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É aperta la caccia, lo Stato Liberale alla sbarra: il governo Meloni vuole repressione e pugno duro

Photo credits: Carlo Lannutti/Imagoeconomica

Photo credits: Carlo Lannutti/Imagoeconomica

Si è scatenata la caccia. La destra, sostenuta e incitata dai suoi giornali, sta trasformando gli incidenti di Torino nell’occasione giusta per lanciare l’operazione “grande repressione”. Arrivano appelli da ogni parte: pugno durissimo, misure drastiche, mano libera alla polizia.
Addirittura assistiamo a un episodio che non credo abbia precedenti in democrazia: il capo del governo che indica alla magistratura qual è il reato che deve perseguire: “tentato omicidio”. Non è un dettaglio nella convulsa giornata politica di domenica. Perché se un presidente del Consiglio pronuncia una frase come quella, è chiaro che l’idea che sia il governo a dover amministrare la giustizia è ben radicata nella sua cultura politica. Che poi sappiamo benissimo qual è: quella molto approssimativa sul tema del diritto e dei diritti che è sempre appartenuta all’estrema destra.

C’è da allarmarsi. Perché allora gli allarmi di Travaglio contro il rischio che il potere giudiziario sia sottoposto all’esecutivo appaiono un po’ meno strampalati di quello che sembravano a prima vista. È chiaro che la separazione delle carriere non intacca minimamente l’indipendenza della magistratura, ma certe grida che sfuggono dal petto dei sostenitori del Si forse testimoniano che l’intenzione c’è. La prospettiva di un regime dominato da un solo potere, unico e insindacabile, che interrompa la ripartizione tra i tre poteri che è vista come un impiccio inutile e che ostacola il buon governo, è una prospettiva che un settore maggioritario della destra di governo ha in mente. Del resto gli osservatori più attenti si erano già preoccupati quando Giorgia Meloni aveva richiamato, qualche giorno fa, l’ambasciatore italiano in Svizzera per protesta contro le lentezze della magistratura elvetica. Immaginando – si suppone – che le colpe della magistratura in Svizzera ricadano sul governo che ne è tutore e responsabile. In un caso come nell’altro è anche difficile obiettare. Perché è tanta l’emozione e l’indignazione popolare per quel che è successo a Crans Montana, e a Torino nella serata di Askatasuna, che se provi a dire qualcosa di ragionevole e a sostituire il pensiero alla “gridaglia”, vieni sommerso dalle ingiurie e dalle ingiunzioni di silenzio.

Cosa è successo l’altra sera a Torino?

Due cose. Una molto importante l’altra molto grave. La prima è stata lo svolgersi di una immensa manifestazione popolare contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, che è stato per molti decenni un luogo importante di organizzazione sociale e di cultura a Torino. Con un notevole seguito. Ma di questa manifestazione i giornali non si sono occupati. O meglio, se ne sono occupati solo per identificare gli intellettuali e le persone di cultura che hanno partecipato ed esporli al ludibrio pubblico o addirittura per chiedere misure repressive contro di loro. Mi è tornata in mente una vecchia frase attribuita a Joseph Goebbels: “Quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola”. La caccia agli intellettuali, specie se di sinistra, è stata sempre una stella polare per la destra reazionaria. Il ministro di polizia della Dc, negli anni ‘50, che si chiamava Mario Scelba, a un congresso del suo partito bollò come “culturame” l’intellettualità di opposizione, riferendosi in particolare al grande critico Luigi Russo, che veniva dal partito d’Azione e dai repubblicani di La Malfa ma scrisse anche per l’Unità.

La seconda cosa che è successa è la gravissima aggressione da parte di un gruppetto di manifestanti, contro un poliziotto che era rimasto isolato, e che è stato riempito di calci e pugni e anche colpito tre volte con un martello sui fianchi e alla schiena. Eviterò di scrivere qui le parole ovvie di condanna per la violenza, e anche per la viltà di aggredire in sei sette persone una persona sola e isolata. Lo hanno già fatto con molta nettezza i leader dell’opposizione, Elly Schlein e Giuseppe Conte. I giornali non si sono molto occupati di ricostruire bene la vicenda. L’unica testimone oculare è una nostra collega freelance che scrive per il “manifesto” da Torino, Rita Rapisarda. Ha visto l’inizio dell’incidente, con una ventina di poliziotti che inseguivano dieci manifestanti. Poi si fermavano. Uno di loro invece continuava a correre e raggiungeva due dei manifestanti restati indietro. Li colpiva col manganello. Uno dei manifestanti cadeva a terra, allora gli altri tornavano indietro buttando a terra il poliziotto e lo pestavano. Poi da dietro sentivano le voci dei loro compagni che gridavano: “lasciatelo andare”. e allora lo lasciavano e arrivava un collega del poliziotto a soccorrerlo. Rita Rapisarda racconta di avere anche visto, pochi minuti prima, dei poliziotti che sparavano candelotti ad altezza d’uomo. Cioè facevano una cosa proibita.

Questo episodio – cioè il pestaggio del poliziotto, non il corteo – ha messo in moto una quantità di reazioni politiche. Tutte uguali e riassumibili in una invocazione: “repressione”. Ripetuta ieri mattina con voce tonante e accento veneto dal ministro della giustizia Carlo Nordio. Dopo che per tutta la giornata precedente ministri e giornalisti di destra si erano dedicati all’impresa di intimidire la magistratura. La politica che intimidisce la magistratura, e pretende di dettare i comportamenti ai magistrati, è un brutto spettacolo. Un po’ ungherse. Il ministro Nordio forse avrebbe dovuto mettere un freno a questa aggressione. Invece si è messo in coda. Ha detto: “Bisogna intervenire con una repressione che sia immediata, adeguata e severa”. Fa tremare le vene e i polsi un ministro guardasigilli che invece di chiedere che siano rispettate le leggi e le procedure chiede repressione immediata (repressione, non legalità) al di fuori dei lacciuoli del diritto, e cioè un ministro che invece di difendere i magistrati dall’attacco della destra si allinea alla destra e sale sul palco a invocare forche e patiboli.

Intanto si aspetta il nuovo decreto di polizia. Probabilmente introdurrà la licenza di commettere reati per la polizia, il divieto di manifestazioni giudicate pericolose, o le cauzioni da versare prima di andare in piazza, e gli arresti preventivi in caso di pericolo per l’ordine pubblico. Anche se sembra che Forza Italia -memore del garantismo berlusconiano – abbia conservato qualche dubbio. Nei libri di storia cosa scriveremo? Scriveremo “l’Italia quel giorno rinunciò allo stato di diritto per via di un poliziotto che era rimasto leggermente ferito in uno scontro di piazza”? E gli studenti del prossimo secolo ci crederanno?