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“Non ho ucciso il Partito Comunista, l’ho salvato”, intervista ad Achille Occhetto

Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

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Achille Occhetto: l’ultimo segretario del PCI, anzi del “glorioso PCI”, come più volte sottolinea in questa intervista. Basterebbe questo, ma non basta. Non per l’uomo che il 3 febbraio del 1991, con la svolta della Bolognina, tra lacrime, ovazioni e strette di mano, segna e trasforma la storia della sinistra italiana. Appena compiuti 90 anni, Occhetto ripercorre in questa intervista la sua storia umana e politica. Fatta, come spiega il nostro Akel, di molto dolore ma di nessun rimpianto. Già da bambino, racconta, sapeva da quale parte stare e che da quella parte non si sarebbe più mosso. Dalla guerra alla Liberazione, dalla caduta del Muro fino alle lacrime della Bolognina. E poi ancora oltre. Fin all’Ulivo e alla sinistra di Elly Schlein, alla quale rivolge un appello per battere le destre. Senza dimenticare un’analisi, tagliente e lucidissima, sul mondo che oggi, con le bombe di Trump in Iran, si affaccia sull’apocalisse. Temi che il nostro affronta con rigore nel suo nuovo saggio, significativamente intitolato “Oltre il baratro” (Passigli Editore).

Che ricordi ha della guerra e della Liberazione? E come fu vissuto questo periodo storico all’interno della sua famiglia?
Questo è un ricordo fondamentale per me, fondamentale per la mia formazione sentimentale e per i miei successivi rapporti con la sinistra. Innanzitutto, ricordo che a casa mia c’era la sede clandestina della sinistra cristiana, dove vedevo passare partigiani, oltre ai cattolici antifascisti anche i comunisti e i socialisti del Partito d’Azione. Era un momento molto entusiasmante. Avevo nove anni ma capivo che quegli uomini erano quasi come degli apostoli del Risorgimento. Il 25 aprile i miei genitori mi chiamarono fuori. “Vieni al balcone”, mi dissero. E a quel punto vedo svettare piccoli carri armati con le bandiere tricolori, che erano stati costruiti dagli operai della Fiat di notte, per aprire la strada alle brigate partigiane che scendevano dai monti vicini. In quel momento guardai i miei genitori e vidi nei loro occhi la gioia della libertà. Da quel momento decisi di essere sempre dalla stessa parte, dalla parte della democrazia antifascista e della sinistra. Un altro elemento di formazione fu, dopo la Liberazione, la casa editrice Einaudi, perché mio padre lavorava lì. Vidi passare a casa mia Italo Calvino, Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, che trascorreva qualche pomeriggio con mia madre mentre lei sferruzzava. E naturalmente quell’ambiente culturale è stato fondamentale nella mia formazione. Ricordo anche quell’estate in cui Cesare Pavese mi ha corretto i compiti di latino. Questo era l’ambiente in cui mi sono formato.

Prima ha citato Pavese, Italo Calvino. Con Pasolini invece non ha mai avuto nessun rapporto?
Non ha avuto l’occasione, però l’ho sempre ammirato moltissimo. Anzi, credo che sia uno degli intellettuali a cui sono stato più legato, un intellettuale che aveva intuito cose estremamente importanti sulla crisi delle società moderne. Vedeva che quel mondo popolare, operaio, contadino, stava mutando, sospinto nell’ambito del neocapitalismo, della società dei consumi, e per primo tra gli intellettuali aveva individuato il senso di quel mutamento.

Poi si iscrive alla Fgci: è il primo approccio con il mondo comunista, diciamo, ufficiale?
Mi trasferisco a Milano perché mio padre passa alla casa editrice Feltrinelli e la mia militanza è prima di tutto nel movimento famoso dei giornali d’istituto, se ricorda La Zanzara. In quel periodo sono stato direttore di uno di quei giornali, quindi ero all’interno del movimento studentesco, ma non ero ancora iscritto al partito. Mi iscrivo a 17 anni ed entro in una sezione dove mi danno come primo incarico – che accettai con grande orgoglio – quello di fare l’amministratore della sezione, che consisteva nell’andare tutte le domeniche nelle case degli operai, portare i bollini della tessera del partito comunista e poi scendere e passare tutte le domeniche a diffondere l’Unità. Questa è stata la mia esperienza politica. Poi successivamente sono diventato segretario del circolo universitario e ho scritto il mio primo documento politico di attacco ai carri armati sovietici che erano entrati a Budapest, che il giornale della Fgci di allora, Nuova Generazione, diretta da Sandro Curzi, intitolò “Il furore alberga nel cuore dei giovani comunisti “

