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Stretto di Hormuz minacciato: i traffici di petrolio e gas dopo la guerra all’Iran di USA e Israele, alta tensione tra prezzi e mercati

Two traditional dhows sail by a large container ship in the Strait of Hormuz Friday, May 19, 2023. The Mideast-based chiefs of the U.S., British and French navies transited the Strait of Hormuz on Friday aboard an American warship, a sign of their unified approach to keep the crucial waterway open after Iran seized two oil tankers. (AP Photo/Jon Gambrell)

Two traditional dhows sail by a large container ship in the Strait of Hormuz Friday, May 19, 2023. The Mideast-based chiefs of the U.S., British and French navies transited the Strait of Hormuz on Friday aboard an American warship, a sign of their unified approach to keep the crucial waterway open after Iran seized two oil tankers. (AP Photo/Jon Gambrell)

Appena una settimana fa, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Donald Trump aveva annunciato un accordo di 80 milioni di barili di petrolio in arrivo dal Venezuela negli Stati Uniti, il maggior produttore mondiale di petrolio al mondo e tra i maggiori esportatori di gas e GNL. Qualche giorno dopo, sabato scorso, è scattato l’attacco congiunto con Israele all’Iran, che oltre a generare apprensioni per ragioni geopolitiche e umanitarie, rischia di innescare una serie di conseguenze sui mercati energetici mondiali, soprattutto per l’importanza dello Stretto di Hormuz.

Navi bloccate, compagnie assicurative che invitano a evitare il passaggio, timore sui mercati finanziari, voli bloccati in tutta l’area. Non è escluso che lo stop al traffico possa tornare utile a Teheran per minacciare l’economia mondiale, anche solo la dissuasione nei confronti delle compagnie potrebbe essere sufficiente a scatenare una drastica riduzione di passaggi e quindi approvvigionamenti. Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe durare quattro settimane, lasso di tempo più che sufficiente a scatenare degli effetti rilevanti sui mercati secondo alcuni analisti.

Al terzo giorno dalle operazioni militari lanciate da Israele e USA, è già schizzato in alto il prezzo del petrolio: lunedì mattina la quotazione WTI, quella del mercato statunitense, è aumentata dai 67 dollari al barile di venerdì scorso a 72 dollari, un aumento di quasi l’8% per cento, mentre il Brent di riferimento per l’Europa è salito del 7% a 77 dollari al barile. Ieri i Paesi dell’OPEC Plus (che include i membri dell’OPEC oltre ad altri Paesi come la Russia) avevano annunciato un maxi aumento della produzione di oltre 206mila barili al giorno, quasi il doppio di quello previsto.

Quando si parla dello stretto di Hormuz, si parla di uno degli snodi più strategici al mondo che separa il golfo Persico dal golfo di Oman, due tratti di mare che fanno parte del mar Arabico e dell’Oceano Indiano, rappresenta la via di esportazione per i Paesi del Golfo ricchissimi di petrolio e gas naturale. È largo circa 33 chilometri nel suo punto più stretto. Circa 13 milioni di barili di petrolio al giorno sono transitati nel 2025, quasi un terzo di tutto il petrolio trafficato via mare al mondo. Le principali destinazioni sono Cina, India, Giappone e Corea del Sud: Pechino acquista quasi il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano, colpito da sanzioni internazionali.

Secondo i dati citati da S&P Global Commodity Insights, il traffico navale è crollato di circa il 40-50% nel giro di poche ore già sabato scorso. Lo scorso fine settimana si sono interrotte anche le esportazioni di GNL dal Qatar, secondo fornitore al mondo dopo gli USA: produce un quarto del gas naturale liquefatto commerciato via mare. E anche in questo caso il prezzo è schizzato in alto del 23 per cento. La situazione potrebbe avere come effetto l’aumento dei prezzi dell’elettricità in Europa, che vengono calcolati a partire da questi dati. Rispetto al passato l’UE ha diversificato il suo traffico di petrolio ma resta tra i maggiori acquirenti mondiali di GNL, proprio da USA e Qatar per l’appunto. L’emirato è per l’Italia il principale partner per le forniture via mare: circa il 45% delle importazioni.

Secondo Goldman Sachs, i prezzi potrebbero anche raddoppiare qualora il trasporto attraverso lo stretto dovesse essere interrotto per un mese. Attraverso lo snodo transita anche un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti. Il blocco prolungato genererebbe il taglio di volumi enormi dal mercato mondiale, gli oleodotti via terra inaugurati da Riad e Abu Dhabi non potrebbero mai compensare con circa un milione e mezzo di barili al giorno. Almeno una ventina di volte Teheran ha minacciato l’interruzione del traffico dalla fondazione della Repubblica Islamica nel 1979: finora non è mai stato chiuso interamente.

“Prevediamo che i prezzi apriranno vicini ai 100 dollari al barile e forse supereranno tale livello se assisteremo a un’interruzione prolungata dello Stretto di Hormuz”, aveva dichiarato Ajay Parmar, direttore del settore energia e raffinazione dell’Icis. A Fox il Presidente degli USA Donald Trump si era detto tranquillo: “Non sono preoccupato per nulla. Faccio solo ciò che è giusto. Alla fine, funziona”. Non è detto però che un forte shock sui mercati non possa avere effetti anche sui prezzi anche negli Stati Uniti, dove il prossimo autunno sono in programma le elezioni di midterm. E la situazione, la catena di comando, l’operazione in corso contro l’Iran è molto diversa da quelle in Venezuela. E la guerra si sta allargando.