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La terra di mezzo, le chat dei bambini e le leggi della stupidità umana

Photo credits: Carlo Carino By AI MID/Imagoeconomica

Photo credits: Carlo Carino By AI MID/Imagoeconomica

Nell’incontro con l’altro, ciò che è venuto a mancare è la terra di mezzo, quella sapienza dell’avvicinamento che pareva d’altri e che, sperimentata, diventava personale e sacra, dunque indicibile. La terra di mezzo è il “pensiero stupendo” della canzone di Patty Pravo (lei, lui, l’altra), il luogo in cui il desiderio sessuale appare con le tinte sfumate del sogno e in cui l’urgenza deve fare i conti con la realtà delle cose e dell’altro, la sua diversità e la certezza malinconica della sua inarrivabilità, anche quando avrà dato accesso alle carezze.

La terra di mezzo è l’erotismo che non ha più diritto di cittadinanza nemmeno nei film, più facilmente (ma neanche troppo) frequentati da nudità ed immagini esplicite. La sua scomparsa rischia di vanificare l’immaginario, tutto ciò che non appare subito e forse non apparirà mai, ma al quale avremmo dedicato pensieri, musica e pagine sottolineate. Molti credono che tale mondo sospeso possa riapparire comprimendo la sguaiata informazione di Internet o limitando la diffusione della pornografia (da sempre, invece, tanto più inaffondabile quanto maggiormente braccata), ma non credo sia vero. La strada da percorrere, soprattutto con i bambini, sta piuttosto nelle favole, straordinaria terra di mezzo tra realtà e sogno, tra ciò che è dato e il desiderio. Quest’ultimo appare e scompare come “quel qualcosa che passa… scavalca una siepe e lo si vede fino alle ginocchia” (Robert Musil). Quel che serve, perché possiamo ritrovare la terra di mezzo, è un auspicio, un’illusione.

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Vale la pena spendere una riflessione sulle chat dei bambini con il cellulare (ormai tantissimi). Funzionano come tutte le altre chat, per esempio quelle delle mamme dei bambini con il cellulare: sono dunque, insieme, utili e pericolose. Mentre gli adulti, però, hanno di solito anche altro a cui pensare, i ragazzini sono assorbiti dalla forza simbolica del cellulare e dal senso di onnipotenza che deriva loro dall’esserci sempre, con l’altro a portata di rete, ovunque esso sia. La dinamica la conosciamo tutti, ma è giusto ricordarla. Si installa WhatsApp, poi si cercano i compagni di scuola e la chat – agorà del nostro tempo – è già pronta. Con una grande differenza, però, rispetto alla conversazione o al gioco tra i banchi o ai giardinetti: le parole scritte (e anche gli audio) pesano molto di più – lo sanno anche gli adulti – e tra i ragazzini possono dar luogo a meccanismi da branco. Scolpite come su marmo restano accuse, offese, esclusioni a danno di qualcuno, magari con la creazione di chat parallele dove lei o lui non sarà ammesso, venendo però, prima o poi, inevitabilmente a conoscenza dei macigni sul proprio conto. Il branco si forma in un attimo: è rassicurante, divertente. Chi ne resta vittima, invece, soprattutto se è un ragazzino, vedrà la vita – che pareva, grazie al cellulare, così pienamente posseduta – assottigliarsi pericolosamente.

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Altrove non si sta meglio, ma in Italia governano il Riscatto di Parte e l’Occasione Buona (ci sarebbe anche l’Arroganza, ma è un male comune). La mescolanza, in varia misura, di tali ingredienti rende ancor più odiosi i provvedimenti realizzati, per lo più inutili, e quelli annunciati: per esempio, il prossimo sull’incessante tema della sicurezza andrà ad aggiungersi alla lunga teoria di decreti securitari (almeno sette in un quindicennio, firmati da Berlusconi, Minniti, Salvini, Lamorgese, Piantedosi), tutti o quasi con valenza soltanto propagandistica. Ciò che non abita i palazzi del potere (direi, della politica) è il dubbio, sostituito dall’entusiasmo stupido che Vitaliano Brancati attribuiva al fascismo: il “credere che stesse per nascere una nuova deliziosa morale il cui bene era agire e il male dubitare” (Diario Romano, 1949). Nello straordinario film Conclave (regia di Edward Berger, 2024, da non perdere) il dubbio appare come qualcosa di necessario alla vera fede e allo stesso esercizio del potere.

Dove il dubbio non c’è, prevale la stupidità che qualcuno si è cimentato a descrivere: che io sappia, Musil con un memorabile saggio del 1937 e Carlo M. Cipolla (Le leggi fondamentali della stupidità umana, 1976). Secondo Dietrich Bonhoeffer, teologo impiccato dai nazisti nel 1945, “il problema più vero è quello degli stupidi… anche perché un tanto stupidi lo siamo tutti, e non bisogna accanirsi contro coloro che accettano il mondo così com’è perché subiscono i ricatti e non possono far altro”. La stupidità non è, però, soltanto di quelli che Brancati chiama i “derelitti” (i poveri di spirito), ma purtroppo anche di chi governa e scientificamente organizza il mondo perché resti “così com’è”, peggiorandolo. E salta, contento.