È arrivato su Sky Documentaries il 9 febbraio alle 21.15 e in streaming su Now e On Demand, il documentario Sky Original La diaspora delle Vele, scritto e diretto da Francesca Comencini. Attraverso le testimonianze dirette di alcuni degli abitanti, il film racconta l’attesa e le speranze di chi ha dovuto abbandonare le proprie abitazioni nelle Vele di Scampia, in seguito al tragico crollo di un ballatoio della Vela Celeste nel luglio 2024. La narrazione di Comencini parte proprio dal desiderio di chi è stato allontanato dalla propria casa di tornare alle Vele, un luogo che nell’immaginario collettivo e anche cinematografico, dovrebbe essere quello da cui vuoi fuggire. Ricollocati in alloggi provvisori, infatti, questi cittadini attendono di poter tornare nel nuovo quartiere in costruzione a Scampia e alle proprie Vele: un luogo controverso ma profondamente radicato nell’anima di chi vi è cresciuto.
Francesca Comencini è stata tra le registe di Gomorra-La serie, prodotta dalla stessa Cattleya di Riccardo Tozzi che produce il documentario. Durante l’incontro sul film, alla 20esima Festa del cinema di Roma dove è stato presentato in anteprima, anche con la vicesindaco e assessore all’urbanistica del Comune di Napoli, Laura Lieto e il rappresentante del Comitato Vele, Omero Benfenati, è il fondatore e direttore creativo di Cattleya a prendere per primo la parola per raccontare la genesi del progetto ma anche la sua complementarietà con quanto narrato in precedenza di questi luoghi: “Lavoriamo a Napoli oramai da 12 anni, abbiamo una vecchia relazione con Omero e col Comitato Le Vele, che io incontrai prima dell’inizio delle riprese della prima stagione di Gomorra, in una Scampia che non c’entra niente con la Scampia di oggi, perché è come se parlassimo di due mondi diversi. Ci ha parlato di questa situazione che si stava vivendo a Scampia con la demolizione delle Vele e con lo stereotipo che abbiamo tutti in testa di Scampia, si pensa subito: ‘che bello, saranno contenti di andare via’. Ed invece vogliono tornare. Mi ha colpito profondamente ‘la nostalgia di Scampia’. Abbiamo pensato di far qualcosa su questo e ho pensato di incastrarci Francesca, perché è una di quelle cose in cui lei ci casca in pieno, e avevo ragione”.
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Annuisce sorridendo Comencini: “Ci ho messo poco a dire: “Sto già lì” perché il legame con quel territorio, con gli uomini e le donne che abitano lì, è per me enorme e ho considerato un onore poter dar voce agli abitanti di quei luoghi, a cui non avevamo dato voce prima, e un onore la loro fiducia nel raccontarmi le loro vite. Questo è un film importantissimo, perché il loro legame con quel territorio è enorme e perché farlo raccontare finalmente dalla voce degli uomini e delle donne che ci vivono e essere il tramite di questi racconti, per me è stato molto importante. Esce fuori un racconto di estrema dignità, di estrema umanità, di fierezza e di attaccamento per quella comunità, temporaneamente persa – per questo si chiama “diaspora” – che ci riguarda”.
Interviene Omero Benfenati: “Oggi stiamo raccontando quello che, purtroppo, non c’è stato modo di raccontare. L’obiettivo nostro è quello di far tornare le famiglie sul posto delle Vele, in una casa dignitosa dove si abbracceranno di nuovo.” Laura Lieto rafforza quanto detto da Benfenati, spiegando il ruolo delle istituzioni: “Dal 22 luglio in poi abbiamo fatto ogni sforzo possibile per mettere in sicurezza la popolazione, tutte persone che in questo momento vivono ai quattro angoli della città metropolitana: si sono, appunto, dispersi. Nella diaspora si coltiva il senso della casa e soprattutto il senso del ritorno. La diaspora delle vele è un film che ha permesso a Francesca Comencini di completare in qualche modo il racconto di un territorio che lei ha scoperto 12 anni fa e che però non ha mai avuto occasione di mostrare in tutta la sua interezza”.
