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La Flotilla va avanti come la marcia di Martin Luther King a Selma

dpa/lapresse

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Da Selma a Montgomery ci sono circa 85 chilometri di strada. E quei pazzi avevano deciso di percorrerli a piedi. Era quasi primavera, era il 7 di marzo, in Alabama il clima era tiepido. Però era infuocato il clima politico. La questione aperta era molto semplice: da una parte c’era la popolazione nera che voleva ottenere il pieno diritto al voto, che ancora in quegli anni era ostacolato in tutti i modi dai tribunali e dai comitati elettorali bianchi. Dall’altra parte c’era il governatore, il Ku Klux Klan e la maggioranza della popolazione bianca che trovava folli e inaccettabili le richieste dei “negri” (li chiamavano “nigger”).

Eravamo nel 1965. Da appena due mesi Lyndon Johnson si era insediato alla Presidenza degli Stati Uniti, dopo aver sconfitto con larghissimo vantaggio il candidato repubblicano e reazionario Barry Goldwater. Johnson era anche presidente uscente, perché aveva preso il posto di Kennedy alla Casa Bianca dopo che Kennedy era stato ucciso il 23 novembre del 1963, ad appena un anno dalla scadenza del mandato. Johnson era un texano, espressione della parte meno liberal del partito, però lui era molto aperto sulla questione dei diritti civili e della lotta al razzismo. Proseguiva sulla linea dei Kennedy. Ma il governatore dell’Alabama non era sulla sua stessa linea. Si chiamava George Wallace, era anche lui un esponente del partito democratico, ma era dichiaratamente razzista, contrario a qualunque “desegregazione”, oppositore fiero dell’idea che i neri e i bianchi avessero gli stessi diritti. Diciamo che era figlio degli schiavisti del Sud, anche se in gioventù aveva avuto un periodo progressista, che però aveva rapidamente abbandonato alla prima sconfitta elettorale. Lo scontro tra i neri e i reazionari bianchi, che oggi chiameremmo suprematisti, era feroce. I bianchi erano coperti dalla polizia e dallo Stato. Si comportavano da fascisti quali erano. Spedizioni punitive, agguati, attentati. E lo sceriffo chiudeva un paio d’occhi.

Così quel 7 di marzo i neri avevano deciso di marciare da Selma a Montgomery. Dopo che uno di loro era stato ucciso da quelli del Klan. Non erano tanti, ma erano agguerriti. Erano circa 500. Li guidava un pastore battista che veniva dalla Georgia e che già era diventato famoso per la forza dei suoi sermoni, per la capacità di muovere le masse, e per quella sua idea fissa della nonviolenza. Si chiamava Martin Luther King. L’anno prima aveva addirittura vinto il Nobel per la pace, facendo infuriare la crema bianca della società americana. Due anni prima aveva tenuto davanti a una folla sterminata, a Washington, un discorso diventato celeberrimo soprattutto per quella frase pronunciata ritmicamente per almeno 10 volte: “I have a Dream…”, ho un sogno. Le autorità, lo avevano avvertito. Non muovetevi, date retta, è pericoloso. gli uomini di James Clark, lo sceriffo di Selma, sono pronti e armati. Vi spazzeranno via. La marcia non s’ha da fare, come diceva don Rodrigo. Al dottor King dissero così i nemici e dissero così gli amici. Lui rispose come rispondeva sempre lui, con un sorriso e con fermezza: “Noi andiamo avanti”, go on.

Era domenica. Lo sceriffo li attaccò poco dopo la partenza. Una furia. Un massacro. Centinaia di feriti, centinaia di arresti, un fiume di sangue. Ancora oggi i neri quando parlano di quel giorno del 1965 parlano del bloody sunday. Luther King però non si fermò, e organizzò una seconda marcia. Per la domenica successiva. Un giudice la vietò. La marcia partì ugualmente ma fu di nuovo attaccata e respinta. King non era il tipo che rinunciava. E così ottenne la sentenza di un giudice che stabiliva che i manifestanti avevano diritto a marciare. E il 17 marzo alla partenza i neri non erano più un gruppetto, ma erano almeno 8000. E iniziarono a camminare e camminarono per due giorni e quando arrivarono a Montgomery si contarono: erano almeno 30 mila… Fu un gran successo per il movimento dei neri. Che da appena un anno aveva ottenuto il “Civil Rights Act” che stabiliva, dopo decenni di sopraffazioni, l’uguaglianza dei diritti tra i neri e i bianchi, e fu il punto di partenza di una lenta e ancora non conclusa sconfitta del razzismo negli Stati Uniti.

