Stavolta la carica del Professore contro Elly Schlein è frontale ed esplicita. A Romano Prodi di Elly non piace niente: non la linea politica né la gestione delle alleanze e neppure la candidatura alla premiership. Intervistato dal Corriere della Sera lo spiattella senza perfirasi. Il padre dell’Ulivo racconta di aver parlato più volte al telefono con la segretaria del Pd, elargendo suggerimenti che in tutta evidenza sono rimasti inascoltati. Di qui, forse, l’insolita durezza dell’attacco.
Prodi considera “il radicalismo” della segretaria del Pd perdente: “Spaventa gli elettori e nella nostra storia non ha mai pagato”. Parlare di patrimoniale, poi, “verrebbe interpretato come l’inizio di un’oppressione fiscale”, pur se a torto. Quanto al Campo largo, il professore racconta di aver detto all’interlocutrice che a lui “non interessano i partiti ma le coalizioni di governo” ed è una critica specifica e affilata per quanto un po’ camuffata. Se anche questo centrosinistra dovesse vincere le elezioni, ipotesi che in tutta evidenza Prodi non considera realistica, dovrebbe poi guardarsi dalla “bertiottite”. Il passaggio, va da sé, ha irritato il Bertinotti chiamato indebitamente in causa: “Prodi se l’è legata al dito, io no. Ma la sua sinistra è portatrice di una linea che ha fallito”.
Neppure come candidata Schlein incontra il favore di Prodi. L’intervistatore gli chiede se tra Schlein e Conte l’opposizione dispone di una candidato credibile e la risposta è sintetica ed esaustiva: “I leader possono nascere. O farsi”. Lui ha ancora in mente l’ex direttore dell’Agenzia per le entrate Ernesto Maria Ruffini ma in realtà i nomi che circolano tra i riformisti, ma anche nella stessa maggioranza di Elly e fuori dal partito sono parecchi. Molti vagheggiano un’entrata in scena di Silvia Salis, che sarebbe dotata del carisma che difetta a Ruffini mentre gli stessi pezzi da novanta del Pd che avevano appoggiato Schlein al congresso considererebbero l’ipotesi di Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, come carta da tirare fuori però dopo e non prima delle elezioni.
Elly sa perfettamente che la sua candidatura è messa in dubbio all’interno stesso del partito. L’intemerata di Prodi, però, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non le è dispiaciuta. Schlein resta fedele alla sua strategia della massima polarizzazione. Nelle chiacchiere seguite all’accordo tra lei e Giorgia Meloni sulla legge contro gli stupri, i suoi fedelissimi descrivevano l’intesa come prova ulteriore di quanto in campo ci siano ormai solo loro due. Le critiche dei moderati, l’ “assedio” alla sua segreteria da parte dei riformisti non la preoccupa ma le permette di imporre l’immagine dell’ anti Meloni. La segretaria inoltre prevede di uscire vincente dalle elezioni in Campania e Puglia e il successo, per quanto previsto, la rafforzerà. Su quella base pensa di convocare una direzione che non potrà fare a meno di acclamare lei e la sua linea, pur con il dissenso della minoranza.
Ieri Schlein ha partecipato a Bologna all’assemblea delle Città democratiche, con il preciso obiettivo di compattare la potente area degli amministratori locali, che le rimproverano scarsa attenzione per il tema della sicurezza. A torto o a ragione, dunque, Schlein non teme l’offensiva, peraltro più parolaia che altro, della minoranza, neppure se sostenuta da un nome che nel centrosinistra gode ancora di grande autorevolezza come quello di Romano Prodi. Molto più insidiosa è invece l’altro rivale, Giuseppe Conte, che in tutta evidenza non ha affatto messo da parte l’obiettivo di figurare lui come premier designato dal Campo Largo.
Conte, con una di quelle torsioni improvvise nelle quali è certamente abile, punta a proporsi come punto di riferimento dell’elettorato che un tempo si sarebbe detto “populista”: contro le banche e contro il riarmo ma anche rigido contro l’immigrazione clandestina e paladino della sicurezza. Ieri ha aggiunto al pacchetto la proposta di estendere la no tax area fino ai 20mila euro. Quel che rende Conte più pericoloso delle fantasie dei riformisti, per Elly Schlein, è che nel Pd, doverosamente coperti, non mancano quelli convinti che alla prova delle urne l’ “avvocato del popolo”, popolarissimo ai tempi dei suoi due governi, risulterebbe appetibile.