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Stefano Benni, il favolista irriverente che si faceva beffe dei potenti

Stefano Benni, il favolista irriverente che si faceva beffe dei potenti

Stefano Benni è stato anzitutto un grande umorista, un affilato moralista, uno scrittore poligrafo (romanzi, musical, poesie, favole, graphic novel, commedie, articoli) e un funambolo della lingua. La sua scomparsa – a 78 anni, dopo una lunga malattia – ci invita a una riflessione sulla natura – e sui rischi – dell’umorismo nel nostro paese, in cui pure è stato scritto, da Pirandello, un saggio ancora oggi decisivo sulla materia.

Diceva Flaiano che agli italiani piace soprattutto ridere e far ridere. In modo esagerato. Ora, io non ho mai pensato che “una risata vi seppellirà”, come annunciava lo slogan del più anarcoide, creativo e dadaista Movimento del ’77 ( e cioè che il riso sia la principale arma contro il potere). No, anzi negli ultimi decenni l’Italia che rideva era quasi sempre peggiore, più carognesca e più volgare di quella che non rideva. Il quindicennio berlusconiano era all’insegna di una trista coazione al riso e all’allegria, di una celebrazione della barzelletta e della boutade, contro la presunta seriosità della eterna sinistra piagnona e buonista. Chi non rideva era “fuori moda”, come recitava allora un terrificante slogan pubblicitario: si trovava nelle file di quelli che Nietzsche aveva definito “i calunniatori dell’allegria”. L’ironia, che Pasolini detestava, diventò lo stile del mondo, anche perché offriva una assoluta immunità: se ti indignavi non eri abbastanza spiritoso o spregiudicato.

Ecco, l’umorismo di Benni, unito alla sua straordinaria inventività linguistica, alla sua inesauribile verve affabulatoria e a una sensibilità morale di fondo, non incarogniva i suoi fruitori! Il suo “impegno”, irriducibile a qualsiasi classificazione ideologica, sia pure esplicitamente schierato, non diventata mai retorico. E proprio lui se la prendeva contro la comicità televisiva, preconfezionata e falsamente corrosiva, allora imperante.

Ieri scorrevano nei TG i titoli dei suoi innumerevoli libri, tutti di successo e tradotti in molti paesi, da Bar Sport a Margherita Dolcevita, da Elianto a Baole a Terra!, da Blues in sedici: ballata della città dolente all’Ultima lacrima, dai Comici spaventati guerrieri a La compagnia dei Celestini, e fino ai recenti Giura e il poema Dancing Paradiso. Ma per dare ai lettori anche solo un piccolo esempio della sua immaginazione verbale proviamo a ripassare alcune delle espressioni che troviamo nella Compagnia dei Celestini, il suo romanzo migliore, che risale al 1992, una odissea di bambini in lotta contro il potere per riuscire a disputare il campionato di pallastrada: “Uomo assai quarantenne e spregiudicato”, “una brevilinea bionda capace di parlare sedici ore di fila, onnipresente, attivista e mazzettata”, “uomo di sicura fede democratica ed entusiaste idee naziste”, “Un comico incredibilmente trasgressivo, nella villa aveva una sala piena di tutti i premi trasgressivi che aveva vinto: zanzaroni, penoni, tarantole d’oro e pardiballe di corallo”.

Ho accennato al suo gusto per l’associazione verbale e il calembour. Se fosse diventato un pubblicitario si sarebbe arricchito (ma non si arricchì davvero neanche scrivendo per Beppe Grillo e la TV)! Ricordo alcuni dei suoi neologismi composti: “megavulvodromo”, “maxifalloteca”, “turbopreghiera”, “econulla”. Trovavo esilarante anche la sua divertita adesione alla moda splatter e volutamente disgustosa dei nostri anni: ad esempio quando si immagina hamburger fatti con cipolle marce, polistirolo e truciolato, o zuppe scure in cui schioccano putizze e galleggiano filamenti rossi o esplosioni di femori e frattaglie. In un panorama linguisticamente un po’ piatto e convenzionale come quello dell’attuale narrativa il suo espressionismo non poteva non colpire: più interessante delle trame dei suoi libri era proprio il suo laboratorio lessicale, dove accanto a parole gergali metteva termini arcaicizzanti e ricercati come “adiaforo” (“apatico”), “defedato”(debilitato).

Tutta la satira di Benni, i cui libri restano indispensabili per conoscere un periodo della nostra storia recente, si muove su due piani: un piano più immediato, plateale, a volte perfino un po’ corrivo (la presa in giro di mode e gadget effimeri di cui neanche più ci ricordiamo) e dall’altro una critica culturale spesso sottile di tipi sociali e umani, di maschere quasi eterne della nostra commedia dell’arte, a volte grottesche e altre volte repellenti (per limitarci all’orizzonte culturale, il ritratto di un filosofo a la page, con la sua “estetica del disorientamento”: “vedere il frammento come unico discorso”, o di quell’ex leader politico di “un movimento che voleva tutto e che conseguentemente anni dopo aveva voluto tutto mutare nella sua vita”). La sua irriverenza, il suo giocare con i generi pop (che gli permettono di rivolgersi a tutti i lettori), il mix di curiosità e disgusto per il presente, la capacità di coniugare misantropia e utopia, odio per i potenti e amore per gli orfanelli e i perdenti (aveva un cuore tenero, vulnerabilissimo), potrebbero farcelo accostare al grande Kurt Vonnegut.

Certo, satira e umorismo si muovono sempre su un rischioso crinale. Come sanno bene, tra l’altro, i comici stand-up (si veda il canale “Comedy central”), tra i quali si trovano pepite di pensiero critico sull’esistente, accanto a un cedimento al cinismo contemporaneo. Una volta obiettai a Benni che alcune sue battute sfiorano appunto il cinismo, ad esempio (ora non ricordo più bene da quale suo libro) “quel tipo beveva molto perché era malato di cancro o forse era malato di cancro perché beveva molto”. Lui mi replicò che ne era ben consapevole e che si trattava di un rischio che valeva la pena correre. Il comico non sopporta vincoli e censure, e contiene un momento di assoluto nonsense: la sua vocazione è proprio quella di far deflagrare la normalità, di destabilizzare l’ovvio, fregandosene di qualsiasi “correttezza”. Giusto. Ma allora l’unico criterio, l’unica flebile bussola morale di cui potremmo disporre di fronte a una battuta di spirito o a uno sketch è forse questo interrogativo: quando rido un po’ me ne vergogno?