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Iran, asilo in Australia a cinque calciatrici della nazionale femminile: “Fuggite dall’hotel, sono al sicuro”

Supporters of Uzbekistan national soccer team cheer prior to a World Cup 2026 group A qualifying soccer match between Iran and Uzbekistan at Azadi Stadium in Tehran, Iran, Tuesday, March 25, 2025. (AP Photo/Vahid Salemi)

Supporters of Uzbekistan national soccer team cheer prior to a World Cup 2026 group A qualifying soccer match between Iran and Uzbekistan at Azadi Stadium in Tehran, Iran, Tuesday, March 25, 2025. (AP Photo/Vahid Salemi)

Avevano rifiutato di cantare l’inno nazionale, mentre sul loro paese cadevano le bombe dell’operazione congiunta lanciata da Israele e Stati Uniti e mentre l’Iran rispondeva con un fuoco diffuso sui Paesi del Golfo. Crisi che, come sempre, non risparmia lo sport e qualsiasi altro ambito umano. Erano rimaste in silenzio: loro con la maglietta dell’Iran, impegnate nella Coppa d’Asia. Cinque delle calciatrici della nazionale hanno ottenuto asilo in Australia. Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno Tony Burke.

La squadra, inclusa l’allenatrice Marziyeh Jafari, non aveva cantato l’inno in occasione della partita inaugurale della Coppa d’Asia contro la Corea del Sud, persa 3 a 0 al Cbus Super Stadium nel Queensland: la televisione di stato le aveva definito “traditrici”, aveva parlato del gesto come “un disonore” per l’Iran. E alla fine della gara, il pullman con le atlete era stato bloccato da alcune persone che le avevano contestate. A poco era servito, evidentemente, l’inno cantato nelle due partite successive e il saluto militare.

L’Iran è uscito dal torneo e molte organizzazioni avevano espresso preoccupazione per le atlete di ritorno in Iran. “Non è chiaro quale tipo di punizione potrebbero subire”, aveva avvertito Amnesty International. Anche il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva lanciato un appello per concedere protezione internazionale alle atlete, si era anche offerto di ospitarle negli Stati Uniti.

 

“Queste dichiarazioni accrescono notevolmente le preoccupazioni per la sicurezza dei giocatori qualora dovessero tornare in Iran dopo il torneo”, aveva affermato la FIFPRO Asia/Oceania. Da qui l’invito ad “AFC e FIFA a collaborare urgentemente con la Federazione calcistica iraniana, il governo australiano e tutte le altre autorità competenti per garantire che venga fatto ogni sforzo per proteggere la sicurezza dei giocatori”. Altre voci si erano aggiunte. “Please, protect these young women”, aveva scritto sui social la scrittrice J. K. Rowling.

Il visto era stato offerto a tutte le calciatrici della nazionale iraniana, offerta ancora valida secondo quanto ribadito dal primo ministro Anthony Albanese. Le cinque, tra cui la capitana Zahra Ghanbari, sono fuggite dall’hotel e sono state trasferite in quello che la polizia ha definito un luogo sicuro. “Sono state trasferite in un luogo sicuro dalla polizia australiana. Ieri sera ho firmato le loro richieste di visto umanitario”, ha dichiarato Burke. “Sono benvenute in Australia, qui sono al sicuro e dovrebbero sentirsi a casa“. Il figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi, che aveva chiesto protezione per le atlete all’Australia, ha pubblicato sui social le immagini delle cinque: Fatemeh Pasandideh, Zahra Ghanbari, Zahra Sarbali, Atefeh Ramazanzadeh e Mona Hamoudi.

 

Episodio simile, ad altissima tensione, si era verificato ai mondiali in Qatar del dicembre 2022: solo pochi mesi prima, a settembre, l’uccisione della 22enne Mahsa Amini a Teheran, una ragazza originaria del Kurditan iraniano, mentre si trovava sotto custodia perché non indossava correttamente il velo, aveva provocato una grande ondata di proteste.