Da anni, ogni volta che una donna è vittima di una violenza o persino di un omicidio preceduto da violenze che scopriamo spesso essere state subite per anni, l’opinione pubblica si pone le stesse domande: perché non ha denunciato prima?, perché non è stata creduta? perché quei continui e “piccoli” gesti di sopraffazione sono stati sminuiti e non presi seriamente in considerazione, fino a che non si è giunti alle estreme conseguenze? La risposta a queste domande le mette in scena Stefano Mordini nel suo ultimo film, tratto dal libro omonimo di Marco Franzoso, La Lezione, in sala con Vision Distribution dal 5 marzo, dopo il passaggio in anteprima all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma.
Storia di una brillante avvocata, interpretata da Matilda De Angelis, ex vittima di stalking, che si trova in un momento particolare di vita: è “perseguitata” da un cliente, un professore (Stefano Accorsi) che, scagionato dall’accusa di violenza sessuale (grazie a lei ), la rivorrebbe ad assisterlo nella causa contro l’università; ed ora che il suo stalker è uscito di prigione, si sente di nuovo osservata e seguita, in una crescente confusione tra realtà e immaginazione. Accanto a lei, tutti uomini, il collega di studio, il poliziotto amico, che, invece di supportarla ed aiutarla a fare chiarezza, vorrebbero solo calmarla, sedarne le reazioni e la paranoia, esercitare un controllo. Così La Lezione racconta le vittime, il loro sentirsi troppo, quasi un peso.
Matilda De Angelis, nel presentare il film e il suo scardinare il concetto fin troppo patriarcale e radicato di vittima, dichiara: “Spesso le vittime di abusi, nel paradosso di colpevolizzarsi, si chiedono cosa avrebbero potuto fare diversamente, come si sarebbero dovute comportare. La verità è che non c’è possibilità di determinare la reazione degli altri, anche nel momento in cui facciamo tutto alla perfezione, abbiamo gli strumenti, capiamo chi abbiamo davanti e cogliamo quelle famose red flag di cui tanto si parla oggi. Non abbiamo il controllo della risposta degli altri. Attraverso il mio personaggio, Elisabetta e questo film, scardiniamo il concetto di vittime predestinate, perché non esistono. Aldo Penna scriveva: “Delle prigioni che ho abitato, di tutte possedevo la chiave”. Questa frase, in qualche modo riassume il senso e il lavoro che fa il film. Purtroppo la verità si costruisce a ritroso e quindi molto spesso, “troviamo la chiave” e capiamo solo in seguito ad un abuso ed è questo il motivo per cui la lezione non è ancora finita e dobbiamo continuare a parlarne”. Dopo la conferenza stampa abbiamo incontrato Stefano Mordini per una riflessione-bilancio sul film.
Alla Festa del Cinema ha detto che, rispetto al libro di Franzoso, si è concentrato più sul racconto a due, tra vittima e carnefice. Ci spiega?
Mi piaceva concentrare il racconto sulla storia del femminile, con un maschile difficile da interpretare. E poi, soprattutto, mi piaceva il rischio di questo racconto, perché sapevo che la questione poteva aprirne un’altra: la veridicità dell’io, cioè il fatto che sono un uomo che ha fatto una storia al femminile. Ne faccio sempre, però è sempre un confronto difficile anche se credo che il mio contributo possa essere valido proprio perché sono un uomo che spesso, quasi sempre, racconta storie al femminile. Da sempre i miei capi di solito sono donne, per cui, io ho comunque, almeno nella mia storia personale, un confronto diretto, in parità, insomma. Anzi, mi sento a mio agio anche perché credo sia una questione in cui penso di aver qualcosa da dire. Di conseguenza non mi sottraggo a questo tipo di sfida, anche se difficile. Con storie come questa mi assumo il rischio di avere qualcosa in mano che può aprire a sua volta altre discussioni. Non lo cerco ma lo metto in conto.
Il film approfondisce anche gli aspetti più subdoli della violenza e dell’incapacità di reagire. Il personaggio di Matilda De Angelis è tutto fuorché l’immagine di donna debole eppure diventa una vittima. Come ci ha lavorato?
Intanto non accettando gli stereotipi. È importante, perché se accetti lo stereotipo che una donna forte non possa avere problemi, vuol dire che non hai capito neanche perché gli uomini che sembrano buoni poi risultano essere dei fetenti, se vogliamo fare una distinzione fra i generi. Quindi questo era il presupposto iniziale da cui era interessante partire: un personaggio che ha una forte personalità e vedere come può essere messo in discussione. Ma ciò che mi interessava era raccontare come si supera un danno e cosa lascia quel danno alla persona. Perché diamo sempre per scontato che si sia risolto nel momento stesso in cui, pensiamo che rassicurando noi stessi, lei debba aver risolto il suo problema. Tutte le figure maschili che le stanno intorno sono persone che in realtà non è vero che la proteggono: la costringono. Il suo amico poliziotto dice “sì, però devi rispondere al telefono”: cioè le toglie quella libertà che è dovuta a ognuno di noi solo perché ha dimostrato di avere un problema. Allora lì subentra la colpa del debole, no? E questo secondo me è un concetto molto interessante da affrontare. Dopodiché il film chiude con la lezione che non è ancora finita, ma la lezione è per noi, per gli spettatori, per la società civile, non certo per lei. E poi dentro c’è il discorso sui “parresiasti” di Foucault, che abbiamo inserito e non c’era nel libro, perché secondo me oggi, di questi tempi, bisogna avere il coraggio di dire la verità
C’è un momento in cui il manipolatore nel film dice alla sua vittima: “noi siamo uguali”. Colpisce l’esitazione di quest’ultima nel rigettare subito questa ipotesi. È su quel confine sottile che avete lavorato?
Sì, quel confronto era difficile, perché è fatto di narrazione, del linguaggio che si approfitta. Mentre nella prima parte il film è sempre stato piuttosto in osservazione, qui invece c’è l’interpretazione. Entriamo dentro i primi piani, rompiamo l’arco del tempo e della distanza, e ci ritroviamo dentro una risoluzione psicologica. Ci sono delle cose che arrivano in testa e, prima di arrivare alla coscienza, ci mettono un po’ di più. Lei lì si sta liberando di qualcosa, è un atto di conclusione. Ed è quando lui vuole spingerla ad ucciderlo che lei capisce che no, non sono la stessa cosa, non sono uguali. Lei comprende: io ho un confine in cui mi fermo, cosa che tu non hai.
Sembra che i film di genere, ultimamente, stiano diventando la forma più efficace per portare avanti certe istanze con il pubblico. È d’accordo?
Abbiamo perso contezza di questa cosa, ma il cinema nasce coi generi ed è genere. Dopodiché adesso alcune codifiche non ci sono più. Per esempio, la differenza sostanziale fra commedia e film comico: diciamo che i film comici sono commedia. Non è vero. Nella commedia e nella commedia all’italiana, ad esempio, dentro un racconto portato avanti in cui puoi ridere, c’è anche la morte. Nel cinema comico mai. È una distinzione sostanziale. Quindi secondo me il cinema è genere. Dopodiché puoi costruire degli ibridi che rispettano le regole del genere ma le fanno diventare altro, partendo però da stilemi specifici oppure puoi lavorare per mantenere il genere e farlo diventare altro.