La battaglia di King era partita molti anni prima. Negli anni Cinquanta. Quando ancora i neri, soprattutto negli stati del Sud, erano considerati sostanzialmente schiavi. Obbligati a sottomettersi ai bianchi, a obbedire loro, a farsi umiliare. Fu una ragazzina di 14 anni, proprio di Montgomery, Claudette Colvin, la prima a ribellarsi. Credo che Claudette sia ancora viva. Era il 2 marzo del 1955 quando scoppiò il caso. Allora in Alabama gli autobus aveva i sedili divisi in tre zone. Quella avanti erano riservati ai bianchi, quelli dietro ai neri. Poi c’era una zona di mezzo che era mista. I neri si potevano sedere ma erano tenuti a cedere il posto e a restare in piedi se qualche bianco glielo avesse chiesto. Quel giorno alcuni ragazzi bianchi entrarono nel bus e chiesero a Claudette di alzarsi. Lei rispose di no. Suscitando vero stupore. Non era mai successo. Non ha mai spiegato perché improvvisamente le fosse scattata la fiamma della rivolta. Ma fu così. Claudette ha raccontato che improvvisamente aveva capito che doveva difendere i suoi diritti. L’autista fermò l’autobus e le chiese di scendere. Lei sorrise e disse di no. I ragazzi bianchi erano furiosi, l’autista chiamò la polizia che la prese di peso e la portò in prigione.

Il movimento dei neri fu scosso da questo episodio, ma non trovò la forza per reagire. Ancora qualche anno fa Claudette, che vive a New York, se ne lamentò. Non le fu mai riconosciuto, però fu lei ad aprire il conflitto. Così, quando giusto due mesi dopo chiesero a Rosa Parks, che era una signora più anziana, di alzarsi, e lei si rifiutò – e si ripeté la scena con l’autista, e i poliziotti, e la prigione – la rivolta scoppiò davvero. La guidò proprio Martin Luther King. I neri decisero di boicottare il servizio pubblico dei bus. Si organizzarono per andare a piedi, accompagnarsi reciprocamente con le macchine, i taxisti neri abbassarono le tariffe per i neri da un dollaro a 10 centesimi, e in poco tempo la compagnia degli autobus cominciò a soffrire tremendamente sul piano finanziario. La polizia e lo Stato fecero di tutto per boicottare il boicottaggio. King fu arrestato almeno tre volte. Ma i neri non si piegarono. Resistettero per più di un anno finché lo Stato fu costretto a dargliela vinta e a rinunciare alla segregazione sugli autobus.

Tutte storie che ci raccontano che quando ti dai un obiettivo e scegli la lotta pacifica e nonviolenta non puoi fermarti. Devi insistere, devi essere coraggioso. Vinci o perdi? Questo non lo sai. A proposito di Bloody Sunday, ce n’è un altro famoso. Il più tragico di tutti. È del 1972, trenta gennaio, località Derry, Irlanda. Grande manifestazione pacifica degli indipendentisti. La polizia inglese attacca. Per l’esattezza attacca il primo battaglione del reggimento dei paracadutisti britannici. Apre il fuoco. Centinaia di feriti. Tredici ragazzi morti. Erano disarmati, tranquilli, neanche un sasso avevano tirato. Molti furono impallinati alla schiena. Il capo del governo inglese era Edward Heath, conservatore. Ci sono voluti molti anni perché la magistratura condannasse l’attacco della polizia come crimine. Questo successe nel 2005. Il capo del governo del tempo, il conservatore Edward Heath, era già morto. La Regina Elisabetta era ancora viva. Non mosse ciglio. Come non lo aveva mosso all’epoca. È una macchia che si è portata nella tomba.