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Meloni muta come un pesce su Maduro e Groenlandia: l’Italia è schiacciata su Trump, governo spaccato

LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili

LaPresse/Palazzo Chigi/Filippo Attili

Il silenzio di Giorgia Meloni sulle minacce alla Groenlandia è ancora più stridente delle sue parole sull’attacco al Venezuela e sul rapimento di Maduro. Perché stavolta la differenza è macroscopica e salta agli occhi mentre la prudenza, per non dire la pavidità, delle altre capitali occidentali aveva offerto di fatto copertura allo strappo di Giorgia.

Qualche ora dopo l’attacco di Trump la premier aveva diramato un comunicato di totale appoggio alla versione del presidente americano. Mentre tutte le opposizioni le chiedevano a voce sempre più alta di condannare un intervento che fa strame di ogni diritto internazionale, Giorgia faceva sapere che il governo italiano “considera legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza”. L’azione militare non è “la strada da percorrere”, per carità. Nel caso in questione invece Trump ha fatto bene a batterla. Con quella dichiarazione, la premier italiana mirava a confermare in pieno che l’Italia è il solo Paese davvero vicino a Trump nell’Europa occidentale. Nessun Paese occidentale infatti, neppure il Regno unito da sempre vicinissimo agli Usa, e tantomeno le istituzioni europee avevano preso una posizione altrettanto schiacciata su quella della Casa Bianca. Ma lo scarto tra l’Italia e il resto dell’Europa non era apparso clamoroso, in virtù della timidezza, delle ambiguità e delle reticenze di tutti gli altri, che sembravano attestati su una linea molto simile al “non aderire né contrastare”.

Se domenica scorsa la premier italiana ha molto parzialmente riequilibrato la posizione con una telefonata alla leader dell’opposizione venezuelana premio Nobel per la Pace Maria Corina Machado, liquidata con tre ruvide parole da Trump, non è stato per paura dell’isolamento internazionale. A spingere la premier a prendere una lieve distanza dal presidente-predone, segnando la necessità di tornare il prima possibile “ai princìpi base della democrazia e dello Stato di diritto” è stato lo stesso Trump, con l’incredibile conferenza stampa in stile gangster di sabato, poi amplificata con le dichiarazioni incendiarie sull’Air Force One. Trump dice esplicitamente che quello di Caracas non resterà un caso isolato, non si tratta di un’eccezione ma della regola ove i suoi diktat non vengano rispettati, e questo è imbarazzante e preoccupante persino per una premier che sull’alleanza con il presidente-capobanda ha scommesso moltissimo. Senza contare che sulla questione la maggioranza non è affatto compatta. Fi si è attestata sulla stessa posizione della premier. La Lega no. Salvini è anzi andato vicinissimo alla sconfessione, dichiarando che certo non si piange per la cattura dell’odiato Maduro. Però la diplomazia “deve tornare a essere la strada maestra” e ha tutte le ragioni il papa nel chiedere che siano garantite “la sovranità nazionale e assicurato lo stato di diritto”. Posizione del resto coerente a quella presa dal gruppo europeo dei Patrioti, a partire da Marine Le Pen.

Di fronte al nutrito fuoco di fila delle opposizioni, alle crepe nella sua stessa maggioranza e, da oggi, anche alla mobilitazione in piazza convocata dalla Cgil, Giorgia ha corretto le linea. Però appena appena. Ancora ieri il ministro degli Esteri Tajani confermava che l’ “intervento è legittimo vista la minaccia che gli Usa intravedevano”. Le nuove minacce di Trump modificano il quadro. Stavolta l’Europa, minacciata direttamente dal momento che la Groenlandia è parte della Danimarca, non è stata reticente. Tutti i leader dei principali Paesi dell’Unione e anche il premier del Regno Unito Starmer hanno replicato subito e con parole molto dure alla pretesa americana di controllare la Groenlandia.

Tutti tranne quella italiana. Ha toccato la questione in questo momento più spinosa nei già difficilissimi rapporti tra Europa e America solo il ministro degli Esteri. Tajani concorda sul fatto che la Ue debba “prendere posizione e garantire l’indipendenza di un territorio che fa parte della corona danese”. Ma lo fa sotto tono, evitando polemiche con l’inquilino della Casa Bianca che in fondo “di dichiarazioni sulla Groenlandia ne ha fatte tante” e chissà se poi è davvero serio. La premier resta muta. Le opposizioni martellano, chiedono che la premier riferisca in aula. L’informativa è inevitabile. Che a svolgerla sia Giorgia però è molto improbabile: perché esporsi su una materia così delicata quando il ministro degli Esteri sta lì apposta?