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Venduti, scambiati, donati: l’infamia degli schiavi Rom che l’Europa ha dimenticato

Foto  LaPresse/Matteo Corner

Foto LaPresse/Matteo Corner

Venduti, scambiati, regalati. Acquistarne uno significa portarsi a casa (o in convento: i grandi monasteri e conventi posseggono anche 100 o 200 salase, cioè famiglie rom), oltre allo schiavo, la di lui moglie e i figli. Certo, i bambini in genere valgono poco, e se non imparano subito a fare qualche lavoro di artigianato vengono ceduti a poco prezzo a chi è disposto ad accollarsi il peso del loro mantenimento fino a quando non saranno forti abbastanza da svolgere i lavori più pesanti, ma alcuni sono svegli e diligenti, possono coltivare i giardini, pulire gli animali. Consegnare schiavi come dono di nozze è comune, e lo è anche, da parte di principi e boiardi, offrirli ai conventi per acquistare titoli in paradiso, farsi perdonare i peccati, oppure commemorare i defunti.

Non siamo in un’imprecisata epoca antica, attenzione: siamo ancora nel 1855, in Valacchia e Moldavia, che di lì a tre anni si uniranno per dar luogo alla Romania. La schiavitù dei Rom nella cultura rumena risale al XIV secolo. Il nome viene da tigani, ed è curioso notare che in lingua rom questa parola non esista. A sua volta, tigani origina dal greco athinganos, che nel Medioevo significava “pagano”, “eretico”, una persona dunque da evitare come erano da evitare tutti quei nomadi, indovini e stregoni arrivati dall’India attraverso la Turchia e l’Armenia, considerati naturalmente eretici, impuri. Ma subito tigani assume un altro signifi cato, oltre a quello religioso: servo, schiavo, privo di diritti.

Impossibile ribellarsi e fuggire. Venir catturati (ed è il destino a cui vanno incontro praticamente tutti i fuggiaschi) vuol dire essere torturati, ridotti in ceppi, bastonati sotto le piante dei piedi, incatenati con pesanti collari e, per i più ribelli, i lavori forzati nelle saline, da cui non torna nessuno. D’altra parte, si legge in un codice della Valacchia di inizio ‘800, “Gli zingari sono nati per essere schiavi”. Stessa linea di pensiero di Mussolini, quando fece emanare una circolare del Ministero dell’Interno che parlava della “necessità di epurare il territorio nazionale dalla presenza di zingari”, che sono “criminali e “asociali” “per la loro stessa natura”.

Con l’entrata in guerra, lo stesso Ministero ordinerà il rastrellamento e la concentrazione di Rom e Sinti in diversi campi – il primo era stato aperto nel ’38, a Perdasdefogu, Sardegna –, e in piccoli comuni isolati nel Centro Sud. Dopo il ’43, molti saranno “regalati” ai nazisti, che li trasferiranno nei loro campi di sterminio. Storia ai limiti del credibile, questa della schiavitù dei Rom e dei Sinti nel cuore dell’Europa a metà Ottocento. 1855: mentre in Francia si celebrano le meraviglie della scienza, della tecnica e delle arti nell’Exposition Universelle, in Inghilterra la nascita del Daily Telegraph segna l’inizio delle pubblicazioni popolari e l’italiano Giuseppe Verdi celebra la lotta patriottica e la ribellione ne I Vespri Siciliani, in Moldavia e Valacchia, nonostante un proclama di pochi anni prima in cui si dice che “il popolo rumeno cessa la pratica disumana e disonorevole della schiavitù”, si dovrà aspettare il 20 febbraio 1856 per promulgare la legge che abolisce definitivamente una schiavitù che dura da oltre mezzo millennio.