In questi anni conosce Marco Pannella, Cicchitto e Bettino Craxi o accade successivamente?
Sì, qui è già la fase in cui, contemporaneamente faccio parte del movimento universitario. Noi avevamo un gruppo di universitari comunisti, – erano tanti partitini diciamo – però a un certo punto ci sciogliamo per entrare nell’unione goliardica italiana, perché era importante avere l’unità maggiore di tutte le forze laiche. E proprio lì conosco appunto Pannella. Tra l’altro con Pannella condurrò successivamente una battaglia per impedire a Bettino Craxi di diventare presidente dell’UNURI, che era il governo generale delle università. Ma con Craxi, malgrado questa battaglia contro di lui, che fu vittoriosa, rimasi sempre in buoni rapporti: in quel periodo ci conoscevamo bene e discutevamo a lungo sulle sorti della sinistra.

Siamo al luglio del 1960, la strage di Reggio Emilia e le magliette a strisce. Che cosa ricorda di quel momento?
Reggio Emilia è stato un momento importante. Allora c’era il governo Tambroni, un governo chiaramente appoggiato dai fascisti. Ci fu una grande manifestazione, spararono, ci furono i famosi morti di Reggio Emilia, che tutti ricordano per la bellissima canzone. Il giorno dopo, – io ero segretario della federazione giovanile comunista – dovevo organizzare una manifestazione. Fu un momento molto drammatico perché ai lati della manifestazione c’era la polizia in assetto di guerra con i mitra spianati. Quindi eravamo molto orgogliosi di averla fatta e nello stesso tempo devo dire che le magliette a strisce furono molto importanti per le generazioni di allora, perché dopo un momento molto duro, difficile, di assopimento dell’attività politica, hanno segnato il primo risveglio delle nuove generazioni. Quindi diventarono per noi un mito politico e ideale e le accogliemmo con grande gioia.

Il 1968: cosa ricorda di quel periodo e del ruolo del PCI?
Prima di tutto, voglio dire che quando si dice adesso, che a differenza del passato, non sono i partiti a organizzare quelle grandi manifestazioni che abbiamo visto sulla questione palestinese e la Flotilla, si dice una corbelleria, perché nel passato i partiti non organizzavano i movimenti. Il ‘68 non è stato organizzato dal Partito Comunista, anzi all’inizio una parte del gruppo dirigente del Partito Comunista era contraria, Amendola era particolarmente avverso a quel movimento. È stato un merito di Longo avere cambiato posizione. Noi portammo a Longo tutti i dirigenti massimi del movimento a un colloquio bellissimo, in cui lui parlò di cosa faceva in Spagna, come usava le armi. Quei giovani si entusiasmavano sempre di più, ma poi alla fine gli disse: “però ragazzi oggi siamo in regime democratico, le armi non si usano più, si deve fare una battaglia democratica”, quindi assunse una posizione di educazione politica e di sostegno. Con questo voglio dire che in generale i movimenti sono autonomi, vanno rispettati, la funzione del partito è se appoggiarli o no, cioè da che parte si sta quando nascono i movimenti. Aggiungo a tal proposito che anche le magliette a strisce non furono organizzate dai partiti, fu un movimento spontaneo, che naturalmente nasceva in un clima politico dove i partiti della sinistra combattevano la battaglia contro il governo Tambroni. Ciascuno fece la propria parte.

Molti dicono che c’è distanza oggi tra i partiti e le persone rispetto al passato. Prima magari il partito era più vissuto, era qualcosa di molto importante, c’era anche più comunicazione. Oggi invece la gente ha difficoltà a interfacciarsi con i partiti. Come mai?
Questo è un problema generale, è cambiato il mondo, è cambiata la comunicazione, la gente sta più alle informazioni dei social, della televisione, è un problema drammatico e serio. Io sfido a trovare un giovane oggi che fa quello che facevo io, di andare a portare il bollino la domenica invece di andare dalla fidanzata, “morosa” come si diceva, e passare la domenica a diffondere l’Unità. Il mondo è cambiato. Il problema vero è che bisogna trovare un modo nuovo di unire questa comunicazione, che vive ormai dentro un mondo virtuale che si interfaccia con il mondo reale. È una difficoltà che credo bisogna cercare di superare. Credo che una delle fatiche maggiori, indipendentemente da tutte le critiche che vedo fare di qua e di là, è stata in questo senso l’opera di Schlein rispetto alla situazione del Partito Democratico che c’era precedentemente. Ma io che ho compiuto 90 anni, certo non tutti passati in politica, so che la difficoltà di questo momento è estrema.