Lo confessa lei stessa con sincerità: “Faccio una premessa: Gomorra – La serie è uno dei progetti di cui sono più orgogliosa e fiera. Però, attraversavamo questi luoghi senza dargli voce. A volte, nel fare cinema, vai nei posti, li invadi e c’è una parola che mi sta molto a cuore, in generale: la restituzione, che vuol dire anche in questo caso relazione. Per “restituire”, Comencini sceglie di dar voce ad alcuni degli abitanti delle Vele, a raccontare frammenti delle loro storie”. “La cosa importante per fare questo film – spiega – è quella di parlare con le persone, relazionarsi con loro, non dal punto di vista della regista che dall’alto osserva. Questa è una cosa che io detesto. È proprio tuffarsi negli occhi, nei volti degli altri da te, per levare le etichette e per dire che l’umano è: il colpo di fulmine, il primo amore, la prima emozione; la ragazzina che vuole danzare là dove è; la donna che è sola, con tanti figli, che c’ha paura a tornare a casa. A me tutto questo emoziona ed avviene una cosa che, forse, si può chiamare empatia, forse si può chiamare cinema: forse questo, per me, è il cinema”.
Demolire l’immagine ormai fin troppo radicata, abbattere gli stereotipi su una comunità etichettata da tempo senza una vera possibilità di rettificare. Come ci ha lavorato Comencini? “Nella costruzione, siamo andati ad allargare: cioè, partendo dalle facce, dai racconti, anche autocritici, mai vittimistici o lamentosi, poi, piano piano, si va a scoprire i campi larghi, gli edifici. Quando tu vai a raccontare le storie umane e le guardi veramente e ti ci metti in relazione emotiva, umana, distruggi sempre uno stereotipo, perché l’essere umano è complesso. In questo momento siamo un po’ in un’epoca di riduzione della complessità, ma ogni luogo, ogni persona ha una storia complessa, fatta di contraddizioni. E il cinema racconta proprio questo, che il bene e il male non stanno tutto qua e tutto là, che le cose sono per ciascuno e ciascuna di noi, complesse. E quindi era più un “restituire umanità e complessità” attraverso il film”.
La diaspora delle Vele è anche elogio della necessità di costruire una comunità, quel famoso villaggio che ogni giorno scompare, a favore di un’eccessiva solitudine, un senso di smarrimento dentro il singolo che non ha più appoggi, appigli. “Il film dice delle cose universali, molto attuali, che ci riguardano tutti e tutte – sottolinea la regista. La prima delle quali è che senza una comunità non si può vivere; che il tentativo di isolamento, di atomizzare le persone, che rimangono sole, chiuse nelle case davanti a un computer, è qualcosa che va analizzato e va guardato bene perché l’essere umano è fatto per aggregarsi, per vivere in forza e insieme agli altri. E a Scampia c’è una comunità straordinaria, e questo lo vedrete nel film. Io penso che se l’umanità va verso la solitudine e l’isolamento, si estinguerà, la vita così non va avanti. Poi lo dico anche da donna, insomma, da femminista, prendendo spunto da una delle storie del film: ormai io c’ho decine di amiche della mia età, della mia generazione, single. E noi dobbiamo creare relazione. Questa è anche una delle grandi lezioni del femminismo e del femminile: il dare importanza. Credo che ci sia una piccola scintilla, in questo piccolo film, che parla a tutte e tutti: l’invito a creare comunità, combattere l’isolamento, la solitudine, anche là dove i modelli che ci hanno, diciamo, finora formati, anche nella nostra “archeologia di genere”, la coppia eterosessuale, la famiglia, a volte non funzionano più. L’essere umano ha bisogno di fare comunità e credo che sia una cosa che dobbiamo fare”.