesse diretto a firmare subito e questo credo abbia influito su Arafat. Per quanto riguarda la fase successiva, non c’è dubbio che l’Autorità nazionale palestinese avrebbe potuto essere costruita molto meglio di quanto non sia accaduto, soprattutto in termini di democrazia interna e responsabilità.
Lei a quale Stato aspira?
Se vogliamo dire le cose come stanno bisogna distinguere tra il “con” e il “dopo” Arafat. Con Arafat noi avremo sempre una forma patriarcale di Stato. Dopo Arafat la situazione cambierà e allora si aprirà la lotta tra i modelli. Tra l’importazione di modelli regionali o, come io auspico, un sistema parlamentare con tutto quello che ne consegue e che conoscete meglio di me. Noi non abbiamo “famiglie reali” che possano rivendicare il diritto a governarci. Su questo punto dovremo essere fermi e determinati a far valere la nostra volontà quanto oggi lo siamo nel lottare per porre termine all’occupazione. Ci saranno delle resistenze, degli ostacoli, ma sono ottimista.