Arriviamo al 1989, la caduta del muro di Berlino: Si ricorda in quel momento dove era? E in che modo ha appreso la notizia?
Ero a Bruxelles perché avevo un incontro con l’allora segretario del partito laburista, Neil Kinnock. Si discuteva dell’entrata – non avevo ancora fatto la svolta – del partito comunista nell’internazionale socialista. Si badi bene: allora tutto il gruppo dirigente, anche quelli che poi saranno contro la svolta, consideravano utile questa discussione con la socialdemocrazia europea. Tutti. Quel giorno Kinnock mi rispose: “ma voi siete già una forza del socialismo democratico per le vostre tesi, che il partito comunista da tempo sostiene, ma un partito comunista non può entrare dentro l’internazionale socialista con questo nome. Perché non cambiate il nome”? Io gli risposi “È difficile, molto difficile, molto difficile”. Stavo dicendo questo, quando improvvisamente aprono la porta e dicono “venite, venite a vedere”! A quel punto io e il segretario del partito laburista, vediamo le immagini delle picconate al muro. Ricordo che un giornalista mi chiese cosa ne pensassi. Io risposi “cambia tutto, cambia tutta la politica e tutti i parametri della politica del Novecento”. Poi torno, vado alla celebrazione della battaglia di Porta Lame, battaglia partigiana, parlo ai partigiani alla Bolognina e dico appunto che il mondo sta cambiando, e che bisogna cambiare esattamente tutto. Esco e un giornalista mi dice: “Tutto, anche il nome?”. Risposi “tutto, esattamente tutto”. Il giorno dopo i giornali scrivono “il PCI ha cambiato nome”. Naturalmente non rimasi contento, perché chiaramente non potevo da solo cambiare il nome. Poi riunisco gli organi dirigenti, esprimo la mia posizione e affrontiamo una discussione tra le più democratiche della storia dei partiti italiani.

Arriviamo alla svolta della Bolognina, i due congressi, le sue lacrime: perché ha pianto?
Questo era il congresso di Bologna, il primo dei due congressi. Al congresso il giorno prima c’era stato l’intervento di Ingrao, che da parte sua aveva una grande capacità oratoria. Faccio il mio intervento e ricevo un’ovazione grandissima, in mezzo a queste ovazioni mi risiedo e vedo Ingrao che si avvicina e mi dà la mano. E io mi commuovo perché penso “è finita, ci siamo combattuti, ma adesso andiamo avanti insieme”. Avevamo vinto il congresso, era naturale. Ho pianto, ma mi ero sbagliato, perché poi non andammo avanti insieme: la vicenda durerà ancora un anno e poi cambieremo definitivamente a Rimini, un anno dopo.

Poi arriva Silvio Berlusconi: che significato ha avuto per lei a livello politico e personale, e per il nostro paese?
L’ascesa di Berlusconi in politica è stata qualcosa che non si aspettava nessuno. Tutti hanno fatto finta di saperlo, ma in realtà non si aspettava niente nessuno e neppure il Partito Popolare (che era il nome con il quale la Democrazia cristiana si era trasformata – però non era certo una svolta, perché erano ancora dentro tutti, dalla destra alla sinistra) che credeva in quelle elezioni di essere di nuovo il centro. Invece persero anche l’anima, mutande e calzini. Il Partito Socialista rimase al 2%, perché la maggioranza dei socialisti andarono con Berlusconi, ma la cosa che voglio dire con estrema chiarezza è che la sinistra allora non è stata battuta, perché il PDS prese il 4% in più della precedente elezione. Oggi quanti partitini, non facciamo nomi, agognano al 4%, solo il 4%, per avere un successo elettorale? Noi ne abbiamo presi molti di più e l’insieme dei voti nostri e quelli di Rifondazione Comunista dimostrano che in quella data essenziale per la democrazia, i comunisti non hanno ceduto un voto al berlusconismo, mentre sia la Democrazia cristiana che il Partito Socialista e gli altri partiti del governo hanno riversato tutti i voti sulla coalizione di Berlusconi. Dico questo perché questa è una cosa che nessun giornalista ha mai analizzato. Ma basta guardare i voti per comprendere. E poi, soprattutto, la sinistra ha avuto, grazie alla svolta, la possibilità di una riscossa che è stata l’Ulivo. Perché io voglio dire chiaramente, ma adesso ormai viene riconosciuto, che senza la svolta non ci sarebbe stato né l’Ulivo prima né il PD dopo.