L’Inghilterra ha abolito la schiavitù nelle sue colonie nel 1807, la Francia l’ha seguita nel 1848, la Russia libererà i servi della gleba nel 1861 e gli Stati Uniti nel 1865. Quali le differenze? Di luogo e di status. Bastanti per l’ipocrisia. Perché gli schiavi delle colonie sono lontani, hanno la pelle di un altro colore, a lungo si è addirittura discusso se posseggano o no un’anima, e la buona coscienza degli europei è salva. E i “servi della gleba” sono servi, appunto. Legati alla terra e al suo proprietario, sfruttati. Ma non comprati e venduti, non torturati. Solo che degli zingari non è il caso di parlare, non interessano a nessuno. A livello internazionale, per la loro emancipazione sono state fatte pressioni, però discrete, e la gente comune non sa (c’è da chiedersi anche se, al di là della pietà umana, per loro verrebbe comunque reclamata la parità di diritti, visti i pregiudizi enormi che li bollano come pericolosi e “diversi”).

Premiato con l’Orso d’argento per la regia al Festival di Berlino nel 2015, Aferim!, film diretto dal rumeno Radu Jude, che racconta di un poliziotto e suo figlio alla ricerca di uno schiavo rom accusato di aver avuto una relazione con la moglie del padrone, quando è stato presentato a Roma ha sollevato sconcerto, più che indignazione: possibile? Nel 1835, cacciato come un animale selvaggio, infine evirato sulla pubblica piazza tra grida di giubilo? Possibile? E ugualmente sembra impossibile che quando, con le Leggi di Norimberga che stabilirono la persecuzione degli Ebrei, i Rom furono privati in Germania della cittadinanza e del diritto di voto, e tre anni dopo deportati, quindi sterilizzati e, alla fine, sterminati in un vero e proprio genocidio che si valuta abbia riguardato tra i 200mila e i 500 mila individui, nessuno abbia cercato di arginare l’orrore. Al contrario.

Gli onesti cittadini che vivevano vicino ai campi in cui Rom e Sinti erano segregati chiedevano a gran voce che venissero deportati, perché quella prossimità li preoccupava. Fu un genocidio: il Porrajmos, letteralmente “grande divoramento”. Non esistono conteggi ufficiali per i Rom e Sinti che trovarono la morte nei gulag stalinisti, alcuni parlano di un migliaio, altri moltiplicano questa cifra per dieci, per cento, e sottolineano che comunque non si trattò di un massacro studiato per eliminare un popolo in base alla sua etnia. Di fatto, trovarono un’orribile morte. Ovvio domandarsi perché mai dello sterminio degli Ebrei si parli tanto e di quello dei Rom e dei Sinti, e della loro schiavitù, si sappia pochissimo. La risposta è semplice e triste: i Tigani non hanno una tradizione scritta, non hanno avuto intellettuali a parlare per loro o ricchi a difenderli facendosi ascoltare, non hanno mai avuto né vogliono una nazione.

Per di più, l’attitudine di questo popolo è volta al presente e non al passato: non desiderano ricordare. Un dramma nel dramma, questo, considerando che oggi molti Rom e Sinti perfettamente integrati non dichiarano la loro appartenenza, le nuove generazioni se ne vergognano, le tradizioni non vengono insegnate. Più che comprensibile, vista la diffidenza che li accompagna e li condanna, ieri come oggi. Nei suoi Diari, la Regina Vittoria, inverno 1936, scriveva: “Tutte le volte che dei poveri zingari si accampano da qualche parte e accade un crimine, un furto eccetera, viene invariabilmente attribuito a loro, e questa è una cosa indecente; se sono sempre considerati dei vagabondi, come possono diventare gente perbene? Confido nel Cielo che verrà il giorno in cui potrò fare qualcosa per questa povera gente”. Il 20 febbraio si celebra la Giornata della liberazione dei Rom dalla schiavitù, promulgata nel 2011 dal Parlamento rumeno in memoria di quel giorno non troppo lontano, 1856, quando nell’attuale Romania fu promulgata la legge. Interessante vedere quanti celebreranno o perlomeno ricorderanno questa giornata.