Giorgia Meloni approda oggi in Parlamento. L’odg è doppio, comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo e guerra in Iran: la premier si è limitata ad anticipare di una settimana l’appuntamento inizialmente fissato per il 18 marzo. L’opposizione protesta, avrebbe voluto due sedute distinte ma è un po’ pretestuoso: di fatto, che la si prenda dal lato del conflitto o da quello della reazione europea anche alla minaccia di crisi, si parlerà solo della guerra e delle sue conseguenze.
Con l’abituale discrezione, senza entrare in campo a gamba tesa, Sergio Mattarella ha anticipato l’intervento della premier, cogliendo l’occasione offerta dal conferimento della laurea ad honorem a Firenze: “La contemporaneità sta imponendo sfide rivoluzionarie nell’ordine internazionale e in quello economico, con evidenti riflessi sugli assetti e sugli ambiti istituzionali”, ha esordito. Poi è passato a una dichiarazione quasi esplicita, denunciando “la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la Seconda guerra mondiale per dare ordine ai rapporti internazionali su base di parità tra gli Stati”. Pretesa che, concretamente, si traduce nell’ “agire al di fuori delle regole degli Stati e degli organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi”. Indiretto ma chiarissimo.
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Per la premier l’affondo del capo dello Stato è un condizionamento pesante ma anche, almeno in parte, un appiglio. Quando, due giorni fa, il presidente ha convocato per venerdì in via straordinaria il Consiglio supremo di difesa è stato subito evidente a tutti, inclusi i diretti interessati, che la già difficile missione di Meloni in Parlamento lo diventava ancora di più. Già evitare di ripetere la clamorosa e pilatesca affermazione di domenica scorsa, “non concordo né condanno la guerra in Iran perché non ho dati sufficienti” è una sfida difficile. Scontentare l’elettorato, che la guerra non approva affatto, non si può. Irritare un alleato potente, capriccioso e vendicativo come Trump neppure. Rifugiarsi nella reticenza come ha fatto domenica scorsa è la classica toppa peggiore del buco.
Con la convocazione del Consiglio supremo dopo e non prima delle sue comunicazioni per la premier si è aggiunto un problema in più. Pur non prendendo posizione esplicita per ovvie esigenze diplomatiche il comunicato finale del Consiglio farà trasparire un giudizio sulla guerra di Trump e Netanyahu. Se fosse troppo diverso da quello che Meloni esprimerà oggi in aula suonerebbe inevitabilmente come sconfessione della linea del governo da parte del capo dello Stato. Ora, per lo meno, Giorgia sa su quale linea deve posizionarsi se vuole evitare quella scomunica nel momento peggiore.
Non è certo che lo faccia e che si risolva a criticare, sia pure con tutta la felpatezza del caso, la violazione del diritto internazionale. Però è molto probabile, anche perché la paura di andare in controtendenza rispetto anche al proprio elettorato non è il solo motivo che rende il governo sempre più freddo nei confronti della guerra. C’è la preoccupazione crescente per una crisi che se il conflitto non finirà presto sarà inevitabile e che, tra le altre cose, comporterà una nuova fiammata di inflazione a tutto scapito della popolarità del governo. E c’è una inconfessata ma palpabile paura di finire impigliati nel conflitto, ipotesi che si porta dietro una spaccatura latente nella maggioranza. Basti dire che Salvini, il più trumpiano di tutti, suona in questo momento come il meno convinto dalla scelta bellicosa del suo idolo: “Spero che chi è partito con l’attacco abbia contezza di che cosa quell’attacco avrebbe comportato, delle conseguenze e della durata del conflitto, perché non voglio pensare che qualcuno sia partito senza calcolare dove saremmo arrivati e quale sarebbe stato il costo di questo intervento su cui non mi esprimo”.
La Lega non intende rinunciare alla propria posizione “pacifista”, neppure per far contento Trump. È vero che tutti nella maggioranza si sgolano ripetendo che l’Italia non è in guerra e non intende entrarci ma è anche vero che ci sono due fronti invece decisamente a rischio, peraltro quelli su cui si concentrerà la riunione del Consiglio supremo di difesa. Uno è la spedizione in difesa di Cipro, alla quale l’Italia parteciperà. L’altro, anche più pericoloso, è Hormuz. Italia Germania e Uk hanno deciso di “lavorare insieme a una serie di opzioni per proteggere le navi commerciali nello stretto”. Ma intervenire direttamente per proteggere il traffico nello stretto di Hormuz significherebbe entrare in un’area ad altissimo rischio di sconfinare in guerra.