E perché lei si è ritirato?
Di fronte a quelle elezioni, malgrado, appunto, sulla base della logica politica non dovevo ritirarmi perché avevamo guadagnato voti, aveva vinto Berlusconi e naturalmente, siccome in quel momento ci fu dello sgomento, ho capito che qualcuno incominciava a tramare. Il mio compito storico non era (magari “storico” è troppo forte, personale, per come sono fatto), non era quello di entrare in una lotta interna per difendere la segreteria, lotta che peraltro avrei sicuramente vinto. Tuttavia mi sono ho detto “non voglio creare questa situazione nel partito va bene, fate voi, create voi il nuovo segretario”. Ma la debolezza è venuta successivamente alla vittoria di Berlusconi perché non si capì il fenomeno e soprattutto si capì che tra i sostenitori della svolta c’erano due visioni diverse. La mia, che era quella di uscire da sinistra dal crollo del comunismo, cioè del socialismo reale, che io non consideravo più di sinistra, perché non consideravo più di sinistra quegli stati, l’avevo espressa già nel ‘68 da giovane. Avevo detto allora che ci voleva una profonda rivoluzione democratica in quei paesi, quindi uscire da sinistra dal crollo del comunismo. Ma c’era anche un’altra visione, ovvero quella di chi aveva visto invece semplicemente la fine della conventio ad excludendum e quindi, diciamo, avevamo maturato una visione puramente governista, che poi si è pagata per lungo tempo con la teoria della governabilità, che se da un lato è una teoria di responsabilità politica, quando viene anteposta alle esigenze delle forze sociali che tu rappresenti, cioè degli operai, della parte sfruttata, della parte più debole della società, si rivela un’istanza totalmente sbagliata.

Col senno di poi Berlusconi era più democratico rispetto alla destra italiana di oggi o è la stessa cosa di Meloni e Salvini?
Beh, io direi così: di Berlusconi si sa che uno delle sue colpe fondamentali non è stata quella di aver creato il passaggio dalla Prima Repubblica alla Seconda Repubblica, ma di aver creato il passaggio dalla Repubblica dei partiti alla Repubblica del populismo e questa è una responsabilità grave che consiste nello sfruttare le paure della gente senza però risolvere i problemi, cosa che adesso si è altrettanto aggravata perché, come abbiamo visto, il governo Meloni è riuscito a vincere sfruttando le paure e le debolezze, però non ha risolto nessuno dei problemi essenziali. A ciò si è però aggiunta una cultura politica che – non c’è dubbio – riecheggia i valori del fascismo. E questo non lo si può negare. Dio, Patria e famiglia, il suprematismo e le forme di razzismo verso gli immigrati, per fare qualche esempio. Però, sa cosa le dico? Dobbiamo smettere di chiedere a Meloni se è antifascista, perché a Meloni come presidente del Consiglio, dobbiamo chiedere se è anti-trumpiana. Come presidente del Consiglio, Meloni ha dichiarato a J.D. Vance, che i nostri valori, quindi i suoi, ma anche i miei e anche i suoi, di lei che mi sta intervistando e quelli di tutto il popolo italiano, sono i loro valori, i valori di chi ha sparato in Minnesota a dei cittadini inermi. Quelli sono i valori di chi vuole distruggere l’Europa, come vuole fare Putin. Questo è inammissibile! La vera richiesta da sottoporre alla premier non è tanto quella di dire se è antifascista, ma se in questo momento, come presidente del Consiglio, vuole o no dichiararsi anti-trumpiana.

