“Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: ‘genocidio’. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì”. Lo dice in un’intervista a Repubblica lo scrittore israeliano David Grossman.
“Anche solo pronunciare questa parola, ‘genocidio’, in riferimento a Israele, al popolo ebraico: basterebbe questo, il fatto che ci sia questo accostamento, per dire che ci sta succedendo qualcosa di molto brutto. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. ‘Genocidio’. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza(…) Resto disperatamente fedele all’idea dei due Stati, principalmente perché non vedo alternative. Sarà complesso e sia noi che i palestinesi dovremo comportarci in modo politicamente maturo di fronte agli attacchi che sicuramente ci saranno. Ma non c’è un altro piano”.
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L’intervistatrice, Francesca Caferri, gli ricorda che tre giorni fa il presidente francese Macron ha proposto il riconoscimento dello Stato palestinese. “Credo sia una buona idea – risponde Grossman – e non capisco l’isteria che l’ha accolta qui in Israele. Magari avere a che fare con uno Stato vero, con obblighi reali, non con un’entità ambigua come l’Autorità palestinese, avrà i suoi vantaggi. È chiaro che dovranno esserci condizioni ben precise: niente armi. E la garanzia di elezioni trasparenti da cui sia bandito chiunque pensa di usare la violenza contro Israele”.
David Grossman ha 70 anni ed è uno dei più celebri scrittori al mondo. Ricordiamo solo un paio di titoli, tra decine di romanzi: Qualcuno con cui correre e Ci sono bambini a zig zag. Suo padre, di origine galiziana, giunse in Israele negli anni 30, quando aveva 9 anni. Grossman è nato in Israele pochi anni dopo la proclamazione dello Stato. È uomo di sinistra, simpatizza per il partito laburista. Aveva tre figli: Jonathan, Ruth e Uri, L’ultimo, Uri, è morto mentre combatteva la guerra in Libano nel 2006. Alla morte del figlio è dedicato il romanzo che Grossman scrisse nel 2008: “A un cerbiatto somiglia il mio amore”.