X

Cannabis light, la crociata del governo tra bufale e strumentalizzazioni

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Dopo la morte a Milano di Erhan, il ragazzo ventitreenne gettatosi dal balcone a seguito dell’assunzione di cannabis adulterata con quello che in un primo tempo è stato individuato come un catinone sintetico, sono partiti in tutta Italia controlli ai cannabis shop, con sequestri e denunce da parte delle forze dell’ordine. A queste retate in piena regola ha poi fatto seguito domenica scorsa la pubblicazione dell’allerta sui prodotti venduti come cannabis light e contenenti MDMB-PINACA, con un velato riferimento al caso milanese.

In attesa della conclusione dell’inchiesta, sembra però chiaro che la cannabis in quanto tale non c’entri molto. Siamo invece sul piano della sofisticazione e della responsabilità individuale di chi avrebbe messo sul mercato una infiorescenza additivata con sostanze pericolose. Il negoziante, che ha dichiarato di non essere a conoscenza dell’adulterazione del lotto acquistato ad una fiera a Praga, è ora sotto indagine a Firenze. I cannabinoidi sintetici sono molecole che riproducono gli effetti della cannabis, così come i catinoni lo sono di sostanze stimolanti come khat (da cui prendono il nome) e cocaina. Sono le famose NPS, le Nuove Sostanze Psicoattive. Esistono solo perché quelle derivate da piante sono vietate, e sono sempre più pericolose perché ogni volta che ne viene individuata e tabellata una, un chimico in qualche laboratorio clandestino ne inventa un’altra. A differenza di quelle naturali, delle quali si conoscono bene effetti e controindicazioni, hanno conseguenze imprevedibili proprio per la loro struttura chimica sempre nuova e diversa, costruita a tavolino per sfuggire alle tabelle. Queste vengono testate direttamente sul mercato, mettendo a rischio la salute dei consumatori. Ne vengono individuati a decine ogni anno, sono centinaia quelle inseriti nelle tabelle delle sostanze vietate. È uno dei paradossi del proibizionismo capace di produrre più danni alla salute di quelli che vorrebbe evitare. Come un cane che si morde la coda, è esso stesso responsabile della propria inefficacia.

Come si legge in un’allerta di oltre 5 mesi fa pubblicata da Neutravel, il benemerito servizio di drug checking piemontese, MDMB-PINACA è un cannabinoide sintetico a base di indazolo. È piuttosto diffuso, il secondo per sequestri in Europa. Gli effetti e i rischi però, proprio per la particolare formulazione chimica non sono in alcun modo paragonabili a quelli della cannabis. Possono essere fino a 100 volte più potenti, sono più lunghi e rendono quindi il dosaggio più complesso. Nel suo post instagram Neutravel spiegava che provoca fra le altre cose “allucinazioni associate ad euforia”. Al suo uso sono associati anche i rischi di elevata tossicità, problemi respiratori, ipertensione, convulsioni, disturbi renali cardiaci e gastrointestinali. Fino alla possibilità di “slatentizzare psicosi in soggetti già predisposti”.
È significativo che sul sito del Dipartimento Antidroga si riesca trovare un solo altro allarme del Sistema Nazionale di Allerta Precoce (SNAP). Quello, di aprile 2024, riferito ad un campione di eroina tagliata con fentanyl. Due soli comunicati, a fronte di 427 segnalazioni nel 2024 e altre centinaia quest’anno, che noi non conosciamo nel dettaglio perché vige un contro-intuitivo vincolo di non diffusione. Resi pubblici forse solo perché utili agli interessi del governo: costruire ieri l’allarme fentanyl e giustificare oggi la repressione della cannabis light.

Da mesi i tribunali di tutta Italia ordinano la restituzione di infiorescenze sequestrate, rilevando l’assenza di effetto drogante e la piena legalità delle aziende colpite. Il Consiglio di Stato ha chiesto alla Corte di giustizia dell’Unione europea di verificare se le norme italiane non violino il diritto europeo sulla libera circolazione delle merci e sulla canapa a basso THC. Fino all’ordinanza del gip di Brindisi, che ha sospeso un procedimento su un carico di canapa industriale rimettendo alla Corte costituzionale l’articolo 18 del decreto Sicurezza: è davvero conforme alla Costituzione e alle norme sovranazionali un divieto totale del fiore, “a prescindere dall’effetto drogante”? Evidente il tentativo del Governo di strumentalizzare, anche in ottica giurisdizionale, la tragica vicenda di Erhan. È invece solo un caso che sia morto proprio il giorno dopo il balletto sull’emendamento Gelmetti alla finanziaria, quello che per qualche ora aveva riaperto alla vendita della cannabis light fino allo 0,5% di THC, con una maxi–tassa del 40%.

Una replica dell’emendamento di un paio d’anni fa, allora addirittura proposto dallo stesso Governo con l’obbiettivo di riservare il settore ai tabaccai. Una volta evidente che avrebbe ri-legalizzato ciò che il decreto Sicurezza voleva mettere al bando, FdI ha annunciato il ritiro del testo. La motivazione? Quasi un insulto all’intelligenza: l’obiettivo non era “una volontà occulta di legalizzazione”, ma tassare per soffocare il mercato. È la fotografia di una destra prigioniera della propria propaganda, stretta fra i tribunali che smontano da mesi il decreto Sicurezza sulla canapa e il timore che la Corte costituzionale ne certifichi l’irragionevolezza. È difficile non intravedere dietro questa retromarcia la lunga mano del sottosegretario Alfredo Mantovano, reduce dalla sua autoreferenziale conferenza sulle droghe. Proprio il plenipotenziario di Meloni, a luglio scorso, spiegava che nessuno ce l’ha con la filiera della canapa, ma con la cannabis cosiddetta light sì: perché è comunque cannabis, con effetto drogante e dipendenza.

Il risultato è paradossale: mentre gli operatori del settore e i giudici italiani chiedono razionalità, proporzionalità e rispetto dell’evidenza scientifica, il governo preferisce restare intrappolato nella retorica del panico morale. Magari usando l’allarme legato a tragedie come quella di Milano, oppure asserendo, come ha fatto Mantovano quest’estate, che nei negozi si vende cannabis all’1,5% di THC, o che la media di principio attivo nei sequestri è al 29%. Eppure nei cannabis shop non si vende canapa sopra lo 0,5%, e la media dei sequestri riportata dalla relazione firmata dallo stesso Mantovano è al 14%. Il fiore di canapa a basso contenuto di THC non è la porta d’ingresso all’inferno, ma un mercato che può e deve essere regolato, proprio per evitare casi come quello di Ehran. Le iperboli e gli allarmi strumentali, come la giravolta sull’emendamento, mostrano solo che la destra conosce benissimo la realtà, ma è schiava dalle proprie stesse mistificazioni.