L’America è sempre stata così da Bush a Biden o questa è solo l’America di Trump? Che cosa non abbiamo capito degli americani che lo hanno votato per la seconda volta?
Non c’è dubbio che l’America si è resa protagonista anche precedentemente di interventi imperialisti, ha fatto delle guerre profondamente sbagliate, a partire dal Vietnam, e poi in Iraq, ma allora si riconosceva che esisteva un diritto internazionale. Si dice “quella era ipocrisia”. Magari sarà stata ipocrisia, ma un conto è violare il diritto, che è gravissimo, un conto è negare l’esistenza del diritto: questo è il passaggio con Trump, e non è un passaggio di poco conto, ed è questo che bisogna tenere ben presente. Però in questo momento ritengo che sia molto più importante per capire questa America, per capire la differenza, collegare la questione di Gaza, dei palestinesi, alla guerra in corso. Oggi abbiamo una notizia molto importante: l’Indonesia che aveva deciso di partecipare alla “Onu privata di Trump” ha detto che vuole andarsene via. Il Board che è appena nato sta già morendo. Va ricordato che l’Indonesia è lo Stato che aveva promesso il maggior numero di militari per garantire l’ordine a Gaza. Vuole andare via perché oggi non c’è nessun interesse nei confronti di Gaza. Ma il tema drammatico è ciò che avviene in Cisgiordania, ovvero l’intento di Netanyahu di fare il grande Israele. È a questo progetto che si collega anche il suo attacco all’Iran. Siamo ad un momento grave della storia, perché non avrei mai pensato che l’America avrebbe fatto tabula rasa di tutte le regole e le istituzioni internazionali, e che un suo presidente, a cui la Meloni ha promesso il Nobel per la Pace, stia incendiando il Medio Oriente con l’ignobile scusa di favorire la rivolta del popolo iraniano, di cui non gliene frega niente. Trump pensa solo, come abbiamo ben capito, ad una soluzione di tipo venezuelano. Sia chiaro: io sono felicissimo, e mi pare del tutto ovvio, ma c’è poi chi ci accusa su questo, sono felicissimo che un massacratore, un delinquente, chiamiamolo come vogliamo, un teocrate come Khamenei sia stato spazzato via, che sia stato spazzato via il più odioso despota di questa epoca, ma spero che vengano spazzati via, in modo democratico e non violento, sia Netanyahu che Trump.

In Europa l’unico a fare la voce grossa è stato il premier spagnolo Sanchez…
Sanchez ha avuto il coraggio di stare con la schiena dritta ma dico di più: è l’unico che ha salvato l’onore dell’Europa e la possibilità che un’Europa con una sua autonomia strategica possa esistere, mentre gli altri parlano a pezzi e bocconi, soprattutto Meloni che ancora non si è presentata davanti al Parlamento ed è in una difficoltà enorme, perché ha cominciato a capire che il popolo italiano, la grande maggioranza è contro questa guerra e lei si trova ad essere la più grande amica di Trump e deve conciliare questi due aspetti, deve conciliare quello che ha detto il ministro della difesa Crosetto, in un momento di onestà, cioè che è chiaro che americani e israeliani hanno violato tutte le regole del diritto internazionale, con la sua immagine dell’unica leader europea che era andata all’insediamento di Trump.

Trump continua a dire che l’Iran cadrà facilmente, che la guerra è quasi finita ma non è così: hanno fatto male i conti?
Non li hanno fatti nel modo più assoluto, questo lo dicono anche i giornali americani. In America incomincia ad esserci una reazione, anche in una parte dei repubblicani, anche soprattutto perché la stragrande maggioranza degli americani è contro questa guerra. Perché è una guerra senza strategia e qui va fatta una precisazione: senza una strategia da parte di Trump, con una strategia però da parte di Netanyahu, che è folle, che è quella di colpire l’Iran per avere un’egemonia che si estende oltre i suoi confini, quindi prendersi tutta la Cisgiordania, mettere definitivamente a tacere la questione palestinese e puntare ad un cambio di regime in Iran: questa strategia è quella che allungherebbe la guerra, poi può darsi che ad un certo momento si apra una questione tra Trump, che deve fare i conti con il dissenso interno e Netanyahu. Ma Trump a sua volta ha un vincolo che non c’entra niente con la geografia economica e politica mondiale e si chiama Epstein, e lui ha il problema di far dimenticare ciò che ha fatto (sta iniziando a venire fuori ciò che riguarda i suoi crimini sessuali). Ci troviamo difronte ad un uomo che può fare delle scelte che non hanno nessuna logica e per questo non so rispondere a come e quanto durerà tutto questo, perché ci troviamo difronte a due criminali di guerra che dominano in questo momento la situazione e che sono completamente fuori da ogni logica razionale

E intanto sull’altro versante Putin continua a bombardare l’Ucraina…
Questa è la cosa che meno interessa a Trump perché al tavolo delle trattative è seduto chiaramente dalla parte di Putin.

