Virginia Libero, 27 anni, padovana, laureanda in giurisprudenza all’Università della sua città, è la neosegretaria dei Giovani Democratici, eletta all’unanimità al Congresso di Napoli. “Oggi vivo a Padova, ma vengo da Selvazzano e questo per me significa tanto: significa conoscerne da vicino i limiti” e “fin da bambina, l’esperienza scout e gli oltre dieci anni nell’associazionismo padovano e nella rappresentanza studentesca mi hanno insegnato che un percorso ha valore solo se si fa insieme”, racconta di sé.
Iscritta da oltre 10 anni al Pd e ai Giovani Democratici, Libero ha avuto un lungo impegno nei movimenti studenteschi, prima alle scuole superiori poi all’università dove è stata senatrice accademica e presidente dell’Udu di Padova. “Un percorso ha valore – spiega – solo se si fa insieme, ma anon esiste un solo modo di farlo. Tutte e tutti abbiamo qualcosa da raccontare, qualcosa che vogliamo cambiare”. Un’idea di politica che, dice ancora, “per me è sempre stato un servizio. Il mio impegno nasce dall’ascolto, dalla cura e dalla volontà di non lasciare indietro nessuno”. Nel suo curriculum anche il ruolo di presidente del circolo Auser Blow up, luogo di incontro intergenerazionale al Portello, quartiere popolare di Padova dove ha seguito molti progetti di strada.
Virginia, candidata alle Regionali del Veneto, è una tosta. Con le idee ben chiare. Nel suo discorso di insediamento, Libero ha rivendicato l’urgenza di tornare a essere “avanguardia del cambiamento” e di costruire una sinistra giovanile “capace di parlare al Paese reale, collettivizzare i bisogni della nostra generazione e trasformarli in proposta politica”. “Oggi un capitolo si chiude e uno nuovo si apre in cui dovremo essere protagonisti del cambiamento che vogliamo vedere nel Paese. La destra è saldamente al potere non perché abbia dato risposte, ma perché ha saputo sfruttare la paura e l’esclusione. A noi spetta il compito di ricostruire fiducia, solidarietà e comunità. Di tornare ad accendere la speranza”. Un investimento sul futuro.
Perché una ragazza o un ragazzo dovrebbe scegliere oggi d’impegnarsi nei Giovani Democratici?
I Giovani Democratici con la ripartenza di questo weekend stanno dimostrando di poter essere una parte importante nei meccanismi politici sia locali che nazionali, nel far tornare protagoniste le nostre generazioni in quelle che secondo me sono delle battaglie vitali.
Quali?
Parliamo di diritto alla casa, di diritto al lavoro, di diritto ad una sanità che comprenda anche la salute mentale, tema troppo spesso dimenticato. Sono i diritti basilari che la nostra generazione non vede più garantiti e per questo non è più in grado di sognare. Perché se mancano certe basi non si riesce a sognare qualcosa di più. I Giovani Democratici sono anche uno spazio accogliente nel quale esprimersi e consentire a tutte le persone della nostra generazione di provare almeno a non sentirsi più soli. Le due funzionalità più importanti sono queste: di essere una casa, e quindi di poter tenere dentro anche tante sensibilità, sia umane che politiche differenti, e al tempo stesso di avere dei temi ben chiari in testa sui quali tornare ad essere protagonisti.
Tra questi temi c’è quello, importantissimo, della pace. I giovani sono stati protagonisti delle grandi manifestazioni contro il genocidio di Gaza e per il riconoscimento dello Stato palestinese.
Assolutamente sì. La questione della pace è da sempre un tema che tocca profondamente le giovani generazioni. In particolare, la nostra. Perché noi siamo nati e cresciuti con Schengen, con l’idea per la quale all’interno del nostro mondo, a partire dall’Unione Europea, ci fosse la libertà di movimento, non solo delle merci ma delle persone, con la costruzione di identità, come la UE, che fossero funzionali all’evitare ritorni a quella che è stata la guerra. Invece, a partire dal conflitto tra la Russia e l’Ucraina, e il riaccendersi del conflitto israelo-palestinese che ha esacerbato la situazione, la nostra generazione ha visto che quelle che ci avevano sempre insegnato e consegnato sulla pace fossero diventate parole vuote, prive di un significato reale, concreto. Forse perché ci abbiamo davvero creduto e abbiamo goduto di tutti i diritti che l’Unione Europea funzionale ci aveva garantito e il timore che queste istituzioni possano sgretolarsi, forse anche per questo la nostra generazione fin da subito è scesa in piazza, non solo per la Palestina ma anche per l’Ucraina, dal primo giorno dell’invasione russa. So bene che su questo c’è chi prova a strumentalizzare, ma noi eravamo in piazza anche per l’Ucraina dal giorno zero, e per tutti quei Paesi marchiati da guerre, pulizie etniche etc. Da giovani abbiamo la facilità, per gli schermi che ci consegnano in diretta quelli che sono un genocidio da una parte e un conflitto estremamente acceso dall’altro, di continuare a considerare fratelli e sorelle le persone che vediamo uccise anche da un’altra parte del mondo, o morire nel Mediterraneo mentre fuggono dall’orrore della guerra o di una povertà assoluta, e a sodalizzare in maniera molto forte con loro. Noi Giovani Democratici abbiamo scelto di stare dalla parte dei più indifesi tra gli indifesi. È una scelta di campo di cui andiamo fieri.
