Il tribunale dei ministri della Capitale si caratterizza per un “pregiudizio” nei confronti dei componenti del governo. Ma non solo. Ha la “pretesa di dettare legge in territori non propri”, “adoperando strumenti e categorie giudiziarie per sindacare atti di discrezionalità politica che, in quanto tali sono soggetti a confronto e a critica politica, come è sacrosanto che avvenga in democrazia, ma che non tollerano di essere qualificati, per non dire demonizzati, quale “disegno criminoso”.
I ministri della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, ed il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, hanno dunque deciso di indossare l’elmetto ed andare così allo scontro contro i magistrati di Roma che hanno chiesto nei loro confronti l’autorizzazione a procedere per il caso Almasri. Nelle 30 pagine della memoria depositata alla Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio ci sono parole durissime contro le giudici del collegio. Nessuno, scrivono, “immagina privilegi, ma neanche pregiudizi”. Le norme, puntualizzano, sono chiare e non prevedono “deroghe in favore, ma neanche eccezioni in danno degli indagati nella domanda di autorizzazione e nell’iter che la ha preceduta”. Per Nordio, Piantedosi e Mantovano, tutti difesi dalla senatrice Giulia Bongiorno, le violazioni di legge sono così “gravi e numerose che, ai fini del rigetto o della inammissibilità della domanda medesima, potrebbero anche esimere dall’entrare nel merito”.
Il primo punto contestato è la tempistica. La legge prevede che il procedimento si debba chiudere in novanta giorni, “un termine che risponde all’esigenza, pubblica oltre che personale, di non lasciare nell’incertezza le sorti giudiziarie di chi ha la responsabilità di governo”. Il tribunale, però, ha definito la questione dopo oltre sei mesi, senza curarsi di giustificare il ritardo. Poi c’è la mancata audizione di Mantovano. Lo scorso 22 maggio, sempre Bongiorno, dopo che il tribunale dei ministri aveva chiesto di interrogare il ministro della Giustizia, aveva fatto presente la disponibilità del sottosegretario a presentarsi e a fornire tutti i possibili elementi conoscitivi, essendo – così testualmente scriveva l’istanza – “l’esponente dell’Esecutivo che ha coordinato le varie fasi della vicenda oggetto di accertamento”.
“Era un’offerta di chiarimento a tutto tondo che il tribunale ha ritenuto di non accogliere”, sottolineano, bloccando sul nascere una collaborazione che avrebbe consentito “il più puntuale accertamento dei fatti, per esempio, il meccanismo dei voli di Stato”, per i quali i magistrati avevano chiesto notizie sul loro funzionamento all’Aeronautica militare. “Non esistono precedenti”, proseguono, ricordano che in qualsiasi giudizio, un indagato che mette per iscritto di aver coordinato ogni passaggio della vicenda oggetto di accertamento e si offre al giudice per esporre la propria difesa, e per contribuire alla ricostruzione dei fatti, viene sempre sentito.
Il pregiudizio ci sarebbe anche nello “screditamento dei testimoni ritenuti non in linea con la tesi accusatoria”, dal capo della polizia, al direttore del Dipartimento informazioni e sicurezza, al consigliere diplomatico del ministro della Giustizia, “figure autorevoli”, “marchiate di inattendibilità”. “È uno screditamento grave in sé, e ancora di più nel momento in cui – come emerge dalla lettura della domanda – avviene con affermazioni apodittiche e non motivate”. Il tribunale, durante le indagini, avrebbe poi operato una forzatura delle dichiarazioni dei testimoni che confermerebbero le imputazioni, in particolare quelle rese dai magistrati che all’epoca lavoravano per il Dipartimento affari di giustizia di via Arenula, ad iniziare proprio dall’ex capo Luigi Birritteri, la cui testimonianza sarebbe stata mal compresa.
La difesa, dopo questa lunga premessa, passa al punto centrale: il rimpatrio del feroce generale libico. “La situazione di fatto in Libia e i rischi per i nostri connazionali presenti è stata rappresentata al tribunale dal direttore dell’Aise, il generale Giovanni Caravelli, il quale aveva messo in allerta anche su possibili perquisizioni negli uffici dell’EnI”, si legge. “Si trattava di una prospettazione, proveniente dal direttore dell’Agenzia esterna, la più qualificata a fornire informazioni aggiornate e a descrivere i rischi del trattenimento in Italia di Almasri, ha orientato la scelta politica del governo”, ricordano. Gli eventi successivi al 20 gennaio scorso, dopo la decisione di rimpatriare Almasri, confermerebbero per i tre esponenti del governo l’avvenuta valutazione del rischio per gli italiani presenti in Libia e per la sorte degli interessi nazionali, e anzi “forniscono ulteriori concreti dettagli”.
È evidente, concludono, “come i ministri e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio abbiano agito non per finalità proprie, ma per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo”. E di ciò “non svolge alcuna propria considerazione”. In attesa della decisione della Giunta per le autorizzazioni, una domanda è d’obbligo: perché se tutti erano consapevoli del “preminente interesse pubblico” non venne messo fin dall’inizio il segreto di stato?