-Restando al Medio Oriente e tornando indietro: ha conosciuto Arafat e Shimon Peres: che cosa è cambiato da allora e come sono cambiati i leader di queste terre?
Peres, con il quale ho avuto rapporti anche amichevoli, era un’altra Israele. Era pienamente convinto che bisognasse trovare una soluzione di due stati e due popoli e convinto di cercare costantemente il colloquio con Arafat. Arafat con il quale ho avuto rapporti molto stretti, una volta mi disse, di fronte alla cecità dell’occidente, “ma dì ai tuoi in Occidente, che se non si affrettano a dare una soluzione rapida alla questione, ci sarà una forte intifada e io non potrò più reggere la situazione”. Credo che questa frase che mi disse Arafat, spiega tutto quello che è successo dopo, cioè l’incancrenirsi della situazione è stata determinata dall’incapacità dell’Occidente, sempre troppo schiavo degli interessi degli israeliani. Dirò di più, tutta la questione del Medio Oriente incomincerebbe a essere diversa se si risolvesse la questione palestinese, questo per un semplicissimo fatto: che i famosi Proxy, i terroristi, i cui metodi naturalmente nessuno di noi condivide, utilizzano però l’unica bandiera pulita che dà a loro la giustificazione, alla quale credono fino ad un certo punto, che è la questione palestinese. Se si fosse risolta e se si volesse risolvere per davvero la questione palestinese si risolverebbe anche la pacificazione del Medio Oriente ma come abbiamo visto si è scelta la strada opposta, quella di non risolverla, e l’Indonesia lo sta capendo, ovvero di estendere la guerra in Medio Oriente.

È contento del percorso della Schlein, sta portando avanti la linea della sinistra?
Ha preso il Pd in una situazione quasi agonizzante e lo ha rivitalizzato. Comunque si utilizza molto il dibattito sulla Schlein per temi che riguardano chi deve fare il Premier…Io qui dico una cosa molto semplice : dobbiamo capire, perché secondo me non abbiamo ben capito, che ci troviamo in una situazione drammatica… passano due anni, le elezioni francesi, quello che può succedere nel resto dell’Europa… Dobbiamo capire che noi abbiamo chiuso, il sogno di Ventotene è sparito e quindi o tutte le forze democratiche si uniscono al più presto per presentare una alternativa democratica all’attuale situazione oppure siamo perduti. Quindi discutere sulle identità di ciascuna forza e sulle caratteristiche di ciascun leader è un gioco che non ci porta da nessuna parte! Il mio appello è: riunitevi al più presto, presentate un programma, decidete il metodo con il quale si decide chi deve essere il premier e poi tutti uniti andiamo alla battaglia…

Quando dice tutti uniti intende anche Renzi, Calenda, Movimento Cinque Stelle?
Tutti quelli che ci stanno a quello che sto dicendo, e voglio anche aggiungere, che questa battaglia ha una prima tappa che è il Referendum sulla Giustizia. Perché ormai è chiaro che con il Referendum la separazione delle carriere non c’entra niente. Oggi sono disposti di nuovo a sfruttare la vicenda della casa della famiglia nel bosco, ormai è chiaro che è un attacco contro la magistratura e voglio ricordare a tutti che il conflitto diretto tra due poteri dello Stato e soprattutto tra quello politico e giudiziario porta al disastro, perché voglio ricordare che la Repubblica di Weimar, che esisteva prima del nazismo, ha conosciuto un conflitto tra i due poteri di questo genere, ed è questo conflitto una delle cause che hanno preparato successivamente la vittoria del nazismo. Quindi oggi è un voto politico quello che si farà sul referendum.

In molti le “rimproverano” di aver sciolto il PCI, la stessa Luciana Castellina sul Manifesto ha scritto “ti abbraccio ma non ti perdono”: cosa c’è che non hanno capito in quella svolta?
Ma c’è un errore gravissimo nel valutare ciò che è avvenuto nella svolta: io ho fatto la proposta, però la soluzione non è stata di Occhetto…la svolta non è la svolta di Occhetto, la svolta è l’ultimo capitolo del glorioso partito comunista italiano, per il semplice fatto che è stata discussa, con una quantità di comitati centrali, per ben due congressi, si sono riunite le sezioni di fabbrica, delle scuole, le sezioni di strada, le famiglie, ci sono famiglie che si sono persino divise, poi il partito comunista italiano, a grande maggioranza ha deciso di trasformarsi in PDS , non di morire, NON DI MORIRE, ma di trasformarsi in una forza aperta ad una maggiore unità di tutte le forze di sinistra. Come ha avuto modo di dire recentemente Pierluigi Bersani, con la svolta ho salvato l’onore dei comunisti italiani e poi basta guardare, alla fine, quello che hanno fatto quelli francesi, quelli spagnoli, quelli portoghesi che non esistono più nella storia politica dei loro paesi.