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Scontri a Torino e Milano: lasciate la violenza ai governi, rispondete col civismo eversivo, inventate fantasiose lotte nonviolente

Photo by Marco Alpozzi/Lapresse

Photo by Marco Alpozzi/Lapresse

Condannare la violenza e però difendere il conflitto: questa sembra essere la posizione più ragionevole – sugli scontri di piazza – per chi si schieri a sinistra nel nostro paese. Dunque, in tal senso il vero interrogativo a proposito del pestaggio del poliziotto a Torino, potrebbe essere formulato così: si tratta di una forma degradata, deviata, del conflitto sociale (il quale in sé resta positivo, come sapeva Machiavelli, in quanto motore del progresso) oppure è solo un fatto tribale, quasi ancestrale, assimilabile alla violenza degli ultrà di calcio.

Nel primo caso avrebbe la nostra comprensione, e parziale giustificazione (in fondo è meglio se la superficie di una normalità pacificata sia increspata da qualche eccedenza), nel secondo caso sarebbe solo qualcosa di prepolitico, di ferino, che occorre anzitutto reprimere (anche se, voglio ricordarlo, per George Bataille, forse il vero filosofo del Movimento del ’77, la rivoluzione doveva coincidere con lo scatenamento pulsionale, con la liberazione degli istinti anche patologici). Su questo cruciale interrogativo c’è stato un limpido confronto fra Eduardo Cycelin e Fabrizio Coscia sull’Altravoce. Proviamo a fare un passo indietro.

Nel 1994 esce I furiosi di Nanni Balestrini, romanzo-inchiesta sulle Brigate Rossonere, ultrà di estrema sinistra del tifo milanista (quando le curve ancora non erano state conquistate dall’estrema destra, a parte Livorno, Ternana e poche altre squadre). Un libro notevole, per costruzione letteraria, ritmo narrativo (riproduce l’oralità dei suoi protagonisti eliminando la punteggiatura) e sforzo conoscitivo. Il miglior libro di narrativa sul tifo calcistico: alla violenza degli ultrà – quasi cavalieri erranti – Balestrini intende dare un respiro epico, perché al suo interno c’è un bisogno (e un’esperienza gioiosa) di comunità dentro la folla solitaria delle nostre società, una dimensione del tutto gratuita di avventura e di gioco pericoloso, oltre un’energia tellurica che, non trovando sbocchi pacifici, deflagra in un mondo del tutto omologato e normalizzato. Una violenza in parte reale e in parte rituale. Ma andiamo ancora più indietro nel tempo.

In Arancia meccanica (1971, film di Kubrick tratto da romanzo di Burgess) il protagonista, un dandy teppista – Alex – , dichiara di amare l’ultraviolenza, lo stupro e Beethoven. Per lui il male è espressione di libero arbitrio: ed è meglio un male scelto che un bene imposto (verrà lobotomizzato). La violenza dei suoi compagni, i drughi, è vitalistica e criminale, distruttiva e in qualche modo liberatoria, contro la morale corrente. Per tutti loro distruggere il mondo è l’unica modalità di creare. Dopo aver rivisto in TV decine di volta il pestaggio di Torino mi sembrava di assistere a una violenza al tempo stesso brutale e rituale, feroce e teatrale, quasi un “balletto” dei drughi del film di Kubrick! Ma chiediamoci: oggi la violenza nichilista dei drughi o degli ultrà delle Brigate Rossonere avrebbe ancora un qualche contenuto emancipativo, benché in forma perversa? Credo di no, e per una semplice ragione.

Da qualche tempo il potere, almeno in Occidente, ha deciso di scegliere la violenza come sua grammatica esclusiva: e anzi rivendica, spudoratamente, l’uso della forza, al di là di veli e ipocrisie. Non era mai accaduto in questa forma (che trova riscontro perfino in una violenza verbale inaudita da parte delle classi dirigenti). A questo punto il potere – che mira al controllo dei nostri corpi, della nostra stessa vita biologica – detiene anche il monopolio simbolico della violenza! Potete immaginare una forma più spettacolare di “geometrica potenza” di quella di Trump in Venezuela? Credo dunque che oggi qualsiasi movimento di opposizione, qualsiasi (sacrosanta) rivolta e spinta antagonista dentro la nostra società, debbano partire da un rifiuto radicale della violenza. Alex di Arancia meccanica non potrà più essere un eroe meravigliosamente trasgressivo per nessuno, e così gli ultrà di calcio attuali non hanno alcuna relazione con un furore dionisiaco.

Il pestaggio del poliziotto non è un conflitto degenerato: anzi impedisce il patto che rende possibile ogni conflitto (Fabrizio Coscia). È dunque la morte del conflitto! Machiavelli, rovesciando una tradizione millenaria, nei Discorsi sulla prima deca assumeva il conflitto civile e sociale (tra plebei e patrizi) come condizione della libertà e della grandezza della Roma repubblicana. però il conflitto deve essere regolato, trasformato in competizione e non deve mirare alla distruzione dell’altra parte: la politica non è armonia ma gestione del disaccordo. Aggiungo che la scelta della violenza oltre a snaturare il movimento – e impedire il conflitto! -, lo porterebbe sciaguratamente su un terreno in cui non può che “perdere” con lo stato.

Mi rivolgo allora, spero non troppo paternalisticamente, agli attivisti di Askatasuna: cari compagni, provate a liberare tutta la vostra immaginazione “situazionista” nell’inventare forme di lotta inedite e fantasiose, nell’elaborare tecniche rigorosamente nonviolente di boicottaggio e disobbedienza civile (in fondo siete stati in passato una palestra per artisti e teatranti torinesi!). Come fece a Chicago Saul Alinsky, rivoluzionario libertario nonviolento, inventore del sit-in e organizzatore di comunità, che una volta bloccò l’intero aeroporto della città – vincendo una grande battaglia politico-sindacale – facendo intasare i bagni da duemila attivisti! Che so, la prima cosa che mi viene in mente: chiedete a un agricoltore “antagonista” di portare alla manifestazione un gregge di pecore (caricandolo su un camion), poi fate scendere le pecore e le sparpagliate per le strade del centro. Ho in mente un civismo eversivo. Soprattutto: non inseguite l’estetismo della violenza dei drughi, ai quali del conflitto non gliene importa niente.