Per avere sostenuto le piazze pacifiste, Elly Schlein è stata accusata di essere una vetero pacifista, subalterna a questo o a quello.
A me pare che chi ha scelto di etichettare in questo modo Elly Schlein l’abbia fatto in modo strumentale. Questi temi sono prioritari per la nostra generazione e in generale per tutti. È ovvio che un partito non è che può occuparsi solo dei diritti in senso lato e di un posizionamento su questo punto. Ma il Partito democratico non l’ha fatto, non si è limitato a questo ma ha continuato anche ad occuparsi di temi economici, di carovita, di tutte le questioni più scottanti legate anche alla legge di bilancio. Chi prova a sostenere e accusare Elly Schlein di aver spostato il partito troppo a sinistra o di essere subalterna a Landini o chiunque altro, solo perché si occupa veramente dei diritti, svilisce il ragionamento che c’è dietro. Io credo peraltro che un partito non possa limitarsi a una visione solo nazionale ma debba avere il coraggio di posizionarsi anche a livello internazionale su quelle che sono questioni che riguardano diritti che oggi toccano una popolazione ma che domani potrebbero riguardare anche la nostra.
Si può affermare che i Giovani Democratici provano a coniugare idealità e concretezza?
Direi di sì. È una spinta che stiamo provando ad avere. Come dicevo prima, dobbiamo essere in grado di essere una casa con dei valori forti, accoglienti, chiari, dall’altra, però, dobbiamo cercare di essere una realtà giovanile che si occupa, con competenza e diligenza, di una serie di questioni molto concrete e impellenti. Facevo in precedenza riferimento al diritto alla casa. Un diritto universale sul quale noi vogliamo battere molto con delle proposte pratiche e tecniche da portare tanto a livello nazionale quanto nei nostri territori, avendo anche tanti amministratori e amministratrici che fanno parte della giovanile. Il respiro che stiamo cercando di avere è quello di coniugare i nostri ideali con quella che è la politica pratica che viviamo in particolare nei territori e che va valorizzata.
I giovani in questi anni si sono allontanati dalla politica dei partiti scegliendo, in tante e tanti, altri luoghi e sedi per il loro impegno. Non è un messaggio ai partiti perché si riformino radicalmente?
Dipende da cosa s’intende per riforma. Il messaggio che ci consegna l’astensionismo delle giovani generazioni è che i partiti per anni non si sono occupati dei temi più cari ai giovani, delle esigenze dei giovani, e soprattutto hanno continuato in maniera paternalista a parlare dei giovani senza far parlare i giovani. La riforma dei partiti, secondo me, non sta tanto nelle strutture quanto nelle priorità politiche che un partito si dà. Non si tratta di creare quote-giovani o cose del genere. Non è questo il punto, ma è il rendersi conto politicamente del contributo che i giovani possono dare e delle esigenze che rappresentano, nella consapevolezza di essere minoranza nel Paese, con tutti i limiti del caso, ma facendo un investimento concreto su noi giovani e sui nostri temi. Parlare di “questioni giovanili” a me stanca un po’ come terminologia. Ci sono delle questioni generazionali che sono importanti che però toccano tante generazioni. Perché l’urgenza del diritto alla casa lo vive tanto un ragazzo di vent’anni, studente universitario che non trova un affitto, lo vive un ragazzo di trent’anni che ha finalmente un lavoro a tempo indeterminato che però non è in grado di comprarsi una casa, ma lo stesso problema lo vivono coppie con figli costruite da quaranta e rotti anni che non riescono in due a comprarsela una casa nella città in cui lavorano. Il punto è assumere le richieste politiche che sono realmente sentite e farle entrare in maniera importante all’interno della discussione politica e nell’agenda dei partiti.
Quella di cui fai parte è una generazione che ricerca ancora l’utopia?
Se penso all’utopia di Altiero Spinelli sull’unione dell’Europa, direi proprio di sì. Noi ancora crediamo in quel tipo di società e di valori che dovrebbero scardinarsi dal sistema economico-finanziario in cui siamo immersi. Noi abbiamo dei valori ben saldi, progressisti, di sinistra, ma questi valori non possono restare scritti sulla carta. Si devono tramutare in scelte politiche concrete dai territori a livello nazionale.